Vi racconto il Pensatore di Rodin

Muscoloso, nudo, assorto. È universalmente noto come il Pensatore ed è considerato un simbolo della filosofia. Eppure Auguste Rodin lo concepì originariamente come la rappresentazione di Dante che medita sull’Inferno, indicandolo come “il poeta“.

Tutto ebbe inizio nel 1880, quando lo scultore venne incaricato dal governo francese di realizzare una porta monumentale destinata al nuovo Museo di Arti Decorative. Rodin decise di dedicarla all’Inferno dantesco perché, secondo lui, «Dante non è solamente un visionario e uno scrittore; è anche uno scultore. La sua espressione è lapidaria, nel senso buono del termine. Quando descrive un personaggio, lo rappresenta solidamente tramite gesti e pose».

Joseph Noel Paton, Dante medita sull’episodio di Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, 1852, olio su tela, cm 160×96, Bury Art museum

L’artista si dedicherà per quasi quarant’anni al progetto della Porta dell’Inferno, trasformando in materia 186 personaggi dei vari gironi infernali e facendoli emergere in altorilievo dai battenti. Dante, seduto su una roccia e alto circa 70 cm, è collocato al centro del sopraporta, intento a meditare sulla propria opera poetica, con il mento poggiato sul pugno chiuso della mano destra, il gomito posato sulla coscia sinistra e l’altra mano penzolante dal ginocchio sinistro, mentre osserva le scene infernali sotto di lui. 

L’opera però resterà incompiuta anche perché il museo per cui era destinata non venne più realizzato né andò a buon fine la proposta di collocarla al Louvre.

La fusione in bronzo arriverà solo dopo la morte dello scultore e si trova oggi al Museo Rodin di Parigi, assieme al gesso originale, alto 5,30 metri.

Rodin decise quindi di sviluppare come statue autonome alcune figure della porta: è in quel momento che Dante diventa una scultura a parte.

Estrapolata dal suo contesto nel 1888, la statua ha assunto un significato più universale: è l’uomo moderno che riflette sul suo destino, carico di incertezze. “Quel che rende il mio Pensatore pensante – scrive Rodin – è che non pensa solo con il suo cervello, con la sua fronte accigliata, le sue narici aperte e le labbra tese ma anche con ogni muscolo delle sue braccia, schiena e gambe, con i suoi pugni chiusi ed i piedi contratti.

Albert Harlingue, Rodin con il pensatore, 1905

Per modellare quel corpo potente, che ricorda il modellato del torso del Belvedere, Rodin scelse come modello il pugilatore francese Jean Baud. Sebbene la forza fisica non fosse normalmente associata alla meditazione, Rodin voleva che quel gesto esprimesse qualcosa di epico. La grandezza del pensiero si doveva manifestare anche attraverso il vigore del corpo.

D’altra parte lo stesso vigore era presente anche nel riferimento artistico scelto da Rodin e cioè la statua cinqucentesca di Lorenzo de’ Medici realizzata da Michelangelo (non per nulla chiamato anche “il pensieroso”), di cui riprende sia la possanza sia la particolare posa, con la testa poggiata sulla mano e il gomito sulla coscia.

Michelangelo, Lorenzo de’ Medici, 1520-1534, Basilica di San Lorenzo, Cappella Medicea, Firenze

Rodin non scelse di ispirarsi a Michelangelo per caso. Quell’artista, infatti, era stato per lui una rivelazione, una scoperta che cambiò per sempre il suo modo di concepire l’arte, passando da un linguaggio classicheggiante a uno più espressivo e immediato.

La svolta era stata innescata dal viaggio in Italia compiuto nel 1875 e soprattutto dalla visione delle opere di Buonarroti. “Da quando sono giunto a Firenze dedico il mio tempo allo studio di Michelangelo e credo che questo grande mago mi stia consegnando alcuni dei suoi segreti”, disse Rodin di quell’esperienza. È per questo che la sua opera più innovativa di quel periodo, L’età del bronzo, ricorda in modo palese lo Schiavo morente di Michelangelo (conservato al Louvre).

