Fare body shaming è un’abitudine vecchia di secoli

La ginnastica ritmica in Italia è stata travolta dallo scandalo delle denunce di atlete, vittime di violenze psicologiche e abusi, che in alcuni casi hanno portato all’insorgere di disturbi dell’alimentazione. Purtroppo si tratta di una “vecchia storia”, che non riguarda solo lo sport: ripercorriamo la vicenda del body shaming nei secoli attraverso l’articolo “Grassi e derisi” di Claudia Giammateo, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Un problema secolare. Da una parte i corpi affusolati e tonici di pochi eletti. Dall’altra una distesa di volti paffuti e forme burrose. I primi destano ammirazione e invidia, i secondi disapprovazione, compatimento, spesso derisione. Il body shaming verso pancette e rotondità varie (ma anche altri tipi di imperfezioni fisiche, nei tritacarne dei social può finire di tutto) non è l’ennesima stortura di questi anni. È, al contrario, frutto di un pregiudizio antico quanto l’uomo. Perché il sovrappeso, fatta salva qualche epoca particolare, è sempre stato visto come un difetto caratteriale (debolezza, ingordigia) se non addirittura una colpa da espiare. Che senso ha e da dove arriva la condanna verso questa specifica condizione fisica?

Body shaming - Venere di Willendorf

Riproduzione della statuetta della Venere di Willendorf, antico simbolo di fertilità.
© Lefteris Tsouris / Shutterstock

ANTICHI APPETITI.Guai a voi, uomini pingui“, tuonò il profeta Amos settecento anni prima di Cristo. Mentre il severo profeta Isaia mise gli obesi tra i malvagi, “perché la loro voracità oltrepassa i limiti del lecito“. La demonizzazione del sovrappeso affonda le sue radici nelle Sacre Scritture. «La mollezza, l’apatia, associate al grasso sono parti integranti delle culture antiche occidentali e hanno generato stereotipi duraturi», chiarisce lo storico Christopher E. Forth nel libro Grassi. Una storia culturale della materia della vita (Espress Edizioni). Ripercorrere a ritroso le vicende di quegli stereotipi regala alcune sorprese.

Umiliazioni ieri e oggi. «Se oggi sono le donne a essere vittima di body shaming, per molti secoli lo stigma è stato rivolto ai corpi maschili. Nell’ideale greco kalòs kai agathòs (“bello e buono”), secondo cui colui che è bello possiede tutte le virtù, la cedevolezza del grasso non era solo un’impressione tattile: era sintomo della stessa “mollezza morale” delle donne, ritenute inferiori e perciò escluse dal governo della polis.

Per il filosofo Platone la “gastrimargia” (l’ingordigia) era nemica delle Muse; nel trattato aristotelico Fisiognomica gli ingordi erano ritenuti insensibili, visto che i sensi erano oppressi a causa dell’eccesso di riserva alimentare. Umiliante, secondo le cronache dell’epoca, il trattamento che gli Spartani riservavano ai grassi: ogni dieci giorni i giovani dovevano presentarsi nudi al cospetto degli efori (i magistrati), i quali ne esaminavano il fisico cercando segni di fiacca effeminatezza, tra cui un ventre sporgente.

GOLIARDIA LATINA. Per correre ai ripari il medico Ippocrate di Coo (V secolo a.C.) prescriveva i seguenti rimedi: smaltire i grassi dedicandosi alla corsa o alla lotta, provocarsi il vomito (con purganti a base di acqua, aceto e sale) e astenersi dai rapporti sessuali perché inducevano pigrizia. A loro volta, salvo rare eccezioni, i Romani estesero lo stigma dei grassi (dal latino crassus, “ottuso”) dalla mollezza morale alla sfera cognitiva.

Se il sarcasmo non risparmiava le donne corpulente, a essere presi di mira erano soprattutto “gli altri”, gli stranieri: il “grasso etrusco“, l'”umbrio sazio“, i pingui e pigri soldati persiani, gli obesi tiranni. Fra questi ultimi, il greco Dionisio di Eraclea (361-306 a.C.), ribattezzato nelle fonti “maiale lardoso“, o Magas di Cirene (320-250 a.C.) che non faceva mai esercizio fisico e mangiava, mangiava… Da dove proveniva tanto sarcasmo? «Per i Greci e i Romani il disprezzo non era questione di estetica, ma di status: l’uomo grasso si abbassava al livello degli schiavi, delle donne e degli animali», risponde Forth. Ma il carico da novanta arrivò con l’avvento del cristianesimo, che introdusse il concetto di disgusto verso il grasso. Nell’ottica cristiana i peccati di gola e lussuria riportavano alla condizione bestiale persino le anime più nobili. Mentre il corpo magro era una corazza in grado di intercedere persino di fronte al tribunale divino.

