Visita con i tuoi alunni Ravenna, città del mosaico riconosciuta patrimonio mondiale dall’Unesco

Ravenna è la capitale del mosaico, città romana, gota, bizantina, ma anche medievale, veneziana e infine contemporanea. A Ravenna ci sono ben otto edifici dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. L’arte del mosaico ha trovato a Ravenna la sua più ampia espressione: qui è nata l’iconologia cristiana, un misto di simbolismo e realismo, di influenze romane e bizantine.

Chi visita i monumenti di Ravenna se ne innamora oggi come avvenne nel passato per Boccaccio, che vi ambientò una delle sue più belle novelle, per Dante Alighieri, che la scelse nel suo esilio per scrivere la Divina Commedia e dove oggi è sepolto, per Gustav Klimt che ne trasse ispirazione per le sue opere, per Hermann Hesse che la visitò dedicandovi alcuni versi, per Oscar Wilde, che scrisse un poema dal titolo Ravenna.

Le origini di Ravenna sono antichissime e la città ha conosciuto diverse dominazioni nel corso dei secoli: dagli Etruschi ai Romani sino ai Bizantini. Fu colonia romana nel II secolo a.C. e venne

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La Divina Mimesis di Pasolini

Pier Paolo Pasolini, La Divina Mimesis, Einaudi, 1975. Un tentativo  privilegiato di  ritornare al senso profondo del pensiero dantesco.
Pier Paolo Pasolini (1922-1975)
Questa recensione si colloca volutamente al di fuori del 25 marzo, data del cosiddetto Dantedì.
Ormai è una moda svuotare di significato il messaggio del sommo poeta,  svilendolo in un clima di mercificazione ed esibizionismo. Si pensi, ad esempio, al Dante presentato ai bambini come un personaggio a fumetti o di figurine, al perpetuarsi di narcisistiche conferenze su Dante, ai tanti adattamenti teatrali della Commedia. Sono altrettanti esempi di come Dante non dovrebbe essere celebrato. I veri dì di Dante sono quelli trascorsi da docenti e studenti nel corso di un intero anno scolastico a contatto con la sua poesia e il suo messaggio. Il Dantedì invece è una cerimonia che si esaurisce in se stessa.
La Divina Mimesis  di Pasolini è un tentativo  privilegiato di  ritornare al senso profondo del pensiero dantesco.
Dante si prefisse lo scopo di guidare il genere umano alla beatitudine.  La Commedia è animata da un moto ascensionale verso il paradiso cristiano. Questa possibilità di redenzione da ciò che impedisce di essere felici può essere recepita da credenti e non credenti. Per entrambi si tratta di verificare nel corso delle proprie storiche esistenze se e come diventi possibile redimersi. Pasolini si accinse a una simile verifica con un racconto che poi non ebbe sviluppo. Dell’ambiziosa e disperata impresa restano soltanto due canti completi, non in versi,  in prosa; appunti e frammenti per i canti III, IV e, con un salto, VII; due note dell’autore. In una sua nota l’editore informa sul lavoro fatto per riordinare gli appunti sparsi lasciati da Pasolini.
I frammenti dell’opera in fieri reperiti ed editi mostrano quanto l’idea dell’imitazione dantesca  fosse tormentata.
Idea tormentata a partire dalle varianti del titolo: “Frammenti infernali”; “Memorie barbariche”; “La teoria”; “La divina teoria”; “La divina realtà”. Su uno dei fogli dattiloscritti figura anche il titolo “Paradiso”. Inferno, barbarie, paradiso: queste parole sono indizi della ricerca operata da Pasolini su se stesso e sulla realtà del suo tempo a partire dalla meditazione esistenziale di Dante. Ricerca che lo portava a scoprire quanto profondamente fosse insito nella coscienza del sommo  poeta il legame fra la sorte dell’umanità e l’impegno  politico. Dall’intera opera dantesca egli sentiva provenire una lezione valida in ogni tempo, lezione secondo la quale i più nobili ideali debbono essere messi alla prova sul piano politico, essendo chiamato ciascuno, anche se sentendosi dominato dallo sconforto, a dar prova di responsabilità e di impegno civile e umano.
