Brooke Shields: le scomode verità di una star bambina

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Park City – Tra l’attimo in cui Bambi torna indietro per chiamare la madre, percossa dai cacciatori, e la sbarra che separa Dumbo dalla mamma incatenata, si insinua la cornice hollywoodiana del “più giovane sex symbol del mondo”. È Brooke Shields, l’attrice da sogno di Laguna blu (1980) e Amore senza fine (1981). “La mia vita professionale è una forza vitale dentro di me, l’unica cosa che io abbia mai conosciuto”, dice nel documentario in due parti Pretty Baby: Brooke Shields. “A volte mi stupisco di essere sopravvissuta a tutto questo”.

L’anteprima al Sundance Film Festival

L’anteprima, attesa con trepidazione al Sundance Film Festival è la skeleton key che apre tutte le porte della saga Shields & Co., dalla prima pubblicità, a 11 mesi, fino a dove si trova oggi, a 57 anni. L’ascesa come modella pubblicitaria bambina, il rapporto con la madre ed ex manager Teri “la Terribile”, sua stella polare fin dalla nascita ma ai margini del delirio alcolico (“Io, da figlia, non l’ho mai abbandonata ma ogni volta che beveva e mi feriva, lei rinnegava il suo ruolo di madre”). “Mi hanno detto che persino i soldati pluridecorati hanno invocato la madre sul letto di morte, dedicando a lei la loro ultima parola: Mamma”. Questo, a partire dalle pagine del libro autobiografico C’era una volta una bambina, è stato il primo pensiero che ha travolto l’attrice. Il 5 novembre del 2012, sei giorni dopo aver visto sua madre davanti ai suoi occhi, ha aperto la pagina dei necrologi sul New York Times e quel dolore l’ha colpita una seconda volta. Al posto del necrologio approvato, una critica feroce della vita della madre: “Teri Shields, che ha iniziato a promuovere la figlia Brooke come modella e attrice fin da piccolissima e ha permesso che fosse scritturata per il ruolo di una prostituta bambina… è morta mercoledì”.

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Pretty Baby: Brooke Shields

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Pretty Baby: Brooke Shields

Pretty Baby: Brooke Shields, diretto da Lana Wilson (già presente al Sundance tre anni fa con il documentario su Taylor Swift, Miss Americana), investe ogni capitolo della vita della star attraversando il paesaggio liquido della cultura dell’immagine di Hollywood, il marketing della sessualità visto come “forma d’arte moralmente torbida e sensazionalistica”, sottolinea Variety, in un cocktail di ripercussioni reali da elettroshock. Shields è sulla bocca di tutti al Sundance. Il documentario sta facendo notizia per le nuove rivelazioni sugli abusi e sulle battaglie contro l’establishment.Brooke Shields, osserva uno degli intervistati del documentario, è “una versione nucleare di ciò che significa essere giudicati per il proprio aspetto”. Sorriso da top manager, occhi luminosi, la sottile fessura del mento e quelle sopracciglia a stiletto, fanno rima con ciò che Pauline Kael definiva la “ragazza con un volto da donna”. Rivela a un certo punto la sua amica d’infanzia, Laura Linney: “La nostra sensazione era che Brooke fosse la donna del futuro”. Fino agli anni Sessanta, commenta la critica Karina Longworth, Hollywood disegnava, rimontava e sovvertiva il modello di Marilyn Monroe. Sessualità voluttuosa, per adulti impenetrabili. La tribuna maschile si era persa dietro oggetti come Brooke: la mamma le faceva da manager ma, durante i primi spot di cerotti Johnson & Johnson e per le bambole Holly Hobbie, non era affatto la tipica “madre d’arte”, iperpresente. Teri, che ha cresciuto la figlia come mamma single, dice di aver sempre saputo che Brooke sarebbe diventata un’icona. E proprio come la madre a Bambi, ripeteva “È l’uomo”, presenza minacciosa nel mondo. “In guardia!”. A un certo punto, vediamo Barbara Walters chiedere a Teri: “Non pensi che qualcuno possa dirti che stai sfruttando la sensualità di una bambina?”. Risposta: “Se fosse stato solo quello, probabilmente sì. Ma non è l’unica cosa che sto facendo con Brooke, o che Brooke sta facendo”. Intorno ai 10 anni, il modo in cui la Shields attirava fotografi e siglava contratti per copertine e pubblicità cominciò a cambiare. Era ritratta sempre con meno vestiti, veli e abiti stravaganti, trucco da adulta e broncio. Poi arriva Pretty Baby di Louis Malle (1978) che guarda alla vita in un bordello di Storyville con la curiosità di un bambino che non ha mai visto altro. A partire da un’inquadratura dall’alto vediamo i tetti di una città di notte, New Orleans, 1917. Da lontano sentiamo il fischio di un battello a vapore, seguito da alcune note di una tromba blues. Il vibe è pervaso da spiriti ancestrali e solitudine totale. Appena fuori campo si sentono dei gemiti che potrebbero essere di dolore o di estasi. In un paio di scene, la traiettoria di Brooke Shields diventa il deposito di un dramma basato sulla vita del fotografo americano E. J. Bellocq e di una ragazza costretta a prostituirsi dalla madre. All’epoca lo studio voleva come protagonista la quattordicenne Jodie Foster, reduce da Taxi Driver. Malle insistette per la dodicenne Brooke. Il lavoro d’archivio del documentario comprende copertine di riviste con titoli come “Sono scioccato dalla bambina che fa impazzire gli uomini” (Shields a 9 anni) e una carrellata di filmati di conduttori di show (uomini) che intervistano la Shields sulla sua sessualità dopo il caso Pretty Baby. “Mi è sembrato un modo molto intelligente di mandare indietro il nastro della mia storia, usando la lente del cambiamento, mettendo in luce il parallelo con la condizione delle donne oggi”, dice Shields durante un incontro con il pubblico.