Bullismo ante litteram. In età imperiale anche l’uomo più potente dell’impero doveva preoccuparsi del suo aspetto. Quando i Romani si rivoltarono contro gli imperatori Nerone, Vitellio (“dall’esofago senza fondo” secondo lo storiografo Svetonio) e Domiziano per il modo di governare, non risparmiarono frecciatine alla loro obesitas ventris del tutto incompatibile con i valori latini della gravitas, ovvero dignità e autorità. A volte erano però gli imperatori a deridere i poveri oversize. Uno degli spassi dello stravagante Eliogabalo era chiedere a otto “grassoni” di sedere su un solo divano, suscitando l’ilarità generale perché non c’era spazio per tutti.

Morale cristiana. Così, se per l’apologeta cristiano Tertulliano, vissuto nel II secolo, il corpo denutrito passava più facilmente attraverso le strette grate del Paradiso e resuscitava prima nel Giorno del Giudizio, il posteriore San Giovanni Crisostomo in un’omelia sulla Lettera di san Paolo ai Corinzi chiedeva ai fedeli di astenersi da peccati di gola in vista di ciò che li aspettava nell’aldilà: “Qui sudiciume e obesità, lì vermi e fuoco“.

Molti, però, predicavano bene e razzolavano male. Perché tra digiuni sacri e carestie, mangiare a crepapelle appena possibile era questione di sopravvivenza. Persino per i religiosi, che in fondo tenevano anche alla vita terrena. Nacquero così detti come “grasso come un monaco” e raccolte come il Baldus di Teofilo Folengo (1517), che dileggiavano la voracità dei frati cappuccini.

Body shaming - ritratto fiammingo

Gerard Andriesz Bicker, ritratto dal pittore fiammingo Bartolomeus van der Helst nel 1664 circa.
© Everett Collection / Shutterstock

VIVA LA GOTTA. Flagellato da pesti, guerre e carestie, il Medioevo si trasformò per certi versi nell’età dell’oro per le rotondità. Come spiega lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari, «il grasso maschile e quello femminile erano segno di benessere, sicurezza e ricchezza». Lo dimostrano i termini coniati in quel periodo: “Bologna la grassa“, cioè felice; e “popolo grasso“, a intendere la parte più ricca di Firenze. E anche la gotta, malattia circolatoria dovuta all’eccesso di carne, in certe epoche fu quasi un segno del privilegio di classe.

Fatta esclusione per i poveri magri e affamati e per i guerrieri: “Colui che è troppo grasso non può esercitare l’ufficio di cavaliere“, tuonava il teologo catalano Raimondo Lullo ai tempi di Dante. Di fronte ai sontuosi banchetti rinascimentali e agli anatemi lanciati dai medici (“si muore più di ingordigia che di peste“, si lamentavano alla corte inglese dei Tudor) iniziarono a circolare i primi trattati dietetici, molto simili agli attuali manuali per dimagrire. Fra questi, i Discorsi della vita sobria (1550) scritto dal nobile veneziano Luigi Alvise Cornaro. Nel 1602 il frate domenicano Tommaso Campanella immaginò una società utopica in cui alla fine le persone grasse sarebbero state eliminate. Nella sua “città del sole”, repubblica platonica della virtù, uomini e donne dovevano mostrare ai magistrati incaricati di decidere quali coppie avrebbero dovuto accoppiarsi per garantire una discendenza più attraente.

MAGREZZA CIVILIZZATA.Ingrassare è fastidioso, malsano e sgraziato“, scriveva il politico inglese Philip Dormer Stanhope, conte di Chesterfield, a suo figlio nel 1748, invitandolo a fingersi malato “piuttosto che indulgere nella ricca cucina di Parigi“. Con l’Illuminismo la critica sociale del grasso (che il fisiologo scozzese Malcolm Flemyng nel 1769 associava all’idea di “sudiciume che si accumulava nell’organismo“) investì la nobiltà e il clero e la retorica rivoluzionaria prese di mira il corpulento re Luigi XVI: “l’uomo che è ingrassato affamando il popolo“.