Per Pasolini si trattava dunque di verificare la possibilità di realizzare un ideale salvifico nell’assetto politico della realtà contemporanea.
Pasolini intraprende il suo viaggio a quarant’anni, nella realtà della “Selva” del 1963, in una oscurità che è anche luce. È una mattinata di aprile, o forse maggio, nel suo ricordo confuso. La realtà è una realtà borghese. In  essa “l’unico dato buono” sono gli operai. Ogni tanto vengono riecheggiati e insieme trasformati dei versi danteschi. Ad esempio, mentre Dante scrive a proposito della selva: “Io non so ben ridir com’io v’entrai” (Inferno, I, 10), Pasolini a proposito della sua esperienza scrive: “Ah, non so dire, bene, quando è incominciata: forse da sempre”. Come Dante, si imbatte nella Lonza, nel Leone, nella Lupa, che gli impediscono di andare verso l’alto; ma mentre rovina giù, gli appare un’ombra, che si identifica con il suo io sdoppiato. Il Virgilio di Dante con enfasi dice “Poeta fui”, invece l’io speculare di Pasolini, come a voler sancire la morte di ogni speranza di cambiare il mondo con la poesia, antepone  il verbo al sostantivo:
“Fui poeta, – aggiunse, rapido, quasi ora volesse dettare la sua lapide – cantai la divisione nella coscienza, di chi è fuggito dalla sua città distrutta, e va verso una città che deve essere ancora costruita. E, nel dolore della distruzione misto alla speranza della fondazione, esaurisce oscuramente il suo mandato …”
L’incontro con se stesso come guida avviene in un clima di iniziale scoramento.
La guida, che avrebbe potuto essere Gramsci, o Rimbaud, o Charlot, scrive Pasolini, è invece “un piccolo poeta civile degli anni Cinquanta […] incapace di aiutare se stesso, figurarsi un altro”. La bestia che più gli fa paura è la Lupa. Dante con la Lonza identifica la lussuria e con la Lupa l’avarizia. Pasolini fonde avarizia e lussuria nella sola figura della Lupa. Ossessionato dal sesso, immagina che al posto del Veltro come salvatore avvenga l’avvento di un vizioso capitalista:
“Questo qui […] non sarà padrone di fabbriche o di catene di giornali, non possiederà feudi nel Sud, ma sue ricchezze saranno spirito aziendale, capitale cartaceo, e patria plurinazionale. Ah, ah, ah! Sarà lui la salvezza del mondo: che non si rigenererà affatto con le morti assurdamente eroiche a cui è delegata l’umile gioventù di sempre […]”
Nel secondo canto Pasolini rielabora sempre in chiave moderna la tematica dell’esitazione di Dante, che confessa a Virgilio di non sentirsi degno di intraprendere il viaggio nell’aldilà.
Questo potrebbe essere definito il canto dei fiori. Prendendo spunto dai “fioretti” piegati dal gelo notturno e risorti al calore dei raggi del sole, immagine con cui Dante, rincuorato da Virgilio, si sente il cuore invaso dal “buono ardire” di seguirlo nell’oltretomba, Pasolini si decide a seguire se stesso come un “fiorellino”  nel suo inferno sulla Terra:
“Anch’io, come un fiore – pensavo – niente altro che un fiore non coltivato, obbedisco alla necessità che mi vuole preso dalla lietezza  che succede allo scoraggiamento. Poi certo verrà ancora qualcosa che mi offenderà e mi massacrerà: ma anche per me, come per i fiori delle altre primavere, il passato si confonde con il presente, e un prato è qui, e, insieme, nel cosmo!”
Negli appunti e frammenti per il terzo canto Pasolini si rifà ai versi danteschi in cui tumultuano “diverse lingue” e “orribili favelle”.
Ed eccolo l’inferno sulla Terra. È la “Città” – una città come tante altre nel mondo. “Dialetti, o gerghi, parlate di poveri o di ricchi[…]”: sono i  linguaggi che vi si odono, tali da “rivelare subito socialmente i parlanti” ma “sotto un aspetto asociale, spaventoso”. Costoro corrispondono agli ignavi. Hanno scelto di “essere come tutti”, senza trovarsi però  in “una condizione di reale innocenza”. Ad essi si contrappongono altri che, pur essendo come tutti, non hanno peccato di ignavia, ma hanno combattuto per la libertà: i partigiani.