Ma torniamo al gesto di Lorenzo de’ Medici. Michelangelo lo ha utilizzato per un motivo molto preciso: la mano che regge la testa o il mento era una posa densa di significati, usata dagli artisti per indicare l’indole melanconica, una condizione associata non tanto alla tristezza ma a una profonda sensibilità, vicina all’ossessione e al genio artistico.

Raffaello la attribuisce a Eraclito, il personaggio seduto in primo piano nel grande affresco della Scuola di Atene.

Raffaello, La scuola di Atene, particolare della figura di Eraclito, 1509-1510, affresco, Stanza della Segnatura, Palazzi Apostolici, Città del Vaticano

Di qualche anno più tarda è una delle raffigurazioni più note di questo tipo caratteriale, opera di Albrecht Dürer, nella quale una figura alata poggia la testa sul pugno chiuso, quasi a sostenere il peso del pensiero.

Albrecht Dürer, Malencolia I, 1514

Tuttavia si tratta di una posa antica, associata anche alla sofferenza, come in questa placchetta greca in cui Ulisse, a destra, si avvicina a una sconsolata Penelope.

Penelope afflitta, 460-450 a.C., terracotta, cm 18×27, MET, New York

Nel tempo diventa la posa ideale per rappresentare la figura del filosofo.

Salomon Koninck, Un filosofo, 1635

Ma anche il generico pensare da parte di qualsiasi personaggio.

Pierre-Auguste Renoir, Ragazza pensierosa, 1877

Basta farci caso e scopriremo che questa posa è diffusissima in tutta la storia dell’arte, applicata ai personaggi più vari.

Tanto per aggiungere un esempio contemporaneo alla carrellata, anche l’emoji che indica il dubbio, il ragionamento, il pensarci-sopra, ha la mano sotto il mento.

La “polisemia” di questo gesto è ciò che ha consentito a Rodin di trasformarlo dalla riflessione sulla propria opera collegata alla figura di Dante, a un’indefinita meditazione da parte di un uomo simbolico, una metafora della vita stessa e del destino.

All’intenso effetto drammatico contribuisce anche il trattamento del corpo nudo, la cui superficie vibrante e imprecisa ricorda la pennellata impressionista ma anche l’incompiuto michelangiolesco.
Eppure, nonostante l’originalità e la potenza di questa scultura, resterà come modello in gesso fino al 1902, quando verrà fusa la prima versione bronzea del Pensatore in grandi dimensioni (che però sarà presentata al pubblico solo nel 1904).

Edward Steichen, Rodin, Il Pensiero, 1902, stampa da due negativi

Nei decenni successivi ne vengono realizzate più di venticinque copie, di varie misure, sparse in tutto il mondo, da New York a Venezia, da Buenos Aires a Dresda, da Tokio a Istanbul.

Una copia venne commissionata nel 1905 dal Dottor Max Linde, un oftalmologo di Lubecca, nonché mecenate e collezionista, che la installò nel parco della sua residenza. Casualmente Linde era anche un estimatore di Edvard Munch e per sostenerlo economicamente gli commissionò nel 1907 un dipinto raffigurante il suo Pensatore. Si tratta di una tela sorprendente, un’opera d’arte che raffigura un’opera d’arte, dandole un nuovo aspetto e un nuovo significato.

Una riproduzione del Pensatore si trova anche sulla tomba di Rodin a Meudon, voluta dallo stesso scultore scomparso nel 1917.

Ovviamente una figura dall’immagine tanto potente non poteva che generare fiumi di citazioni e reinterpretazioni, anche irriverenti. Una delle prime è molto significativa: dipinta da William Orpen nel 1917, in piena Prima Guerra Mondiale, raffigura un soldato seduto su una roccia presso la Butte de Warlencourt, un sito francese teatro di tragici scontri. Accanto a lui un elmetto sul terreno e altri detriti.
Non c’è nulla di ironico nella ripresa del Pensatore di Rodin, anzi, forse aggiunge significato alla scultura originaria con una riflessione sul non-senso della guerra.

