Bernardino Baldi e le Vite dei matematici


Meraviglie applicative e contemplazioni purissime: l’elogio della matematica di Bernardino Baldi

Bernardino Baldi (1533-1617)

Bernardino Baldi è ricordato come una delle ultime figure poliedriche del Rinascimento italiano. Fu  ammirato e stimato dai dotti del suo tempo, descritto da un commentatore dell’epoca come “gran teologo, e gran filosofo e gran matematico e gran oratore e gran poeta”. In effetti Bernardino fu poeta versatile, conoscitore di molte lingue, traduttore di testi antichi,  studioso di matematica, di meccanica e di architettura.  Scrisse una  grandiosa  opera, la Vite de’ matematici che è considerata la prima storia biografica della scienza dell’epoca moderna.

Bernardino Baldi era nato nel 1553 a Urbino da una nobile famiglia che lo indirizzò prima allo studio del latino e del greco e poi alla scuola del matematico Federico Commandino. Nel 1573 si iscrisse all’Ateneo di Padova dove avrebbe dovuto seguire, secondo le indicazioni dei genitori, i corsi di medicina. Ma Bernardino preferì passare alla facoltà di filosofia, dove tuttavia non conseguì alcun titolo. Compose in quegli anni il poemetto didascalico, L’Artiglieria, e numerosi versi lirici, più tardi riuniti nel volumetto Il Lauro.

Ritornato ad Urbino, riprese gli studi di matematica con Commandino e, dopo la morte di lui, con Guidobaldo del Monte. Nel frattempo scrisse un secondo poema didascalico: L’invenzione del bossolo da navigare. Sullo stesso tema della navigazione avrebbe scritto più tardi la Nautica, poema in versi sciolti che gli avrebbe procurato apprezzamento e fama nei secoli successivi. Agli anni giovanili risalgono anche le traduzioni dal greco del Libro VIII delle Collezioni matematiche di Pappo di Alessandria e degli Automata di Erone, nonché un commento ai Problemi meccanici di Aristotele.

La sua vasta produzione richiamò l’attenzione del Cardinale di Milano Carlo Borromeo che  lo  raccomandò a Mantova al nipote Ferrante II Gonzaga, figlio di Cesare I Gonzaga e di Camilla Borromeo, sorella del Cardinale. Ferrante II Gonzaga, si dilettava di matematica e nominò Bernardino Baldi “matematico del Principe”.

Nel 1585 Baldi fu ordinato sacerdote e Ferrante Gonzaga gli fece ottenere i benefici dell’abbazia di Guastalla. Sempre in quegli anni Bernardino Baldi estese i suoi interessi allo studio delle lingue orientali, come l’ebraico, il caldeo e l’aramaico, a cui poi aggiungerà l’arabo e il persiano. Compì anche alcuni viaggi a Roma per risolvere alcune vertenze che riguardavano la sua abbazia e in seguito, tornato nella quiete della cittadina di Guastalla, decise di dar corso a un progetto  per cui aveva consultato manoscritti e materiali nelle Biblioteche romane. Aveva in animo di scrivere la biografia del suo illustre maestro di matematica Federico Commandino  e poi passare alle vite degli altri matematici, a partire dell’antichità.

Bernardino Baldi impiegò 14 anni per scrivere la sua monumentale opera, che intitolò Vite dè Matematici.  In essa sono raccolte  le biografie di oltre 200 scienziati, a partire da Talete per finire con Cristoforo Clavio, astronomo gesuita contemporaneo di Baldi. L’opera rimase, anche a causa della sua mole, in gran parte manoscritta e fu pubblicata parzialmente solo nei secoli successivi. (In anni abbastanza recenti è stata pubblicata un’edizione commentata presso l’editore FrancoAngeli).

Dopo quest’opera gigantesca Bernardino rimase nella piccola Guastalla per alcuni anni ancora, ma poi, anche per contrasti con le autorità locali, decise di rinunciare all’abbazia. Nel 1609 ritornò a Urbino al servizio del Duca Francesco Maria II della Rovere e a Urbino rimase per il resto della sua vita.