Negli appunti e frammenti per il quarto canto Pasolini chiede perdono al lettore.
La richiesta di perdono è dovuta alla sproporzione fra ciò che il nuovo Dante vorrebbe e ciò che riesce a dire. Eppure lui non ha potuto fare a meno di esprimersi. Infatti il sapere a un certo punto esige di essere manifestato. Nel silenzio si realizza soltanto “il nostro intimo conformismo”, del quale non ci interessiamo per il motivo che può essere così esplicitato:
“Odiamo il conformismo degli altri perché è questo che ci trattiene dall’interessarci al nostro. Ognuno di noi odia nell’altro come in un lager il proprio destino. Non sopportiamo che gli altri abbiano una vita e delle abitudini sotto un altro cielo. Vorremmo sempre che qualcosa di esterno, come per esempio un terremoto, un bombardamento, una rivoluzione, rompesse le abitudini dei milioni di piccoli borghesi che ci circondano. Per questo è stato Hitler il nostro vero, assoluto eroe […] L’Inferno che mi son messo in testa di descrivere è stato semplicemente già descritto da Hitler. È attraverso la sua politica che l’Irrealtà si è veramente mostrata in tutta la sua luce. È da essa che i borghesi hanno tratto vero scandalo, o, mi vergogno a dirlo, hanno vissuto la vera contraddizione della loro vita.”
Poi Pasolini si rifà al nobile castello degli spiriti magni. Raffigura una schiera di poeti nel giardino di un villa a qualche chilometro da Praga. Sono poeti boemi o slovacchi. In Italia in un luogo analogo i poeti italiani avrebbero le sembianze volgari di piccoli borghesi e apparirebbero come una sorta di impiegati.
Pasolini continua quindi la sua analisi della società. Una società in cui “non c’è alcuna soluzione di continuità tra suddito e padrone, tra lavoratore e capitalista”. Una società in cui l’essere umano è ridotto alla dimensione di “acquirente”, eccezion fatta nel caso del poeta,  per il quale è impossibile “avere una figura economica”.
Negli appunti e frammenti per il VII canto ritorna la tematica del conformismo.
È questa la tematica che a Pasolini preme esprimere: il conformismo. Perciò egli salta il quinto e sesto canto, canti di Paolo e Francesca e delle vicende di Firenze. Nel canto settimo dell’inferno dantesco sono puniti avari e prodighi, iracondi e accidiosi. Nel canto settimo dell’inferno pasoliniano i piccoli borghesi scontano questo “peccato”: “seppero come non essere conformisti, e lo furono”. La narrazione prosegue con le Demonie, una “polizia infernale femminile”, costretta a far passare il viandante sdoppiato oltre una sbarra  che lo separa da una grande folla. In essa vi è un grande numero di donne, nelle quali “il conformismo ha sempre una certa grandezza”, come una vera e propria  “religione”. Invece i maschi si sono macchiati di “peccati così orrendi come quelli commessi dalla borghesia in questo secolo, per difendere il proprio diritto a odiare la grandezza”. E in proposito vengono evocati Buchenwald e Dachau, Auschwitz e Mauthausen. Poi il viaggio prosegue verso la “Zona dei Riduttivi” e il “Settore autonomo Raziocinanti: Irrazionali e Razionali”.
Qui l’ambiziosa e disperata impresa di Pasolini si interrompe.
Quanto l’impresa fosse ambiziosa e disperata lo si può comprendere ancor meglio sulla base delle due note in cui Pasolini illustra il suo progetto. Libro da scrivere a strati, ciascuno dei quali datato come un diario. Opera sempre in fieri, “un misto di cose fatte e di cose da farsi – di pagine rifinite e di pagine in abbozzo, o solo intenzionali”.  La lingua dell’Inferno sarà “l’ultima opera scritta nell’italiano non-nazionale, l’italiano che serba viventi e allineate in una reale contemporaneità tutte le stratificazioni diacroniche della sua storia”. Invece per  i Due Paradisi da progettare e costruire occorrerà un italiano “come lingua nazionale parlata, fondata non più sull’italiano letterario né sull’italiano strumentale dialettizzato, come lingua franca degli scambi commerciali e della prima industrializzazione – ma sull’italiano, parlato nel Nord, come lingua franca della seconda industrializzazione”.