Michael Jackson

Il doc esplora l’amicizia con Michael Jackson, le pubblicità di Calvin Klein e la carriera televisiva con Susan e Lipstick Jungle. Per la prima volta, Shields sceglie di parlare di un’aggressione sessuale da parte di un produttore di Hollywood in una stanza d’albergo, quando lei aveva vent’anni, dopo essersi laureata all’Università di Princeton. “Non sapevo se o quando avrei tirato fuori questo argomento. Mi ci sono voluti molti anni di terapia per riuscire a parlarne. Ho lavorato duramente su me stessa e ho imparato a elaborarlo. Sono arrivata a un punto, e siamo arrivati a un momento nella nostra società, in cui possiamo parlare di queste cose molto apertamente. Ho pensato: Sono madre di due bambine, spero di poter contribuire alla causa contro la violenza sulle donne. Da Pretty Baby in poi, non ero più solo una modella, ma un’attrice. Sono diventata una calamita, nel bene e nel male”.

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Laguna blu

Laguna blu fu girato alle Fiji nel 1980, quando aveva 15 anni. Le riprese durarono quattro mesi. “Per me era come un gioco stare su un set cinematografico, dove potevo vivere al riparo dal mondo in una capanna. Ma l’idea di vendere il mio nuovo film come una storia alternativa di Adamo ed Eva significava fare della mia vita un reality show. Tutti pendevano dal mio risveglio sessuale”. La seconda parte del documentario riflette sulla pausa per il college: se, da una parte, le ha salvato la vita, dall’altra, ha danneggiato la sua carriera. Dopo quattro anni di assenza, infatti, Brooke “non era più una merce preziosa”, e nel boom delle commedie giovanili dei primi anni Ottanta “era sorta una nuova generazione di star”. Ripercorriamo il naufragio del matrimonio con Andre Agassi, la depressione post-partum, la sua battaglia con un Tom Cruise moralista per i farmaci che assumeva. Verso la fine del documentario, la vediamo con le due figlie (di 16 e 19 anni) a tavola a parlare di Pretty Baby. Chiosa ai microfoni di Hollywood Reporter: “Ho imparato a mantenere la mia verità e a comunicarla agli altri. La conversazione a tavola con le mie figlie non era in scaletta del documentario. È improvvisata. Ascoltare le mie figlie, il loro punto di vista, dar loro la possibilità di confrontarsi con me, come giovani donne, tutte allo stesso livello, è davvero toccante. È un nuovo inizio”.

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