William Orpen, Il Pensatore sulla Butte de Warlencourt, 1917, acquerello su carta, cm 51×42, Imperial War Museum, Londra

Poi fu la volta dell’illustrazione, come quella della rivista americana Judge che nel 1925 ha messo in copertina una donna in posa da pensatore intenta a ragionare su un cruciverba.

Del 2014 è un’altra copertina, questa volta con uno dei supereroi della Marvel, insolitamente meditabondo.

Nel frattempo il Pensatore era diventato anche modello per la pubblicità. Questa, del 1943, promuove una sorta di bibita per bambini.

Questa, invece, realizzata nel 2007, è una versione della scultura in forma “automobilizzata“.

La casistica è ancora molto vasta ma, per esempio, quelle con il Pensatore seduto sul wc non mi pare che facciano onore alla creazione di Rodin…

Ad ogni modo solo un vero capolavoro ha il potere di diventare un archetipo. Sta a noi riuscire a meritarlo.

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Ieri pomeriggio ho tenuto un seminario online sulla storia del paesaggio pittorico, un percorso che mi ha sempre affascinata per la bellezza delle viste sul mondo che di secolo in secolo si sono succedute.
Per chi volesse rivedere quella passeggiata sul paesaggio dipinto, questo è il video.
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Alla fine del percorso, tra le domande che ho ricevuto, ce n’è stata una che avrei voluto approfondire di più, e cioè se, oltre ai pittori che ho mostrato, ci sono state anche paesaggiste donne.
Emma Löwstedt-Chadwick (1855-1932), Parasole, Bretagna, 1880, olio su tavola, cm 29 x 50, Collezione privata
Certamente ce ne sono state, sebbene in numero molto inferiore rispetto agli uomini (dipingere all’aperto, per altro, era giudicato “sconveniente” per le donne).
Kitty Lange Kielland, Panorama a Cernay-la-Ville, 1885/1887, olio su tela, cm 46×55, Museo nazionale, Oslo
Se non le ho incluse in quel percorso è perché mi sono mossa partendo da particolari vedute che mi interessava mostrare, perché caratterizzate da un modo specifico di intendere il paesaggio, senza tenere conto di chi fosse l’autore.
Ma voglio cogliere l’occasione di questa domanda per raccontare la storia di una paesaggista francese di straordinario talento: Louise-Joséphine Sarazin de Belmont.
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Nacque a Versailles nel 1790 e studiò pittura privatamente (alle donne non era consentito frequentare l’Accademia) con Pierre-Henri de Valenciennes (1750-1819) un importante paesaggista francese, maestro di un’intera generazione di pittori della natura e anticipatore della grande stagione della pittura en plein air. Già nel 1799, nel suo testo teorico sulla pittura di paesaggio, Valenciennes scriveva «è buona cosa dipingere lo stesso soggetto in diverse ore del giorno, per osservare la differenza delle forme prodotta dalla luce».
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Negli anni del Primo Impero, la giovanissima pittrice fu incoraggiata dalla stessa Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone, e già a 22 anni, nel 1812, presentò i primi dipinti al Salon (dove continuerà a esporre fino al 1868). Dopo la Restaurazione fu una protetta della Duchessa di Berry, cioè Carolina di Borbone principessa delle Due Sicilie, che possedeva almeno 12 tele di Sarazin de Belmont. Fu apprezzata anche dai colleghi pittori, in particolare da Ingres.