Considerando la severa critica della realtà nella Divina Mimesi, ci chiediamo se e come una dimensione paradisiaca  avrebbe potuto essere rappresentata da Pasolini.
Siamo di fronte a un’opera difficile da recensire.
Perché dunque recensire La Divina Mimesis? Nessuna recensione rende giustizia a un’opera letteraria. Se ha un valore, lo ha nella misura in cui la fa conoscere e spinge a leggerla. Però recensire la Divina Mimesis  non può avere soltanto lo scopo di far sentire il bisogno di immergersi nella sua straordinaria prosa lirica. Una prosa lirica che resta fra le più alte espressioni letterarie del Novecento. Al di là di questa auspicabile esperienza di lettura vi è una presa di coscienza dell’oltraggio perpetrato con le odierne celebrazioni della Commedia come un’opera a sé stante, staccata dal Convivio, dalla Monarchia,  dal De vulgari eloquentia, dalla cultura classica e cristiano-medioevale. Pasolini ci aiuta a comprendere il vero valore dell’opera di Dante. Ostacoli a comprenderlo sono il pervicace retaggio di un Benedetto Croce, intento con supponenza a distinguere poesia e non poesia, e il clima festaiolo di riduzione dell’opera dantesca a pretesto per ogni sterile divagazione.
Il vero valore di Dante non si colloca sul versante meramente estetico.
Il valore di Dante, valore ben riconosciuto da Pasolini, è l’impulso all’azione come  essenza e scopo della Commedia. Un nostro poeta ha parlato della “forza incoativa” delle concatenate terzine  dantesche. Questa “forza incoativa”, vale a dire energia che si rinnova di continuo senza mai affievolirsi, è non solo lirica, ma anche e soprattutto etica nella sua religiosità. Dante ci chiama a una trasformazione. Vuole essere letto affinché ci assumiamo il compito di trasformare noi stessi e il mondo in vista dell’universale felicità nel mondo terreno prima ancora di poter godere di una beatitudine ultraterrena. Consideriamo, ad esempio, questi versi:
“Quali  i fioretti, dal notturno gelochinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,si drizzan tutti aperti in loro stelo,tal mi fec’io di mia virtude stanca,e tanto buono ardire al cor mi corsech’i’cominciai come persona franca […] (Inferno, II, 127-132)
Dante, rincuorato da Virgilio, che gli ha spiegato come il suo viaggio nell’aldilà sia voluto dal cielo, comincia a dichiararsi pronto all’impresa. Sul piano estetico apprezziamo elementi come  la similitudine dei fiorellini che la luce del sole fa risorgere; il ritmo dell’endecasillabo e tanto buono ardire al cor mi corse che con gli accenti sulla sesta e sulla decima, invece che su quarta, ottava e decima, meglio si attaglia alla rapidità della presa di coraggio; le risonanze interne delle parole cor – corse; ma questa resa lirica è voluta per mettere in risalto il “buono ardire”, l’essere disposto all’azione, la volontà di affrontare ogni cimento con un’attitudine fortemente razionale.
Chi recepisce oggi questo messaggio?
È la domanda che Pasolini si è posto e alla quale ha cercato di rispondere con La Divina Mimesis, prendendo posizione contro i moderni ignavi, pur dubitando di un possibile riscatto dell’umanità dalla sua irresponsabilità. L’umanità è chiamata comunque a scuotersi dall’inerzia, poiché in questo inferno terreno resta pur sempre il dovere dell’impegno contro il conformismo. Cercare di cambiare in meglio un  mondo degradato è il compito che ci compete. Ognuno è tenuto a trovare in se stesso il suo Virgilio. Ce lo insegna Dante e ce lo ricorda Pasolini.
        

