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Don Chisciotte, il cavaliere dei sogni

Il capolavoro di Cervantes racconta di un uomo capace di generare mondi fantastici e abitarli, diventando un’icona letteraria. Il protagonista, un cavaliere di circa 50 anni, incarna la ricerca di un amore ideale e un sogno irraggiungibile. L’avventura scandalosa di chi non si arrende al cinismo

Perché l’avventura di un folle svitato che non ne combina una giusta diventa la storia che si impone nell’immaginario collettivo dell’occidente diventando quello che è considerato il primo romanzo moderno? Perché Don Chisciotte celebra l’immaginazione, vale a dire il potere della finzione, che, secondo il famoso idillio di Leopardi, è in grado di giungere all’immensità. Quindi la portata di Don Chisciotte è infinita. Il romanzo di Cervantes diventa un’icona della letteratura, perché racconta di ognuno di noi in quanto capace di immaginazione. Nel titolo completo Cervantes definisce il suo protagonista come un “ingegnoso”, parola che ha la stessa radice di “genio”. Don Chisciotte è un uomo che genera con la sua fantasia mondi che non esistono e questi mondi vengono da lui abitati e vissuti. A volte dietro al frontespizio di alcuni libri si può leggere: “Ogni riferimento a persone o fatti reali è da ritenersi puramente casuale, questo romanzo è frutto dell’immaginazione”. Di questi frutti l’uomo ha sempre avuto bisogno, per poter testimoniare e tramandare la sua esperienza. Si raccontano storie per l’emozione che si prova nell’essere vivi ed è per il bisogno di condividere queste emozioni che si crea la narrazione. Quanti anni ha Don Chisciotte? Un uomo di circa 50 anni, il cavaliere dell’eterna gioventù, che sembra in grado di resistere a ogni schianto del destino. In lui la forza si rigenera nella folle ricerca di un’isola che non c’è e non essendoci alimenta un sogno, un miraggio. È quello dell’amore ideale verso Dulcinea simbolo della giovinezza, della freschezza che scivola via, tra le sue risate come cascate d’acqua fresca. Don Chisciotte intraprende un viaggio. Ma il suo vagabondare con la mente, a fingere quello che occhi altrui non vedono e a sentire voci che orecchie altrui non sentono, è ben più ampio del suo errare tra la geografia assolata di Spagna. 

A livello cinematografico, due donchisciottiani come Orson Welles e Terry Gilliam hanno provato a fare un film sul cavaliere spagnolo, ma il loro racconto è stato travagliato, come se avessero incarnato, in questo viaggio inconcluso, il senso della sua epopea. Orson Welles inseguì per 14 anni il tentativo di completare il suo film, autofinanziato e mai giunto in porto; Terry Gilliam continuò invece per 20 anni, arrivando a completare “L’uomo che uccise Don Chisciotte” solo dopo numerosi fallimenti. 

Anche per un compositore che voglia mettere in musica un personaggio simile l’impresa è molto affascinante. Richard Strauss a fine Ottocento scrisse un poema sinfonico (Variazioni fantastiche su un tema cavalleresco) che in circa 45 minuti sviluppa il viaggio di Don Chisciotte e Sancho Panza. L’introduzione di Strauss è seguita da una serie di variazioni, ognuna con un titolo preciso che fa riferimento alla storia di Cervantes. È quella che viene chiamata musica a programma, cioè un racconto musicale che segue e illustra una vicenda narrativa. Troviamo perciò greggi belanti, cortei di pellegrini e languidi sospiri all’indirizzo dell’amata Dulcinea. Tutto questo nella musica. Curioso è notare come questo poema sinfonico fu utilizzato da Leonard Bernstein in una delle sue splendide lezioni ai bambini chiamate Young People’s Concert e mandata in onda dalla televisione americana nel 1958 col titolo “Che cosa significa la musica?”. Il poema sinfonico di Strauss venne utilizzato da Bernstein per far capire che nessuno può avere la pretesa di spiegare cosa la musica voglia dire, perché la musica non significa nulla, anche quando intende significare qualcosa, come nel caso di una composizione a programma che si rifà precisamente e didascalicamente a un romanzo e a dei personaggi. Ebbene sì, ci dice Bernstein, anche in questo caso la musica non significa nulla, con buona pace di esegeti e critici che tendono ad imporre una visione come unica ed assoluta. Tutto sta nell’interpretazione e su questo il maestro americano non sembrava avere dubbi. 