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Spirito indipendente, Sarazin de Belmont iniziò a viaggiare incessantemente per dipingere all’aria aperta, spesso in luoghi remoti. Fu tra i primi artisti a dipingere nei Pirenei, dove realizzò un gruppo di studi pensati come “cartoline” per i viaggiatori. Intraprese numerosi viaggi nella regione tra il 1828 e il 1835 e affittò persino un umile cottage di pastori dove visse da sola per tre mesi per dipingere “sur nature”, un atteggiamento molto audace per una donna della sua epoca!
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Viste dei Pirenei, 1828-1835, olio su carta, montato su tavola, cm 95×100, Collezione privata
Sempre nei Pirenei, nel 1830, Louise-Joséphine raffigurò il magnificente Circo di Gavarnie, un enorme teatro di monti del diametro di 6 km.
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Nel 1833 raffigurò anche la foresta di Fontainebleau, luogo dove si stava formando la Scuola di Barbizon. A differenza degli studi di piccolo formato, realizzati con pennellate sciolte e un vivido effetto di naturalezza, questa tela mostra un linguaggio più accademico e la tentazione di fare di quel luogo una veduta ideale, che tendono a irrigidire leggermente la scena.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Interno della foresta di Fontainebleau, 1833, olio su tela, cm 44×60, Musée d’arts de Nantes
Decisamente più fresco è il piccolo dipinto – forse concepito come souvenir da regalare – che raffigura una costa rocciosa con bagnanti (in Bretagna o in Normandia), del 1835. Nella scena alcune donne si spogliano per fare il bagno mentre una donna vestita con un grande cappello, probabilmente un autoritratto della pittrice, rimane a riva a disegnare.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Costa rocciosa con bagnanti, 1835, olio su carta montato su cartone, cm 14×19, Fondation Custodia, Parigi
Allo stesso anno appartiene anche una suggestiva Veduta di Parigi dal Louvre con il sole che sorge dietro il Pont Neuf e l’Île de la Cité. Da notare l’effetto dei raggi di sole che fuoriescono da alcune nubi che richiamano certe scenografiche albe di Claude Lorrain.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Vista di Parigi dal Louvre, 1835, olio su tela, cm 119×162, Rhode Island School of Design Museum, Providence
Simili raggi luminosi si trovano anche nella Vista di Saint-Pol-de-Léon, città della Bretagna che la pittrice raffigurò nel 1837. Qui torna la tipica nitidezza dei paesaggi classici, con l’albero in primo piano sul bordo della tela e un dettagliato skyline del centro abitato sullo sfondo. Ma la dolcezza del cielo nuvoloso ammanta la scena di un palpitante senso di armonia con la natura.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Veduta di Saint-Pol-de-Léon, 1837, olio su carta, Musée des Beaux-Arts de Quimper
Oltre alla Francia, Sarazin de Belmont dipinse anche in Germania e in Svizzera, ma il grosso della sua produzione riguarda l’Italia, il Paese tanto amato dove l’artista visse e lavorò tra il 1824 e il 1826 e di nuovo tra il 1841 e il 1865.
Tra le prime opere italiane alcune vedute imperdibili per artisti e viaggiatori del Grand Tour, come la cascate di Tivoli, dipinte nel 1826. La maestosa visione è colta dal basso, dalla valle dell’Inferno, e include in alto a destra anche il Tempio di Vesta. Si tratta di un tipico paesaggio romantico, che unisce storia e natura in un insieme allo stesso tempo sublime e pittoresco.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Le cascate di Tivoli, 1826, olio su carta montata su tela, cm 72×42, Fine Arts Museum of San Francisco