Dante Alighieri: vita e opere

Dante
(abbreviativo di Durante) Alighieri nasce a Firenze nel 1265 (la data è
incerta), figlio di un modesto mercante e finanziere (pare che si dedicasse
anche all’usura). A soli 12 anni viene organizzato il suo matrimonio con Gemma
Donati, donna che sposerà nel 1285.
A soli 9 anni, invece, incontrerà Beatrice,
figlia di Folco Portinari, la musa che ispirerà quasi tutte le sue poesie. La
donna morirà nel 1290 e l’evento causerà in Dante una profonda crisi personale
che lo spingerà a scrivere la Commedia.

L’impegno di Dante non si svolge solo a livello
letterario (sarà uno dei primi fautori dello stilnovismo), ma anche a livello politico e militare:

Militarmente lo troviamo impegnato
contro gli aretini e i pisaniPoliticamente tra i guelfi bianchi. Dopo essersi iscritto alla corporazione dei medici e degli speziali (l’iscrizione a una
corporazione era clausola necessaria per poter far parte della vita politica)
entra a far parte del Consiglio dei trentasei del Capitano del popolo;
successivamente sarà membro del Consiglio dei Cento e nel 1300 diventa priore. Come priore firma un
provvedimento che esilia i più violenti capifazione dei guelfi bianchi e dei
neri, tra questi anche l’amico Cavalcanti.
In quel periodo Firenze era gravata dalle lotte interne tra guelfi bianchi e
guelfi neri. Ai primi appartenevano i borghesi e il popolo grasso, ovvero i
finanzieri e i mercanti, che facevano capo alla famiglia dei Cerchi; ai secondi
appartenevano i nobili, alleati del papa (Bonifacio VIII), che facevano capo
alla famiglia dei Donati. Dante era più vicino alle idee dei guelfi bianchi e
mentre si trovava a Roma in qualità di ambasciatore per discutere col papa la
delicata questione, Carlo di Valois
entrava con le truppe a Firenze, per difendere il partito del papa. L’epilogo
della situazione fu a svantaggio dei guelfi bianchi e Dante fu costretto a
pagare una multa e ad andare in esilio
per due anni. Rifiutando finì con l’aggravare la sua punizione: confisca dei
beni e morte sul rogo. Questo causa la sua fuga dalla città natale, presso la
quale non farà più ritorno, neppure da morto. Dante si reca in Veneto, ospite di amici (tra i quali a
Verona Cangrande della Scala) e da lontano seguirà le sorti di Firenze, fino a
sperare di potervi far ritorno, appoggiando l’ascesa di Arrigo VII di
Lussemburgo, ma la morte improvvisa di questi aggraverà la sua condizione di
esule, in quanto, oltre al papa, si inimica anche i signori locali, ostili al
progetto di riunificazione imperiale. Nel 1315 viene offerta un’amnistia: il
pagamento di una multa simbolica. Egli rifiuta di pagare decretando così il suo
non ritorno a Firenze. Nel 1321 muore
a Ravenna all’età di 56 anni.

Il pensiero politico di Dante cambia nel corso degli
anni. Inizialmente era fautore della difesa dell’autonomia del Comune dalle ingerenze della Chiesa. Dopo l’esilio si
rende conto che l’autonomia non potrà esserci a causa della frammentazione
prodotta dall’esperienza dei Comuni. Sarà in questa seconda fase che sosterrà
la necessità di un potere imperiale
solido.