L’opera Vite de’ matematici di Bernardino Baldi è considerata la prima storia della scienza dell’epoca moderna ed è anche ricordata per un famoso elogio della matematica che leggiamo nella prefazione indirizzata ai lettori:

“Si scrivono le vite de‘ Grammatici, de gli Oratori, de‘ Sofisti, de‘ Pittori e d‘altre gente di minor conto, e non si scriveranno quelle de‘ Matematici, da l‘industria de‘ quali il mondo ha imparato a conoscere i movimenti, i numeri, e le grandezze de‘ cieli, i giri de le stelle, le ragioni de l‘eclissi, onde la luna hora si mostri crescente et hor iscema, onde i giorni hor siano lunghi et hor brevi, e tante cose degne in tutto di maraviglia e di lode? Chi ci ha descritto le terre et i mari, e raccolto e misurato in breve spatio il larghissimo aspetto de l’universo? […]. E se queste cose paiono di poco momento, chi mi negherà che da le regole de‘ Matematici non prendono le forme loro le città, le fortezze, i Teatri, i Palazzi, i Tempii, e tutti gli altri edifitii così pubblici come privati? […]. E per finirla in una parola, se tu vuoi le contemplationi purissime, l‘hai da le matematiche, poiché l‘oggetto loro per se stesso è intellettivo e non materiale, ma se tu cerchi l‘opere, applicandole a la materia, ne trarrai maraviglie”.

Forse c’è un po’ di retorica in questo elogio, che è comunque uno dei più belli che siano stati scritti.  Anche se a distanza di vari secoli possiamo notare che Bernardino Baldi chiama matematici  anche quelli che usano la matematica per scopi pratici e che noi oggi chiamiamo astronomi, ingegneri e architetti. Ma è lui stesso a spiegarcene il motivo:

“[…] per quanto poi s’aspetta al titolo de l’opera, io la chiamo Vite de’ Matematici e non de’ Geometri o Astrologi per abbracciarvi tutto il genere, sotto al quale si raccogliono gli Aritmetici, i Musici, i Meccanici, i Prospettivi e gli altri che attendono a quelle proffessioni che a le Matematiche son subalterne”.  

Bernardino Baldi ci dice che ci sono professioni che sono subalterne alla matematica perché la matematica è fonte di “maraviglie” applicative; ma poco prima ci aveva anche spiegato che la stessa è fonte dicontemplationi purissimesu un mondo “intellettivo e non materiale.

Ora, che la matematica sia fonte di meraviglie applicative era vero ai tempi di Bernardino Baldi ed è ancor più vero ai nostri giorni, in cui le applicazioni della matematica sono cresciute a dismisura, ma che sia fonte di contemplazioni purissime – come scriveva Baldi – può sembrare eccessivo ai lettori di oggi, che hanno incontrato la matematica sui banchi di scuola e spesso la ricordano come materia noiosa e difficile.

La matematica è una disciplina – lo sappiamo bene – che non incontra il favore del grande pubblico.  Per decenni si è ripetuto che questa scarsa popolarità della matematica sarebbe dovuta al retaggio della filosofia neoidealista di Croce e di Gentile e alla riforma gentiliana della scuola, che, ormai cento anni fa, aveva privilegiato la formazione classica e umanistica e svalutato quella scientifica. A proposito della riforma Gentile si dovrebbe tuttavia ricordare anche un aspetto che andava invece in direzione di un potenziamento della cultura scientifica. Questa riforma prevedeva infatti che nel liceo scientifico fosse tenuto un insegnamento di Storia della scienza, della durata di due anni, accanto alla Storia della filosofia.

Nel 1925 lo storico della matematica Gino Loria aveva scritto il volume Pagine di Storia della Scienza nella cui Prefazione leggiamo che “l’unanime plauso con cui viene salutata l’introduzione della Storia della Scienza nel Programma di insegnamento dei neonati Licei Scientifici” lo avevano indotto a scrivere un saggio per colmare la lacuna della mancanza di libri di testo.