Qualche anno dopo il poema di Strauss, tocca al compositore francese Jules Massenet intraprendere il tentativo di scrivere, su libretto di Henri Cain, l’opera lirica Don Quichotte. L’opera debutta nel 1910 e riesce, a mio avviso, ad affascinare e a centrare alcuni punti nevralgici dell’umanità di Don Chisciotte. L’impresa di ridurre a libretto d’opera un monumento della letteratura è molto ardua. Il librettista ci riesce. Restituisce un pezzo del viaggio di Don Chisciotte sintetizzando la sua vicenda con leggera chiarezza. La musica di Massenet ci traghetta in un universo onirico e crudele al tempo stesso. L’interludio tra il quarto e il quinto atto dell’opera è un pezzo bellissimo, lasciato alla sola voce di un violoncello che per quasi tre minuti disegna una melodia che plana come un uccello nell’aria o come un fiume che sta sfociando nel suo mare. Una melodia che sembra stia danzando lentamente su un orizzonte sinuoso, malinconico. E’ una resa oppure una pace interiore? E’ una sconfitta o la calma raggiunta dopo la tempesta? Quei tre minuti introducono al quinto e ultimo atto, in cui solo i due amici, Sancho e Don Chisciotte, rimangono in scena a parlarsi per l’ultima volta, mentre la consapevolezza della fine incombe. Ma forse non ci sono solo loro due, perché a un certo punto emerge invisibile la voce di Dulcinea: forse la morte non ha vinto, la stella è lì a risplendere, l’isola dei sogni risuona ancora fulgida; il desiderio non è scomparso, la voglia di proseguire nella fatale scommessa, di uscire e andare oltre resta intatta. Quel movimento che ci fa essere terribilmente umani e fragili. Nell’inclinarsi verso la fine, Don Chisciotte e con lui la musica di Massenet resistono alla disperazione, alla rassegnazione, alla tragedia. Don Chisciotte non è tragico perché sublima il dramma. Non c’è sangue che viene sparso. Il sangue rimane raccolto e celebrato come quello di un Cristo laico che osò sfidare i sacerdoti e i farisei del suo immaginario, i centurioni e i prefetti della sua geografia interiore. 

Don Chisciotte sfida perciò le nostre paure e ci lascia una grande lezione. La sua lancia ammaccata si dirige contro di noi quando ci lasciamo vincere dalla banalità e dalla rassegnazione, quando il coraggio ci manca e diventiamo anonimi. Nazim Hikmet, nella sua poesia dedicata a Don Chisciotte, lo sintetizza in tre bellissime strofe e dà ragione alla sua follia: “Hai ragione tu, Dulcinea / è la donna più bella del mondo / bisognava gridarlo in faccia / ai bottegai”. Siamo noi quei bottegai quando rinunciamo a sognare. Quando ci facciamo schiacciare dalle convenzioni, quando riduciamo il mondo a delle etichette, quando la comodità diventa il metro con cui misurare le scelte, quando abbiamo paura di gridare in faccia al mondo chi siamo. Don Chisciotte punta la sua lancia contro di noi che abbiamo tutto e troppo, che abbiamo cessato di sporcarci le mani, che ci facciamo scudo col cinismo e la rassegnazione per ridere di chi ancora è assetato di bellezza, verità e giustizia. E’ contro le nostre anime addormentate che Don Chisciotte muove il suo ronzino: per scuoterle, per risvegliarle. Per dirci che chi cade non è un fallito.  

Il fascino di Don Chisciotte è quello che proviamo per quel brivido di esistenza che ci ricordiamo di aver vissuto, per quei giganti che abbiamo provato a combattere, anche se erano più forti e più grandi di noi. Anche se non aveva senso farlo. Don Chisciotte ci indica che il limite va sentito e non evitato e che al termine del viaggio non ci sono fallimenti, ma solo storie da raccontare. Don Chisciotte fa parte di quei personaggi che un bel giorno, a un certo punto, decidono che è arrivato il momento. È sempre un momento preciso, quando si prende una decisione. Quella decisione. Quel momento in cui cambia la vita. Ognuno di noi ha un momento simile. Bello o brutto. Ma di solito è bello, perché si sceglie. Si esce, appunto, oltre e allo scoperto. 

All’inizio dell’opera di Massenet, quando il sipario deve ancora levarsi, si sentono delle voci che cantano forte: “Alza!”. È un incitamento appunto all’azione. Bisogna andare, bisogna attaccare, bisogna partire per il viaggio, bisogna alzare il sipario per entrare nel regno della finzione: levarsi dal torpore attraverso la potenza dell’immaginazione e alzare lo sguardo oltre l’orizzonte. Oltre… di là, fuori. E’ il senso di uscire, andare allo scoperto. Il coraggio dei valorosi e degli arditi. Questo ci dice l’avventura di Don Chisciotte, che può anche spaventarci perché scandaloso, imbarazzante, scomodo. Ma dove se ne vuole andare? Che si è messo in mente? È ridicolo! Eccola, la sentenza che liquida ridendo chi crede in un ideale. 