Culturalmente la sua formazione è legata al Cristianesimo, poiché da giovane ebbe
contatti con gli spirituali (francescani di più rigida osservanza della Regola)
e manifesterà nelle sue opere l’influenza di San Tommaso, il quale sosteneva l’unione
di fede e ragione. A influenzarlo nello stile è, invece, Sant’Agostino, dal
quale prenderà spunto per il racconto in prima persona della Commedia (Agostino nelle sue Confessioni utilizza il discorso in prima
persona).

Le Opere di Dante

Vita
Nuova

Il titolo vuol significare: vita rinnovata dall’amore. Comprende poesie composte in giovinezza
inserite lungo un racconto in prosa che funge da contesto narrativo e commento
alle poesie.

L’opera è composta da 42 capitoli e 31 testi
poetici. L’alternanza di prosa e poesia prende il nome di prosimetro.

Dante parte da un’esperienza individuale (l’amore
per Beatrice) per esprimere una condizione universale dell’uomo (la vita viene
rinnovata dall’amore).

Le influenze letterarie sono quelle di:

– Sant’Agostino delle Confessioni

– della lirica provenzale cortese

– dello stilnovismo: l’attenzione non viene posta
sulla descrizione degli effetti dell’amore sull’interiorità del poeta, ma sulla
rappresentazione della donna amata.

Il pubblico a cui è rivolta l’opera è colto e
borghese, per questo, nonostante sia scritta in volgare, utilizza un lessico
ricercato e non mancano latinismi.

Il proemio
ci propone la metafora della memoria come libro, frequente nella letteratura
medievale.

Rime

Le Rime
sono una raccolta di poesie di argomento vario. Il titolo fu dato
dagli editori e non da Dante, per indicare un’opera che raccoglie composizioni
poetiche attribuite a Dante, ma non presenti nella Vita Nova e nel Convivio.

Le Rime si
dividono in:

Rime
stilnovistiche (frequenti sono i rimandi a Cavalcanti
e alle sue pene d’amore)Rime
petrose (dedicate a Petra, donna sensuale e crudele, indifferente
all’amore del poeta)Rime
dell’esilio (tematica civile)Rime
allegoriche e dottrinali

Convivio

Il Convivio
è datato 1303/04 e il titolo stesso rimanda a un banchetto. Banchetto nel quale si offrono gli argomenti del sapere. L’opera è rivolta a chi ha
desiderio di sapere a prescindere dal livello culturale, per questo motivo è scritta in volgare. Il suo carattere
dottrinario è sapientemente esposto attraverso l’uso di metafore e similitudini.

Il tema principale è dato dalla filosofia che consola Dante dopo la morte di Beatrice. Non mancano
i presupposti del pensiero che svilupperà nella sua opera successiva, Monarchia, in quanto esalta la forma di
governo monarchico rappresentata dall’Impero romano.

Monarchia

E’ l’altro testo dantesco scritto in latino (oltre al De Vulgari Eloquentia) e consta di tre libri, ognuno trattante una tematica:

Monarchia assoluta.
Il monarca possiede tutto e pertanto non è soggetto a cupidigia, male che
affligge l’uomo, il quale, cadendo nel vizio dell’avidità, si allontana dal
libero arbitrio. L’impero romano
è un esempio lodevole da emulare. Rapporto tra Impero e Chiesa.
Queste due istituzioni hanno una posizione paritaria. L’impero garantisce la
felicità terrena, mentre la Chiesa la beatitudine eterna. Entrambi i poteri
derivano da Dio.  

De
Vulgari Eloquentia

Come il Convivio,
anche quest’opera è datata 1303/04. Qui Dante si impegna a definire una lingua
volgare che vada bene per tutta l’Italia, ma dopo varie riflessioni conclude
che non esiste una lingua tanto illustre, per cui prova a partire dalla fine:
analizzare ogni volgare e vedere se qualcuno tra quelli conosciuti incarna le
virtù di una buona lingua. Il volgare
per essere glorioso deve essere:

Illustre:
luminoso, che dia lustro ai testiCardinale:
che funga da cardine per gli altri volgariRegale:
parlato nella reggia se in Italia ce ne fosse unaCuriale:
scelto dagli intellettuali italiani, cioè gli italiani di corte

Il De Vulgari Eloquentia fonda le basi della futura critica letteraria e, benché incompiuto, dimostra la superiorità comunicativa di una lingua naturale (il volgare appunto) rispetto a una lingua artificiale (il latino).

