R. Teruzzi, Non si uccide per amore

Rosa Teruzzi tra storia e vita

di Antonio Stanca

   Da Feltrinelli, su licenza Marsilio, è stato riedito Non si uccide per amore, terzo romanzo della serie “I delitti del casello” di Rosa Teruzzi. La prima edizione è del 2018. Il genere quello del romanzo “giallo” anche se non si limita, come i due precedenti, all’azione criminale, alla sua indagine ma vi fa rientrare molta altra vita. 

   Teruzzi è nata a Monza nel 1965. È vissuta, ha studiato a Milano e qui vive e lavora. È caporedattrice del programma televisivo “Quarto grado” su Retequattro. Aveva iniziato come giornalista e la “cronaca nera” era stato il suo interesse principale. Aveva, poi, condotto, in televisione, programmi culturali. Si era rivolta, infine, alla narrativa e i romanzi della serie “I delitti del casello”, iniziata nel 2016, l’avevano resa famosa già allora. Avrebbe scritto altri romanzi, racconti ma a quella serie, prodotta sulle rive del lago di Como in un vecchio casello ferroviario e giunta all’ottavo romanzo, sarebbero rimasti legati il suo nome e il suo successo. Sarà stato perché leggendo quei romanzi si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un’opera unica, che riprende sempre la sua trama ma che ogni volta vi fa rientrare nuove situazioni, fa posto a nuovi personaggi, mostra nuovi sviluppi. Tra ambienti che si ripetono, in una vita che ritorna sulle sue figure, sui suoi luoghi principali, la Teruzzi fa comparire cose nuove. È una maniera che incuriosisce, avvince il lettore e che unita alla semplicità, alla facilità espressiva della scrittrice spiega il successo che le ha procurato fin dal primo apparire.

   In Non si uccide per amore ritorna il casello ferroviario situato nella periferia milanese, zona del Giambellino, dietro il Naviglio Grande, ritornano le tre donne che vi abitano, la fioraia Libera, quasi cinquantenne e ancora bella, ancora in cerca di amore, la giovane figlia Vittoria impiegata in polizia e la madre Iole, quasi settantenne e ancora dinamica, attiva. Libera e Iole sono vedove mentre Vittoria non è ancora fidanzata. Ritorna pure il problema che aveva percorso l’intero secondo romanzo, La fioraia del Giambellino, rimanendo senza soluzione, la morte improvvisa, cioè, del poliziotto Saverio, marito di Libera, rimasto vittima di un agguato avvenuto venti anni prima e del quale non si erano mai scoperti i colpevoli. Anche Vittoria si era interessata del caso del padre nelle vesti di poliziotto ma senza risolverlo. Ora a soffrire in particolar modo era Libera perché, tormentata da quel ricordo, inseguita dal pensiero di quei tempi, non trovava quiete ed ogni notte aveva gli stessi incubi. Si rivolgerà alle forze dell’ordine, andrà in questura, cercherà di far riaprire un caso archiviato da molto tempo ma non sopporterà la lentezza con la quale ci si muove. Pertanto come nelle opere precedenti anche in questa saranno lei e sua madre ad assumersi il compito di condurre l’indagine circa l’omicidio di Saverio. Lo faranno come al solito, avviando, cioè, un movimento che si estenderà sempre più, che comprenderà tante altre persone, tanti altri posti, tante altre situazioni, tanta altra vita, e procedendo ognuna con il proprio modo di pensare, di fare: più riservato, più controllato quello di Libera, più energico, più deciso quello di Iole. Stavolta Vittoria rimarrà in disparte perché, sicura di aver trovato il suo uomo e decisa a non perderlo, penserà soprattutto a stare con lui. A sostituirla accanto alla madre e alla nonna ci sarà Irene, una collaboratrice del quotidiano serale La Città,che si dichiarerà disposta a prendere parte alle indagini. Anche il direttore del giornale, Cagnaccio, vi parteciperà a suo modo e si ascriverà il diritto di pubblicare per primo la verità sul caso Saverio se fosse stata scoperta.

    Di nuovo vasta, immensa diventerà la vicenda, tantissime saranno le circostanze, tantissimi i colpi di scena, infiniti i risvolti. Intera, totale risulterà la vita rappresentata dalla scrittrice, sarà di tanti, di tutti quelli che una storia rimossa dopo venti anni da quando è successa può far emergere. Non sarà facile portare alla luce, chiarire un problema così lontano, seguire tracce che spesso si sono perse, individuare responsabili che a volte sono scomparsi perché morti o fuggiti, perché hanno assunto altri nomi o vivono nascosti. Succederà pure che quelle donne si scoraggino, perdano la loro fiducia ma nonostante tutto continueranno a muoversi e sorprese rimarranno quando la verità non si mostrerà loro come avevano sospettato, come dovuta, cioè, ad un evento clamoroso, complicato, nel quale avevano immaginato coinvolte anche le istituzioni, ma ad una semplice, naturale storia d’amore, al potere che questo sentimento può assumere in certi casi, ai pensieri, alle azioni che può comportare.

    Abilissima sarà la Teruzzi nel costruire un’opera così ampia, nel farvi rientrare un’intera epoca, quella italiana degli anni ’70-’90 del secolo scorso, nel ridurla alla dimensione familiare, quotidiana delle tre donne senza trascurare il suo valore, la sua funzione di documento storico. Inoltre ricca di buoni pensieri, di indicazioni utili si mostra come sempre la lingua della scrittrice, una lezione di morale sembra voglia ricavare dai suoi delitti, di bene vuol dire pur tra tanto male. Non è solo storia la sua, è anche vita!

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