Il corpo delle donne. Con la Rivoluzione industriale lo stigma del grasso si spostò sul corpo delle donne.

Il punto più basso fu toccato nella seconda metà dell’Ottocento con le teorie razziste di Cesare Lombroso. L’antropologo associò la pinguedine femminile a un’immoralità innata, soprattutto di “ottentotte, africane ed abissine, che ricche e pigre diventano immensamente grasse“. La catena di associazioni culminò nella tesi secondo la quale “nelle carceri e nei manicomi le pazze sono spesso assai più corpulenti degli uomini“.

LA “GABBIA” DEL NOVECENTO. «Non siamo lontani da quanto professò nel 1926 il medico americano Leonard Williams, autore del best seller Obesity, che bollò di egoismo le persone troppo grasse perché imponevano agli altri lo spettacolo indecente della loro taglia», sottolinea l’antropologo culturale Marino Niola nel saggio Umiliati ed obesi. Né i movimenti femministi degli Anni ’70 né, ancora prima, quello suffragista che rappresentava donne magre, bianche e di bell’aspetto “sopraffatte da poliziotti corpulenti”, riuscirono a sviare la mentalità comune dalla trappola del pregiudizio.

Una nuova forma di razzismo. Così il Novecento, che ha imposto a uomini e donne il valore della magrezza e della forma fisica come modello estetico, ha semplicemente inasprito stereotipi già radicati. E non solo. Gli antichi pregiudizi hanno trasmesso l’idea che la mancanza di autodisciplina e di autocontrollo sia una “colpa” da espiare i cui costi medici ricadono sulla collettività. Il rischio è trasformare, come accaduto in passato, la derisione verso le persone in sovrappeso in una nuova forma di razzismo. Alla luce dei secoli passati, è una prospettiva che merita tutta la nostra attenzione.

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Vi racconto la Venere di Milo

La bellezza per antonomasia. La classità per definizione. Il capolavoro scultoreo per eccellenza.Questo (e tanto altro) è la Venere di Milo, l’eccezionale statua greca conservata al Louvre.
È una delle sculture più famose del mondo, un capolavoro di età ellenistica, ma non tutti ne conoscono la storia a luci e ombre e le infinite reinterpretazioni fatte dagli artisti.

Tutto ha inizio l’8 aprile del 1820 quando Yorgos Kentrotas, un contadino greco che abitava sull’isola di Milo, nell’arcipelago delle Cicladi, colpì con la sua pala qualcosa di molto duro.

Stava cercando pietre per rinforzare la recinzione del suo campo quando dal terreno spuntò fuori un busto di marmo pario senza braccia, del tutto inutile per le necessità del contadino.
Il caso volle che si trovasse da quelle parti anche Olivier Voutier, un giovane ufficiale della marina francese appassionato di archeologia, la cui nave Chevrette era ormeggiata sull’isola. L’uomo passeggiava tra i ruderi dell’antico teatro greco, incantato dagli innumerevoli frammenti di statue che emergevano dal terreno. Ma vedendo il contadino, a poca distanza da lui, fermo a osservare qualcosa nella buca che stava scavando, si avvicinò per curiosare.

Ecco come Voutier ricorda quel momento: “Aveva appena scoperto la parte superiore di un statua in cattive condizioni e, non potendo essere utilizzata per la sua costruzione, stava per ricoprirla di macerie. Con la punta di qualche piatto l’ho fatta invece uscire. Non aveva le braccia, il naso e il nodo di i capelli erano spezzati, erano terribilmente sporchi. Tuttavia, a prima vista, si riconosce un pezzo notevole. Ho esortato il mio uomo a cercare l’altra parte. Presto si è imbattuto in essa. Poi ho fatto assemblare la statua. Chi ha visto la Venere di Milo può immaginare il mio stupore!”.Ed ecco come ha disegnato quel ritrovamento.