La stessa fusione tra classicità e paesaggio viene ritrovata dalla pittrice in Sicilia, terra che attraversò in lungo e in largo, e in particolare presso il teatro greco-romano di Taormina. Quella veduta, con la cavea ricoperta d’erba e il vulcano che svetta sopra la scenae frons, era talmente attraente che Sarazin de Belmont la raffigurò due volte, nel 1825 e nel 1828.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Il teatro romano, Taormina, 1825, olio su carta montato su tavola, cm 41×57, Metropolitan Museum, New York
I due dipinti differiscono per pochi dettagli e per il denso pennacchio di fumo che sale dall’Etna nella seconda veduta.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Il teatro romano di Taormina, 1828, olio su carta montato su tela, cm 43×59, National Gallery of Art, Washington DC
Sempre in Sicilia, nel corso della prima permanenza italiana, la pittrice ha raffigurato le costruzioni sul Monte di San Giuliano, a Erice (il castello di Venere e il castello del Balio).
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Vista del Castello di San Giuliano, vicino Trapani, Sicilia, 1824-1826, olio su tela, cm 23×30, National Gallery of Art, Washington DC
Quella veduta, successivamente arricchita della Torretta Pèpoli (1872-1880), è ancora oggi un vero incanto.

Alla seconda permanenza in Italia, durata ben 24 anni, appartengono opere come la vista di Roma da Monte Mario, un tipico paesaggio  classico con il cupolone sullo sfondo e una donna in primo piano seduta presso un’erma femminile e un sarcofago romano.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Roma, vista da Monte Mario, 1842-1859, olio su tela, cm 140×198, Musée des Augustins, Toulouse
Composizioni simili sono state dedicate dalla pittrice anche al panorama di Firenze da San Miniato…
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Firenze, vista da San Miniato, 1842-1859, olio su tela, cm 140×198, Chambre de Commerce de Toulouse
… e a quello di Posillipo da Napoli. Questo, in particolare, è un’anticipazione della tipica cartolina partenopea, con i pini a destra e il Vesuvio sullo sfondo.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Napoli, vista di Posillipo, 1842, olio su tela, cm 139×197, Muséè des Augustins, Toulouse
Tra l’enorme mole di dipinti italiani c’è anche qualche bozzetto incompiuto che svela il processo artistico di Louise-Joséphine. Questo, un cui spicca una bella cupola argentea, è uno di quelli.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Vista di una città italiana, s.d., olio su tela, montato su carta, cm 11×18, Metropolitan Museum, New York
Per finanziare il suo stile di vita da artista itinerante, Sarazin de Belmont organizzò a Parigi delle aste personali delle sue opere, che si tennero nel 1829, 1839 e 1859. Fu la prima artista donna a farlo.Inoltre, a differenza dei primi pittori en plein air, vendette sia i paesaggi finiti sia gli studi a olio, anche se questi furono probabilmente ritoccati in studio. È il caso, per esempio, di questa veduta dipinta dall’interno di una grotta, iniziata sul posto e completata con alcune aggiunte successive, come la vegetazione pendente. La scelta di collocare l’osservatore all’interno della grotta crea un effetto-finestra che incornicia la vista sulle montagne lontane.
Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, Grotta in paesaggio roccioso, s.d., olio su carta montato su tela, cm 42×57, Collezione privata
Non paga della sua attività di pittrice, Sarazin de Belmont si dedicò fin dall’inizio anche alla litografia, tecnica che le consentiva di produrre numerose copie della stessa immagine e quindi di poter diffondere maggiormente il suo lavoro. Ai Pirenei, in particolare, dedicò un’intera pubblicazione a stampa intitolata Album des Pyrénées.

Con la sua lunga carriera artistica – si spense a Parigi nel 1870, all’età di 80 anni – Sarazin de Belmont ha aperto la strada alle pittrici di paesaggio dell’Ottocento. È sepolta al cimitero di Montparnasse assieme a Carmela Bucalo Vinciguerra, la compagna siciliana conosciuta a Taormina da cui la pittrice non si separò mai. Le sue opere si trovano oggi nei più importanti musei d’Europa e Stati Uniti.

Louise-Joséphine Sarazin de Belmont, una paesaggista in Italia

Ieri pomeriggio ho tenuto un seminario online sulla storia del paesaggio pittorico, un percorso che mi ha sempre affascinata per la bellezza delle viste sul mondo che di secolo in secolo si sono succedute.
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Alla fine del percorso, tra le domande che ho ricevuto, ce n’è stata una che avrei voluto approfondire di più, e cioè se, oltre ai pittori che ho mostrato, ci sono state anche paesaggiste donne.
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Nacque a Versailles nel 1790 e studiò pittura privatamente (alle donne non era consentito frequentare l’Accademia) con Pierre-Henri de Valenciennes (1750-1819) un importante paesaggista francese, maestro di un’intera generazione di pittori della natura e anticipatore della grande stagione della pittura en plein air. Già nel 1799, nel suo testo teorico sulla pittura di paesaggio, Valenciennes scriveva «è buona cosa dipingere lo stesso soggetto in diverse ore del giorno, per osservare la differenza delle forme prodotta dalla luce».
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