A fine secolo

A fine secolo

di Antonio Stanca

   Quando finisce un avvenimento, un fenomeno, quando si conclude una vicenda, una manifestazione, un’operazione, si è portati a riflettere su quanto c’è stato, su come si è svolto, a formulare giudizi, trarre conclusioni. Così pure quando finisce un’epoca, un secolo anche se in questo caso non è necessario attendere fino alla fine ché già molto tempo prima s’inizia a considerare, valutare. Così è stato per il ventesimo secolo che è finito di recente. Anche di esso si era iniziato a parlare prima della fine. Più fondati, più convincenti diventano, però, i giudizi a conclusione avvenuta, quando veramente finito è il tempo in questione. È quanto sta succedendo in questi giorni. In tanti modi, con tanti mezzi, televisione, radio, Internet, stampa, dibattiti pubblici, conferenze, convegni, si parla, si discute su quanto è avvenuto nel mondo del Novecento, su quali sono stati i vantaggi e quali gli svantaggi, sugli sviluppi, i progressi e i danni, i pericoli, sulle conquiste e le perdite. In verità abbastanza contrastanti risultano i giudizi e se a quelli decisamente negativi circa la prima metà del secolo, l’età delle guerre mondiali, seguono giudizi positivi riguardo ai tempi venuti dopo, quelli caratterizzati da un progresso sempre crescente, da continue scoperte scientifiche, dalle loro applicazioni tecniche, dal miglioramento delle generali condizioni economiche, da una modernità divenuta possibile a larghi strati della popolazione mondiale, divenuta capace di risultati eccezionali, determinanti, fondamentali nel moderno ambito dell’attività narrativa, lirica, filosofica, figurativa, musicale, del cinema, del teatro, dello sport, di ogni genere di eccellenza, non altrettanto si può dire dei giudizi circa la fine del secolo quando ad un progressivo imbarbarimento dei costumi privati e pubblici si è assistito, ad una perdita sempre più grave, sempre più estesa dei principi, dei valori costitutivi della persona umana, delle sue istituzioni fondamentali, degli ideali che erano stati alla base, quando ai problemi interni dei singoli stati si sono aggiunti altri esterni, di carattere più vasto, mondiale quali il surriscaldamento climatico, la deforestazione, la desertificazione, i disastri ambientali, i pericoli spaziali, gli inquinamenti, le epidemie, l’immigrazione, le guerre, la povertà, la mortalità. Sono problemi che vedono coinvolto l’intero pianeta. E tutti gravi sono poiché non si intravedono soluzioni né per i primi né per i secondi, né per quelli di una nazione, di un popolo né per quelli del mondo, dell’umanità. Sono diventati quasi una parte costitutiva, integrante del sistema attuale, ci si è arresi, adattati ad essi fino a farne uno spettacolo tra gli altri della moderna barbarie.

   È questa l’eredità del secolo scorso, per arrivarci sono serviti anni, decenni d’incuria, disordine, confusione, di mancate osservazioni delle regole, di frequenti concessioni ai difetti, ai vizi, di tutto quello che è andato a formare l’attuale stato delle cose. Ne è così caratterizzato che sembra diventato modificarlo. Non si saprebbe da dove cominciare, chi dovrebbe farlo, come, visto che a diversi livelli, in diversi modi coinvolti siamo tutti. Questa è la vita che ci è giunta dal secolo scorso, è allarmante, è priva di un futuro, è completamente diversa da quella che ci si aspettava. Il progresso, la modernità, la civiltà avevano fatto pensare a ben altro!

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