L’artigianato dell’insegnamento
L’artigianato dell’insegnamento
di Margherita Marzario
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art. 33 comma 1 Cost.).
In ogni forma artistica (come in ogni attività) c’è differenza tra interpreti, esecutori, appassionati e talentuosi: così nell’educare e nell’insegnare, perché sono arte dell’educare e arte dell’insegnare. Insegnare, lasciare segni: significa che nel corso della vita degli ex-alunni rimarrà, anche in modo inconsapevole, qualche traccia di quello che si è detto e fatto con e per loro.
Insegnare è impegnarsi e ingegnarsi per gli altri, per la vita. Nel processo insegnamento-apprendimento si dovrebbero usare più le dita (con-tatto) e meno i mezzi digitali (tra gli altri lo sostiene il filosofo Umberto Galimberti). Così si esercitano l’arte e la scienza e la libertà (art. 33 Cost.).
Il senso profondo dell’insegnamento: non è solo trasmettere quello che si sa ma anche e soprattutto quello che si è, perché le nuove generazioni hanno bisogno di autenticità per avviarsi verso la loro adultità e le conseguenti responsabilità. I giovani sono alla ricerca di autentici maestri e di testimoni che indichino loro la strada della verità e dell’amore, lo fanno sin da piccoli quando con fiducia e trasporto afferrano la mano di un adulto per coinvolgerlo nelle loro scoperte o si fanno condurre nell’attraversare la strada o verso altro. I bambini e i ragazzi non hanno tanto diritto alla qualità quanto alle qualità. “Ogni persona ha diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi, al fine di mantenere e acquisire competenze che consentono di partecipare pienamente alla società e di gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro” (dal Pilastro europeo dei diritto sociali, 2017).
“Oggi più che mai, è quasi impossibile prevedere come sarà il mondo fra pochi anni. Sappiamo soltanto che ogni alunno dovrà cercarvi liberamente il proprio posto, e soprattutto dovrà chiedersi in che modo vuole prendersene cura e migliorarlo. Ci auguriamo che ciascuno di noi sia stato abbastanza audace, sanamente ambizioso e impegnato nell’accompagnare gli alunni, e forse un giorno li riconosceremo dai loro frutti. E auspichiamo che la loro impronta nel mondo resti viva, così come tante cattedrali perdurano nell’inarrestabile trascorrere del tempo” (lo studioso gesuita Álvaro Lobo Arranz). La fecondità dell’insegnamento: far sentire il proprio cuore e trasmettere il coraggio di andare controcorrente, altrimenti è solo indottrinamento. L’insegnante è colui che assegna e consegna qualcosa, semi di conoscenza, semi di vita, semi di futuro.
L’insegnamento è una relazione orizzontale e circolare, è uno scambio di arte e scienza, di conoscenze ed emozioni, è cre-attività (così si attuano i principi costituzionali, dal progresso materiale o spirituale della società ex art. 4 Cost. alla libertà di insegnamento ex art. 33 Cost.).
“Quando guardo i bambini giocare liberamente mi emoziono per la fantasia e la creatività che mettono in campo copiosamente – scrive l’educatore Paolo Mai –. Quando inventano storie camminano per sentieri unici, magici che mi incantano, la loro immaginazione travalica quei limiti mentali che noi adulti ci autoimponiamo e spesso imponiamo loro. Se qualcuno non li costringe a colorare la fragola solo di rosso o a imparare storie che non li appassionano, questo tesoro, che tutti custodiscono, viene coltivato e li aiuterà nella vita. La stessa cosa è con l’amore, i bambini amano per amare non per ricevere qualcosa in cambio, almeno fino a quando non cominciano ad imitarci”. […] il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Uno dei migliori atteggiamenti che si possano avere nei confronti di un bambino è l’osservazione. “Osservare” deriva dal latino observare, composto dalla preposizione ob, che indica “moto verso”, e da servare, che significa “guardare, salvare, custodire”, quindi indica una predisposizione d’animo, rispetto, sguardo proteso. Osservare i bambini non significa consentire loro di fare di tutto ma conoscerli meglio, imparare da loro per intervenire quando necessario. L’educazione (o l’insegnamento) è una relazione in senso bilaterale e non unilaterale: i bambini sono bambini non burattini.
“[…] l’unico vero esame abilitante per l’insegnamento, cioè quello che richiede la pazienza, l’ascolto, la coerenza, la credibilità” (prof. Marco Pappalardo). L’insegnamento non è un lavoro comune ma una funzione.
Insegnante: lasciare un segno, a cominciare dall’avere uno sguardo differente verso gli alunni e verso ciascun alunno, in mezzo allo scorrere dell’indifferenza generale e del grigiore circostante. L’insegnante, perciò, può conoscere ogni metodo specifico (da quello Montessori a quelli odierni) ma non deve mai dimenticare quale sia lo scopo del metodo – tenendo conto anche che “metodo” significa letteralmente “strada attraverso cui si va oltre” – e del tanto decantato (ma non sempre rispettato) principio costituzionale della libertà di insegnamento (art. 33 comma 1 Cost.).
“Ci sono maestri-cedro e maestri-palma. I primi levano verso il cielo i loro rami irraggiungibili, carichi di frutti. I secondi, invece, hanno i datteri già nei loro rami bassi e anche chi è piccolo può afferrarli e gustarli” (aforisma orientale). “[…] i maestri-cedro, monumentali e sontuosi come quelle piante […]. Ma per fortuna ci sono i maestri-palma […]. Si è maestri-palma perché non si insegna solo quello che si sa, ma anche quello che si è. È proprio qui la differenza tra l’intelligente e il vero sapiente e maestro” (Gianfranco Ravasi). Nell’art. 28 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, articolo relativo all’educazione e, conseguentemente, all’istruzione, si parla di “progressiva piena realizzazione di tale diritto”, si ripete più volte “tutti” e “tutti i fanciulli” e si usa l’aggettivo “appropriate/a”. I maestri, per essere tali, tengano conto anche di ciò, altrimenti sono solo raccoglitori e ripetitori di informazioni considerando gli alunni dei ricettacoli. L’insegnante dovrebbe essere un disegnatore di innovazioni ed emozioni.
“[…] ciò che fiorisce in noi è più grande di ciò che noi abbiamo. Un insegnante, quando svolge bene il suo compito, trasmette messaggi più grandi di lui. Gli alunni, quando ascoltano, riescono a capire delle cose che l’insegnante non aveva detto, o cose che l’insegnante non pensava. Perché la verità è più grande di ciò che dice e pensa l’insegnante. Altrimenti l’umanità non andrebbe mai avanti. L’umanità può evolvere in positivo perché la forza creatrice che alimenta la vita contiene ricchezze non ancora espresse, verità non ancora conosciute. Ciò che deve essere raccolto, deve essere più grande di ciò che noi seminiamo. Dobbiamo essere consapevoli che la forza di vita, in gioco nella nostra esistenza, è più grande di noi e può fiorire in novità, che noi non siamo in grado di programmare” (Carlo Molari). Insegnare è tracciare un solco in cui mettere semi di entusiasmo, passione e vita: ecco il senso della cultura (da “coltivare”).
“I bambini si davano da fare intorno a qualche rottame, il gioco preferito era imparare a fare” (lo scrittore Erri De Luca in “I pesci non chiudono gli occhi”): imparare a fare, insegnare a vivere (come la vita culturale ed artistica di cui si parla nell’art. 31 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, articolo sul diritto al gioco).
Walt Disney: “Se puoi sognarlo puoi farlo”. Insegnare sia questo monito di vita!
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