La scoperta della statua suscitò grande entusiasmo anche nell’ammiraglio Jules Dumont d’Urville che si fece subito avanti per acquistarla. Ma Pierre-Henry Gauttier du Parc, il capitano della Chevrette, si oppose a quella trattativa rifiutandosi di trasportare un manufatto tanto fragile.

A quel punto il contadino pensò bene di cercare un nuovo acquirente in un monaco ortodosso che intendeva offrirla a un funzionario ottomano del sultanato di Costantinopoli. D’Urville allora scrisse immediatamente all’ambasciatore di Francia a Costantinopoli: non poteva lasciarsi sfuggire un pezzo così pregiato! L’ambasciatore acconsentì all’acquisto, anzi diede l’ordine di comprare la scultura a qualsiasi prezzo.

Il suo interesse però non era tanto di tipo artistico, ma smaccatamente politico. Quella statua, un raro esemplare greco originale e non una copia romana, alta poco più di due metri, avrebbe compensato lo smacco subito dalla Francia che, dopo il Congresso di Vienna, nel 1815, aveva dovuto restituire ai vari stati italiani la Venere Medici, l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte, alcuni dei capolavori classici sottratti con le spoliazioni napoleoniche.
Grazie alla Venere di Milo, per altro, Parigi poteva tornare a competere con Londra – che da alcuni anni si era appropriata dei marmi del Partenone – e con Monaco di Baviera, la cui Gliptoteca conservava i preziosi frontoni provenienti dal tempio di Afaia, sull’isola greca di Egina.
Dopo estenuanti trattative con il monaco e con la comunità dell’isola di Milo i francesi finalmente si aggiudicarono la statua e la imbarcarono alla volta della corte di re Luigi XVIII che nel 1821 ne fece dono al Louvre.

L’azione di propaganda iniziò immediatamente: la statua, inizialmente attribuita a Fidia o a Prassitele (ma oggi datata al 150-125 a.C.) fu esposta al centro di una grande sala del Louvre e i calchi vennero inviati alle Accademie di Belle Arti affinché i giovani studenti potessero copiarla. Doveva diventare a tutti i costi un simbolo universale di bellezza.Per questo si aprì subito il dibattito sulla possibilità di completarla con due nuove braccia, come si usava fare all’epoca. Ma le ipotesi erano contraddittorie. Teneva una mela in mano? Scriveva su una lapide? Si guardava allo specchio?

Alla fine prevalse la decisione di lasciare la statua com’era (a parte l’aggiunta del piede sinistro, successivamente rimosso): la mancanza delle braccia, in fin dei conti, non ne diminuiva né il valore né la bellezza, anzi faceva convergere tutta l’attenzione sul raffinatissimo panneggio, sul busto levigato e su quel volto dall’espressione imperturbabile.

Per altro non era neanche certo che si trattasse di Venere: quell’identificazione era stata fatta da d’Urville e mai più rimessa in discussione. In verità una porzione di basamento originale, misteriosamente scomparso, portava delle iscrizioni collegabili forse alla statua di Poseidone ritrovata nello stesso luogo nel 1877, di cui la figura femminile avrebbe potuto essere la moglie  Anfitrite.

Ma è chiaro che una “Anfitrite di Milo” non avrebbe colpito l’immaginario collettivo come una “Venere di Milo” (che per essere precisi avrebbe dovuto chiamarsi Afrodite, alla greca). E d’altra parte la posa e la composizione somigliavano molto a quelle della Venere di Capua del Museo Archeologico di Napoli (copia romana di un originale greco rinvenuta nel XVIII secolo). Dunque, meglio lasciare tutto com’era…

La vera incoronazione come dea della bellezza arriverà poco tempo dopo, quando gli artisti iniziarono a prendere la Venere di Milo come modello per le loro opere d’arte. Il primo in assoluto è stato Eugène Delacroix: la sua Libertà che guida il popolo del 1830, infatti, si ispira alle Venere di Milo per quel busto nudo, per la gamba sinistra protesa in avanti e per il panneggio della veste.Questo omaggio però non bastò a fare apprezzare quella figura: le braccia robuste, le guance arrossate e i peli sotto le ascelle facevano somigliare la donna a una massaia piuttosto che a una dea!

Del 1841 invece, è questo dipinto intimista del danese Christoffer Wilhelm Eckersberg. È dedicato alla toilette del mattino ma quella schiena con i fianchi cinti dal tessuto è un esplicito riferimento alla Venere di Milo, come si può notare osservando il retro della statua.