D’altra parte Federigo Enriques, in uno scritto del 1927, (reperibile su questo sito) lamentava, giustamente, che nel liceo classico le ore destinate alla matematica dalla riforma Gentile fossero assolutamente  insufficienti:

  “ Il posto che si è fatto nella Scuola Media e particolarmente nell’Istituto classico agli insegnamenti scientifici è inadeguato […]. Riconosco tutto il valore dell’educazione classica e storica […]. Però sono convinto che in questa stessa educazione ha parte necessaria lo studio delle scienze fisiche e matematiche […]. Occorre aggiungere che proprio questo ideale penetra ancora il nostro Rinascimento Italiano, che – nella scienza come nell’arte – aspira ugualmente all’armonia e alla misura? Riconoscere il valore umanistico delle scienze matematiche e fisiche è, per noi Italiani, fedeltà alla più bella tradizione nazionale”.

Enriques ci ricorda che nell’epoca d’oro del Rinascimento la passione per l’arte e la letteratura si accompagnava con quella per la scienza e per la tecnica.  I geni poliedrici dell’epoca, e anche la figura dello stesso Bernardino Baldi, ci testimoniano come fosse allora possibile ritrovare, anche nella stessa persona, una unità di cultura, arte e scienza.

Ma ai nostri giorni – dobbiamo aggiungere – pesano la crescita esponenziale e la specializzazione dei saperi. E’ diventato sempre più arduo coniugare matematica, scienza e umanesimo. E, soprattutto, lo strabiliante successo della matematica in campo tecnico, industriale e economico ha fatto passare in secondo piano il piacere speculativo che può derivare dal suo studio. Lo sottolineava lo stesso Federico Enriques alcuni anni dopo, nel 1932, nell’Introduzione alla Storia del pensiero scientifico scritta con Giorgio De Santillana:

La Scienza che celebra i maggiori trionfi nella vita economica contemporanea – scrivevano Enriques e De Santillana – non è più per molti poesia e luce dello spirito. Mezzo, ricercato e temuto, per la conquista della ricchezza e del potere […] ha perduto il suo potere di verità per diventare instrumentum regni […]. La filosofia risponde al sentimento diffuso colla critica che tende a svalutare la conoscenza scientifica in confronto ad altre maniere di conoscenza e d’intuizione”.

Paradossalmente la scienza e la matematica sono vittime del loro stesso successo:  ai nostri giorni – verosimilmente ancor più che ai tempi di Enriques – le stupefacenti conquiste della tecnologia fanno sembrare ornamentale e secondario il discorso sull’arricchimento culturale fornito dallo studio e dalla ricerca.

Le “maraviglie” applicative, per usare il linguaggio di Bernardino Baldi, hanno oscurato le “contemplationi purissime”. Oggi il grande pubblico ammira soprattutto i risultati pratici delle scienze matematizzate e i giovani studenti vedono la matematica come materia di servizio per gli studi di ingegneria e di informatica, una materia da studiare per la carriera e per il successo. Realisticamente, questa immagine pubblica della matematica sembra difficile da modificare, anche con i migliori metodi e stili di insegnamento.

I docenti di matematica devono dar prova di molta abilità se vogliono che gli studenti apprezzino, accanto agli aspetti strumentali, anche gli aspetti culturali della propria disciplina. Ma su questa problematica vogliamo lasciare la parola a un grande matematico del secolo scorso, Ennio De Giorgi, che in alcune interviste di trenta anni fa, richiamava da par suo questa doppia valenza della matematica:

“La matematica, meglio di altre discipline […] può attrarre sia persone con mentalità più pratica e più attiva che trovano nella matematica un potente strumento di lavoro, una potente forza di progresso, sia persone con mentalità più teorica e contemplativa che trovano nella matematica le occasioni più ricche di riflessione e contemplazione del tutto disinteressate” (Lettera Pristem, n.° 15, 1995). Questo perché “la matematica ha forse una capacità unica fra tutte le scienze, di passare dall’osservazione delle cose visibili all’immaginazione delle cose invisibili” (Lettera Pristem, n.° 21, 1996).

Sommersi come siamo dalla moltiplicazione dei prodotti della scienza e della tecnica, spesso finiamo per dimenticarci di questa lezione.

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