Toshikazu Kawaguchi, Il primo caffè della giornata

Kawaguchi tra le sue caffetterie
di Antonio Stanca
È uscita da poco, allegata al Corriere della Sera, un’edizione speciale del romanzo Il primo caffè della giornata dello scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi. È il primo di una nuova collana, “Giappone contemporaneo”, e la traduzione è di Claudia Marseguerra. L’opera risale al 2018 e la prima edizione italiana è stata curata da Garzanti nel 2022.
Anche regista e sceneggiatore è Kawaguchi ma quella della narrativa è diventata la sua attività preferita. Nato a Osaka nel 1971, con la regia e la sceneggiatura aveva cominciato ad impegnarsi, a farsi conoscere e solo nel 2015, a quarantaquattro anni, aveva esordito come scrittore col romanzo Finché il caffè è caldo. La versione italiana era comparsa nel 2020 e come per quasi tutte le altre Garzanti ne era stata la casa editrice. Un caso letterario, un successo internazionale era risultata quell’opera, aveva vinto il Suginami Drama Festival, era arrivata prima in molte classifiche, più di un milione di copie aveva venduto in Giappone, tra i grandi scrittori giapponesi quali Murakami e Yoshimoto, aveva fatto rientrare il suo autore. Una posizione che gli sarebbe stata confermata dalle opere successive, da quei romanzi, cioè, che avrebbero rappresentato una saga letteraria perché nello stesso ambiente del primo, una piccola caffetteria, tra gli stessi personaggi, intorno agli stessi problemi si sarebbero svolti. Anche ne Il primo caffè della giornata tornano quei temi. Sono di carattere morale, sono problemi dell’anima, dello spirito, sono quelli che non si risolvono con facilità e che finiscono col diventare una vera e propria persecuzione, col trasformarsi in un senso di colpa inestinguibile.
Ebbene la caffetteria di questo romanzo si trova ad Hakodate, è gestita da molti anni, da generazioni, dalla famiglia Tokita. Di recente si è sdoppiata giacché un’altra è sorta a Tokyo ad opera di eredi della stessa famiglia. Nota era stata quella di Hakodate, nota sarebbe stata quella di Tokyo perché in entrambe c’era una sedia particolare che permetteva alle persone che si fossero sedute e avessero bevuto un caffè di viaggiare nel tempo, passato o futuro. Viaggio che sarebbe durato fin quando il caffè fosse rimasto caldo e potesse essere bevuto dalla persona sulla sedia. C’erano pure altre regole da rispettare per poter ottenere il privilegio di un simile viaggio e la meno convincente era quella che niente della vita presente poteva essere cambiato da esso. Nonostante tutto rappresentava un modo per ritrovarsi con persone, familiari, amici, che non c’erano più e con le quali a volte era rimasto sospeso, non chiarito, non finito un discorso, un rapporto, uno scambio oppure non si era stati abbastanza garbati. Attirava, quindi, l’idea di poter rivedere quelle persone durante quei viaggi nel tempo perché ci si sarebbe potuti scusare di certe colpe, cancellarle, estinguerle. In verità questa del senso di colpa difficile se non impossibile da annullare è una situazione diffusa, la si riscontra ovunque e in particolare in Giappone dove la vita dell’anima, dello spirito occupa tanto spazio nei pensieri, nelle azioni della gente. Pertanto la notizia che in due caffetterie di due città giapponesi fosse possibile viaggiare nel tempo si era rapidamente diffusa, da tante parti si veniva nei due locali perché si aveva intenzione di fare quei viaggi, di ritrovare le persone che si credeva di non aver rispettato e porre riparo ai torti commessi. Era questo il bisogno che si voleva soddisfare e che niente riusciva a trattenere, a fermare. Così succede ne Il primo caffè della giornata dove nella caffetteria di Hakodate si assiste a quattro dei famosi viaggi, a come si svolgono, ai risultati che procurano e che generalmente sono positivi poiché migliorano la condizione spirituale delle persone interessate, servono a ristabilire quell’equilibrio che la loro mente aveva perso. Non un risultato concreto, evidente si ottiene ma astratto, ideale, non una migliore realtà si raggiunge ma un diverso, più sicuro, più completo stato d’animo. Ne risulta, nel romanzo, una condizione sempre sospesa tra la vita del corpo e quella dello spirito, tra verità e immaginazione. È l’atmosfera che percorre l’intera narrazione, che la fa rimanere tra la terra e il cielo, la realtà e l’idea: la caffetteria, le persone che la gestiscono, quelle che la frequentano, i loro familiari, i loro impegni, i loro problemi, i loro discorsi, quanto succede intorno a loro, nella città e altrove, rappresenta quella realtà del corpo che sistematicamente viene combinata con l’altra dello spirito, quella che i viaggi nel tempo fanno emergere. Sono due aspetti diversi di uno stesso ambiente, due parti che pur se distinte non cessano di incontrarsi, di stare insieme. Qui la qualità del Kawaguchi: essere riuscito a far apparire naturale una storia composta da elementi diversi, opposti, a far scorrere con facilità un discorso quanto mai complicato. In un tempo di crisi della scrittura narrativa quale il contemporaneo sono esempi importanti perché offrono delle indicazioni, dei suggerimenti per un’attività che ne ha tanto di bisogno.
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