Assieme alla fama purtroppo cominciano anche i pericoli. Nel 1870-1871, con l’infuriare a Parigi della guerra franco-prussiana, la Venere di Milo viene imballata in una cassa di legno e conservata in un luogo sicuro.

Al suo rientro a Louvre il curatore del museo iniziò degli studi approfonditi sulla statua scoprendo, tra le tante, che non si è spezzata in seguito a un incidente né è stata tagliata: la Venere è stata realizzata fin dall’inizio unendo due blocchi di marmo.
A partire dagli anni Ottanta viene ritratta più volte nella sala in cui era stata collocata, come presenza divina nella penombra del museo.

Intanto diventa oggetto di studio anche da parte degli artisti più insospettabili, come Cézanne e van Gogh.

La celebrità della scultura è testimoniata pure da alcuni dipinti che ne raffigurano delle miniature in ambienti domestici…

… o nell’atelier di una pittrice.

Ebbe grande diffusione anche il solo torso. Possiamo vederlo sia nello studio di uno scultore che in un soggiorno borghese.

Tutto cambia con l’arrivo del Surrealismo. Dopo cento anni dalla sua scoperta, quell’icona di bellezza, quel frammento di perfezione, perde per la prima volta la sua aura divina e diventa l’oggetto degli esperimenti espressivi più estremi.
Per primo inizia René Magritte con Les menottes de cuivre (Le manette di rame) del 1931. Si tratta di una copia della statua parzialmente ridipinta in rosa e blu, con la testa lasciata in bianco. Il titolo, ideato da André Breton, allude ironicamente all’assenza delle mani. È un’operazione dadaista simile ai baffi sulla Gioconda fatti da Duchamp nel 1919. E tuttavia Magritte ci aveva visto giusto: le statue greche erano colorate in modo da sembrare corpi veri.

Il 1936 è invece l’anno della Venere a cassetti di Salvador Dalì. Riprodotta in infinite varianti, è un’opera che si inoltra nel mondo della bellezza carnale, dell’eros e dei suoi segreti, rappresentati dai cassetti (un simbolo tratto dalla psicanalisi di Freud) aperti sul corpo della statua.

Nello stesso periodo si occupa della scultura anche Man Ray. La sua Venere restaurata del 1936 (un busto senza drappo sui fianchi) e la testa di Venere del 1937 sono una perfetta dimostrazione dello spirito iconoclasta che muoveva dadaisti e surrealisti. Stringere tra corde o catturare in una rete un pezzo di statua significa trattare quei capolavori come oggetti qualsiasi, oltre a suggerire simili fantasie erotiche sul corpo femminile.Ma in fondo non occorre cercare un significato. La testa di Venere dentro una rete da pesca è “bella come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio”, per usare le parole del poeta Lautréamont tanto care ai Surrealisti.

Tuttavia la dissacrazione della Venere di Milo non è stata un’invenzione di questi artisti. Già a partire dagli anni Dieci ci avevano pensato i pubblicitari a trasformare la dea della bellezza in testimonial più o meno ironico dei nuovi consumi di massa. Dai corn-flakes all’aspirina, dai corsetti alle stilografiche, ogni occasione era buona per accostare il proprio prodotto alla suprema perfezione della dea greca.

Ma nel 1939 la Venere è di nuovo in pericolo. Con l’avanzata delle truppe tedesche verso la Francia occorreva svuotare il Louvre dai suoi capolavori e spostarli in un luogo sicuro. Il direttore Jacques Jaujard chiuse il museo il 25 agosto 1939 (ufficialmente per manutenzione) e organizzò il trasloco di oltre 4000 opere – sia dipinti che sculture – chiudendole dentro 1862 casse di legno trasportate da 203 camion diretti verso il castello di Chambord.

Il 16 agosto 1940 i nazisti entrarono al Louvre. Con grande disappunto scoprirono che era completamente vuoto. Ma furono lieti di trovare la Venere di Milo ancora al suo posto. Quello che non sapevano è che la statua che stavano ammirando era una volgare copia in gesso.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Venere, quella vera, torna al suo posto. E in poco tempo ritorna al centro dell’interesse degli artisti, in quella sorta di continuo ritorno al passato, specialmente quello classico, che caratterizza l’arte occidentale.