Sancho difende Don Chisciotte, lo protegge e si scaglia contro chi lo deride per i suoi pantaloni scuciti, il farsetto liso, le calosce fangose. Sancho lo sa che non arriveranno da nessuna parte? Forse sì. La sua pancia lo sente, le sue ossa ammaccate, il letto su cui desidera riposarsi o la tavola a cui ambisce di cenare glielo dicono chiaramente: è un viaggio destinato al naufragio. Eppure Sancho rimane, emblema della fedeltà. Sancho è l’amico che ti segue anche se non sa dove stai andando. Anche quando stai sbagliando. L’amicizia che ti difende dai giudizi, che ti fa da sponda quando vai di traverso. Tutti vorremmo poter contare su un Sancho che non ci pianti mai in asso. 

“Dove c’è musica non ci può essere cosa cattiva”, è la stupenda frase del fedele Sancho. La musica dell’opera di Massenet celebra la tenerezza che l’umanità di Don Chisciotte provoca in noi e lo rende sublime. Nel finale del primo atto dell’opera di Massenet, Don Chisciotte sente la voce di Dulcinea e tra sé ripete: “Succeda quanto è destino: la mia parola è sacra e io la manterrò”.  “Mantenere” è un verbo stupendo: tenere in mano, nel senso di proteggere, curare, conservare. Qualcosa che non viene scalfito dal tempo, che non varia in base alle opportunità. In questo verso c’è tutta la bellezza di Don Chisciotte e il suo porsi volontariamente fuori dalle regole della convenienza, su cui si basa il mondo reale. Ribadisce infatti il valore del “sacro” che dona la forza di dare e mantenere la parola. Questa atmosfera è ben dipinta da Jules Massenet nella sua opera, attraverso la sua tavolozza orchestrale e il suo lirismo vocale. 

Don Chisciotte mantiene la sua rotta verso l’isola che cerca di raggiungere, le sue coste bagnate da un mare azzurro, ancora mai scrutato da occhio umano. L’isola di chi, nonostante le cadute e le cicatrici, nonostante le porte in faccia, nonostante le ingiustizie e lo smarrimento, nonostante tutto e tutti, osa ancora sognare.

PREVIDENZA – Quota 41 o 64 in arrivo? Anief: l’importante è introdurre un pre-pensionamento di 4 anni senza penalizzazioni, nella Scuola è necessario

“Sono due gli interventi che il Governo sta attuando sulle pensioni con la Legge di Bilancio per evitare il ritorno alla Fornero: Quota 41 e Quota 64 anni. L’importante è che l’Italia intraprenda quello che si fa negli altri Paesi economicamente sviluppati: mandare i cittadini lavoratori in pensione a 63 anni con il massimo dei contributi”. A sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, che chiede quindi un pre-pensionamento di almeno quattro anni rispetto alla legge che tornerebbe in vigore dal 1° gennaio prossimo.

 
Intervistato dall’agenzia Teleborsa, il sindacalista autonomo ha detto che se lo Stato ha giustamente deciso che “si deve accedere al lavoro con dei titoli di studio di formazione superiore, allora è giunto il momento di riconoscere gratuitamente il riscatto degli anni di studio”, come ha più volte detto anche il presidente Inps Pasquale Tridico. Secondo Pacifico, si tratterebbe di “due operazioni importanti per svecchiare non solo la Pubblica Amministrazione e tutto il mondo del lavoro, non solo per aprire le porte ai giovani e ringiovanire il personale della scuola, dato che abbiamo la classe docente più vecchia del mondo, ma questa operazione servirebbe a garantire una parità di trattamento tra i lavoratori dei paesi economicamente più sviluppati”.
Secondo il leader dell’Anief, infine, c’è un ultimo punto fondamentale: “le donne che lavorano devono avere qualcosa di riconosciuto, un qualche contributo importante, in particolar modo se hanno dovuto affrontare anche la maternità: se il Governo italiano ha introdotto, giustamente, un Ministero della Natalità, allora bisogna anche intervenire concretamente per garantire il diritto delle donne ad essere pienamente madri e lavoratrici” adeguatamente tutelate delle leggi.
 
Il giovane sindacato chiede, in particolare, che docenti e personale Ata vengano equiparati, a livello di previdenza, ai lavoratori delle forze armate, permettendo così loro di lasciare in ogni caso il lavoro a 62 anni e senza tagli all’assegno di quiescenza. “Non è una concessione – conclude Pacifico – considerando l’alto numero di casi di insegnanti sottoposti a  burnout  e a patologie invalidanti dovute allo stress da lavoro prolungato e senza nemmeno il dovuto riconoscimento del rischio biologico, molto presente tra coloro che operano nei nostri istituti scolastici”.
 
Anief ricorda che, in convenzione con Cedan, anche quest’anno è stato avviato il servizio di consulenza per chi è interessato al pensionamento: è possibile contattare via web la sede sindacale più vicina.
 
 
 
PER APPROFONDIMENTI:
 
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