“Medice, cura te ipsum”. Ragioni per diffidare dei medici non vaccinati

Per garantire un funzionamento migliore della sanità pubblica e per proteggere meglio i cittadini, è necessario fare in modo che se i medici o gli infermieri contraggono il Covid, il decorso sia il più possibile benigno. E l’ostinato rifiuto resta una cartina di tornasole per identificare posizioni pericolose per i pazienti

In molti chiedono quale sia la mia posizione circa il reintegro anticipato del personale medico che non ha voluto vaccinarsi contro Sars-CoV-2. Cercherò quindi di esporre brevemente le mie idee in merito, anche se per una trattazione più estesa rimando a quanto ho scritto in precedenza altrove

La discussione, come è evidente, non riguarda tanto lo specifico episodio di diritto del lavoro, quanto, più in generale, l’obbligo vaccinale per tutto il personale impegnato in assistenza sanitaria, pubblico e privato. Come sempre, quando si tratta di obblighi, bisogna considerare il caso preciso di interesse, ovvero in questo caso la vaccinazione con i prodotti disponibili contro Sars-CoV-2, alla luce dei ceppi circolanti attualmente. La discussione può ridursi all’osso alla ricerca di risposte alla seguente domanda: vi è un vantaggio tale nel vaccinare la categoria in questione, tale che i benefici attesi superino i possibili risvolti negativi? 

Ebbene, è facile vedere come, anche con vaccini che proteggono solo limitatamente dall’infezione, l’obbligo nei confronti del personale sanitario è ancora largamente benefico per la salute di tutti, oltre che per quella degli stessi vaccinati. Per capirlo, consideriamo che il danno che può arrivare ai pazienti non è solo quello causato dalla loro propria infezione; come dimostrato più volte durante la pandemia, la mancanza di personale medico, costretto all’assenza per malattia, può provocare danni persino maggiori ad ogni tipo di paziente. Ora, finché i vaccini riescono ad abbreviare e mitigare il decorso clinico di una eventuale infezione, è facile comprendere come anche l’eventuale malattia del personale sanitario ha decorso più lieve; ne discende che, per garantire un funzionamento migliore della sanità pubblica e per proteggere meglio i pazienti, è necessario fare in modo che se i medici o gli infermieri contraggono il Covid-19, il decorso sia il più possibile benigno, il che è appunto ciò che i vaccini fanno nella attuale situazione. Siccome poi il personale sanitario per definizione è esposto molto di più al rischio di infezione, ne consegue che misure da adottare selettivamente per la sua protezione sono giustificate non solo dal suo ruolo critico, ma anche dal suo rischio di contrarre la malattia maggiore che nella media della popolazione.

Oltre all’argomento appena enunciato, vi è qualche ulteriore osservazione, più generale, da fare. Chi, lavorando nella sanità, nega la sicurezza e l’utilità dei vaccini attuali sulla base di argomentazioni capziose, lavori improbabili o semplicemente appelli di principio, sta di fatto dimostrando di non comprendere o non accettare il funzionamento del metodo scientifico che dovrebbe essere alla base della sua professione, oppure, ancora peggio, sta rifiutando di fidarsi dei dati stessi che sono disponibili e delle autorità regolatorie che quei dati hanno giudicato. È stato correttamente fatto osservare che una tale posizione è incompatibile con la professione medica e con quelle collegate alla sanità. Come, infatti, può una simile persona dare garanzie circa la propria capacità di prendere le corrette decisioni verso i pazienti, se non è in grado di riconoscere nemmeno le prove più solide, nel momento in cui queste cozzano contro i propri pregiudizi? E cosa suggerirà un operatore sanitario convintamente sfavorevole a questo o a tutti i vaccini a quei pazienti che chiederanno un consiglio in merito? Ma soprattutto, quando un medico ha sfiducia nelle stesse istituzioni sanitarie che garantiscono per i vaccini in questione, quali garanzie vi sono che poi segua le indicazioni di tali istituzioni circa la sicurezza e appropriatezza di qualunque altro trattamento, invece che una propria idea specifica, non rispondente al consenso scientifico?

E’ questo un ampio problema, che certo ha radici che risalgono ben indietro nel tempo, e in realtà non si limita alla sfiducia vaccinale di certe frange del personale sanitario: ben più ampio è, per esempio, il ricorso a terapie alternative infondate, addirittura propagandate e finanziate dai sistemi sanitari di certe regioni come la Toscana, le quali per essere somministrate richiedono, proprio come il rifiuto dei vaccini, la negazione del consenso scientifico e il ricorso ad ipotesi strampalate circa il funzionamento del mondo. Se, per decenni, si è tollerato che ciascun singolo operatore sanitario potesse saltare a piè pari l’utilizzo della prova scientifico-statistica, per adottare posizioni oscurantiste e antiscientifiche, è difficile stupirsi della presenza di qualche ostinato e vocale oppositore ai vaccini, che oggi a causa di una scelta di governo populista canta vittoria per il proprio reintegro. Dunque, per concludere: l’ostinato rifiuto del vaccino è una cartina di tornasole per identificare posizioni pericolose per i pazienti perchè lontane dalle migliori pratiche clinico-scientifiche, e la vaccinazione obbligatoria del personale sanitario, per diminuire i danni in un settore critico per tutti, ha ancora notevoli vantaggi. Del resto, nel Vangelo secondo Luca (4, 23) si usa appropriatamente l’imperativo: “Medice, cura te ipsum”.

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