Nel 1962 se ne occupa Niki de Saint Phalle con una delle sue azioni artistiche da poco inaugurate: realizza una copia cava della Venere, fissa al suo interno dei sacchetti di vernice e poi la colpisce a distanza con un fucile. La statua a quel punto inizia a ricoprirsi di colore, ma in un modo che non può essere controllato dall’artista. È un attacco all’arte antica ma contemporaneamente è una rigenerazione, nata da un gesto di estrema violenza.

Intanto i traslochi non sono finiti. Nel 1964 la statua viene spedita addirittura a Tokyo, in occasione delle Olimpiadi. Ma il lungo viaggio di 33 giorni sul transatlantico francese Vietnam l’ha danneggiata: quattro frammenti del panneggio, all’altezza dello stinco sinistro, si sono staccati. Tre di questi erano pezzi in gesso di un vecchio restauro mentre il quarto era una scheggia di marmo, già staccata dalla statua all’atto del ritrovamento nel 1820.
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Dalì tornerà di nuovo sul tema della Venere negli anni Settanta, evidentemente ossessionato da questo simbolo così potente. In Torero allucinogeno la Venere di Milo si moltiplica in diverse posizioni e varie dimensioni dentro una delirante sovrapposizione di immagini. La dea diventa archetipo femminile inafferrabile, a tratti spaventoso. La sua figura ripetuta dà forma anche al volto del torero, in un gioco di interscambio tra figura e sfondo.

Negli stessi anni Dalì torna anche alla versione scultorea di Venere, ma abbandona i cassetti e inizia a mescolare le parti del volto con la Testa otorinologica di Venere. Naso e orecchio sono scambiati di posto: forse perché ‘sentiamo’ con entrambi?

Poi è stata la volta di Arman che, usando il suo linguaggio basato sulla trasformazione e accumulazione di oggetti comuni, ha iniziato ad affettare, frammentare, scomporre e riassemblare la Venere di Milo. Ma per quanto la si possa fare a pezzi, lei rimane sempre riconoscibilissima.

Quella posa sinuosa con le braccia mozzate si riconosce pure in silhouette, come nello specchio Venere disegnato dall’architetto Carlo Mollino nel lontano 1938 per Casa Miller a Torino (ma ancora in produzione)…

… oppure nella scultura sezionata di César del 1984.

Tra le versioni più recenti ci sono quelle di Jim Dine degli anni Ottanta e Novanta. Le sue Veneri sembrano regredire alla fase di blocco appena sbozzato: mancano della testa e appaiono spigolose e ruvide. Ma il colore, in tinta unita o a chiazze vivaci, rende questi oggetti quasi astratti, specialmente nelle dimensioni colossali che in alcuni casi assumono. Quando queste statue sono disposte in gruppi di tre la classicità raddoppia, attraverso un evidente richiamo al tema delle Tre grazie.

A fronte di tutto questo, di una passione sfrenata verso una dea venuta da una sperduta isola greca che pare non vedere mai flessioni, si può ben dire che l’azione di propaganda messa in atto dalla Francia abbia funzionato davvero alla grande! E però, per trasformare una statua in un’icona, qualcosa di speciale ci dev’essere.

Quella donna di marmo ci guarda da millenni, indifferente al succedersi dei giorni e delle stagioni, alle generazioni umane che, passando, la guardano negli occhi. Aspetta paziente senza aspettare nulla: la sua imperfetta perfezione le basterà per sempre.

Emergenza Coronavirus COVID-19: notizie e provvedimenti

Ordinanza del 2 giugno 2021 Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. 

Ordinanza 29 maggio 2021 Ai fini del contenimento della diffusione del virus Sars-Cov-2, le attività economiche e sociali devono svolgersi nel rispetto delle “Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali”, elaborate dalla Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome, come definitivamente integrate e approvate dal Comitato tecnico scientifico, che costituiscono parte integrante della presente ordinanza

Ordinanza 21 maggio 2021 Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-Cov-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro.

Ordinanza 21 maggio 2021 Linee guida per la gestione in sicurezza di attivita’ educative non formali e informali, e ricreative, volte al benessere dei minori durante l’emergenza COVID-19.

Ordinanza 21 maggio 2021 Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.

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