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Commedia

La Commedia è
un poema allegorico scritto in versi
(14.223) composto da tre cantiche:

InfernoPurgatorio
Paradiso

Ogni cantica è composta, rispettivamente, da 34, 33
e 33 canti. Ad averne 34 è l’Inferno, in quanto troviamo un proemio introduttivo e i successivi 33
canti. Tutte le cantiche finiscono con la parola stelle.

La scelta del
titolo è data dal fatto che nel Medioevo esistevano solamente tre stili letterari:

Tragico
o sublime, usato per narrare le gesta eroicheElegiaco
o umile, usato per descrivere argomenti amorosiComico
o medio, trattante elementi di vario genere, dai più elevati ai più umili e
quindi non può entrare a pieno titolo nelle altre due tipologie di stile

La Commedia,
inoltre, inizia male e finisce bene!

L’aggettivo Divina fu aggiunto da Boccaccio nel
1373 in segno di rispetto per il suo concittadino.

L’opera è scritta in endecasillabi, versi di 11 sillabe, che formano delle terzine incatenate, chiamate anche terzine dantesche: ABA BCB CDC XYX Y.

Dante ci racconta un viaggio, il suo, durato una settimana: dal venerdì santo (25 marzo o 8 aprile) al giovedì seguente dell’anno 1300. Lo scopo del viaggio è di liberarsi dai peccati e raggiungere la salvezza. Ad accompagnarlo durante il tragitto troveremo tre guide che si susseguono: Virgilio, Beatrice e San Bernardo. Virgilio lo accompagnerà lungo tutto l’Inferno e il Purgatorio, Beatrice nel Paradiso, per poi cedere il testimone a Bernardo di Chiaravalle nell’ultimo canto.

La Commedia è un poema allegorico (associa cioè al senso letterale un sovrasenso simbolico).

La struttura della Divina Commedia

L’Inferno
è un cono rovesciato che si sviluppa
sotto terra. Qui vengono puniti i peccatori e le loro pene sono basate sulla legge del contrappasso, cioè sono
contrapposte o similari al peccato commesso in vita.

 L’Inferno è
composto da 8 cerchi:

Il
primo è il Limbo dove  troviamo gli ignavi e i non battezzati (Omero,
Ovidio, Orazio, Virgilio)Dal
secondo al quinto cerchio troviamo gli incontinenti,
ovvero coloro che non si sono saputi trattenere:  lussuriosi, golosi, avari, prodighi, iracondi,
accidiosiNel sesto cerchio troviamo gli ereticiNel
settimo cerchio troviamo tre gironi, in ognuno una categoria di violenti: contro l’umanità, contro sé stessi,
contro DioL’ottavo
cerchio prevede 10 bolge nelle quali si susseguono i fraudolenti: nobili, sovrani, papi e,infine, Lucifero

Il Purgatorio
è un cono che si innalza verso il
cielo, come un monte. Inizialmente
troviamo l’antipurgatorio, diviso in
quattro zone:

Arrivo delle animeScomunicatiPentiti tardivamenteValletta dei principi (i potenti che
hanno trascurato Dio a causa della gloria terrena)

Dopo l’antipurgatorio troviamo le 7 cornici del Purgatorio dove ci si purifica dai peccati capitali. Al
termine si approda nel Paradiso terrestre e qui si ferma Virgilio. Da questo
momento sarà Beatrice ad
accompagnare il poeta.

Il Paradiso
è composto da 9 cieli, l’uno dentro
l’altro:

LunaMercurioVenereSoleMarteGioveSaturnoStelle fissePrimo mobile

Attraversati i cieli si arriva all’Empireo dove sta Dio insieme ai beati,
posizionati per l’appunto nella rosa dei beati. Sarà qui che Beatrice lascerà
il posto a San Bernardo.

                                                                                                                                  Prof.ssa E. Gurrieri

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