“Lista degli stupri” al liceo: la lettera di una pedagogista. «Non è una ragazzata: serve un ecosistema educativo stabile»
OggiScuola ha ricevuto una lunga e articolata lettera firmata dalla dott.ssa Ada Muscari, pedagogista, insegnante e madre di un ex studente del liceo oggi finito al centro della cronaca per la comparsa nei bagni della scuola di una presunta “lista degli stupri”. Una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica e che ha aperto un dibattito profondo sul ruolo educativo delle istituzioni scolastiche e delle famiglie.
Una comunità ferita: non una semplice “ragazzata”
La dott.ssa Muscari, che vanta oltre venticinque anni di esperienza nell’educazione e nella tutela dei minori, definisce l’episodio come «un fatto grave, che non possiamo minimizzare né relegare a semplice ragazzata».
Nella lettera arrivata in redazione, afferma:
«È un atto violento sul piano simbolico, un segnale chiaro di un disagio culturale e relazionale che, quando emerge dentro un’istituzione educativa, deve farci riflettere in profondità».
Secondo la pedagogista, infatti, la comparsa della lista non rappresenta solo uno sbandamento individuale, ma la manifestazione di un problema più complesso, che riguarda i modelli relazionali, il clima scolastico e la capacità delle comunità educanti di intervenire prima che i conflitti esplodano.
«Non si tratta di puntare il dito, ma di assumersi responsabilità educative»
La lettera chiarisce fin da subito che l’obiettivo non è trovare colpevoli tra scuola, famiglie o studenti, bensì attivare un’assunzione collettiva di responsabilità:
«Non si tratta di puntare il dito contro la scuola, contro le famiglie o contro i ragazzi. Si tratta di comprendere cosa non ha funzionato a monte e di costruire risposte più efficaci a valle».
Un punto centrale del messaggio è l’idea che i fenomeni violenti a scuola non possano essere letti con schemi troppo semplici, come vittima e bullo. Esistono dinamiche di gruppo, ruoli di spettatori, contesti più o meno permissivi e, soprattutto, possibilità educative da coltivare.
La dott.ssa Muscari infatti sottolinea:
«In questi fenomeni non esistono solo bulli e vittime: esistono anche gli spettatori, i gruppi e i contesti che possono amplificare o contenere le condotte aggressive. E soprattutto esiste la possibilità di trasformare un comportamento lesivo in un’occasione di crescita, consapevolezza e responsabilizzazione».
Le domande chiave: cosa è stato fatto per prevenire?
Nel suo intervento la pedagogista pone interrogativi precisi, che chiamano in causa il sistema educativo nel suo complesso:
«Che cosa è stato messo in campo nel tempo per prevenire episodi del genere? Quali percorsi strutturati hanno sostenuto gli studenti nella gestione delle emozioni, del conflitto, delle relazioni e del rispetto reciproco?»
E ancora:
«Quali azioni concrete la scuola sta attivando per leggere il fenomeno, contenerlo e ripararlo? Non bastano gli interventi d’urgenza, a episodio accaduto, né la buona volontà di pochi insegnanti».
Secondo l’esperta, a mancare è un quadro di intervento continuativo, professionale e strutturale.
«La scuola da sola non può farcela»: la richiesta di un ecosistema educativo stabile
Il cuore della lettera arriva quando la dott.ssa Muscari afferma la necessità di un sistema educativo che non operi solo in emergenza:
«È necessario un ecosistema educativo, stabile e non emergenziale, in cui intervengano figure esperte: pedagogisti, psicologi scolastici, mediatori, formatori capaci di guidare percorsi di prevenzione, educazione emotiva e cultura della riparazione».
Una cultura, aggiunge, «che non mira alla punizione umiliante, ma al riconoscimento del danno, alla responsabilizzazione e al cambiamento».
La pedagogista denuncia inoltre il ripetersi dello schema del “correre ai ripari” solo dopo un episodio grave, quando ormai la situazione è esplosa:
«Ancora una volta ci si muove a valle dell’accadimento. Serve invece un impegno serio, continuativo, programmato a monte».
Un’occasione per cambiare: «Questo episodio sia un punto di svolta»
La dott.ssa Muscari conclude con un appello che vuole essere costruttivo e orientato al futuro:
«Questo episodio non deve restare una ferita isolata. Deve diventare un punto di partenza per un lavoro condiviso, serio e competente».
Un invito non solo alla scuola, ma a tutta la comunità: studenti, famiglie, enti territoriali e professionisti dell’educazione.
«Lo dobbiamo a tutte le studentesse e agli studenti coinvolti. Lo dobbiamo a chi ha subito un danno. Lo dobbiamo anche a chi ha agito in modo sbagliato, perché un adolescente che sbaglia va accompagnato, non abbandonato».
La pedagogista richiama il ruolo profondo della scuola:
«La scuola deve restare uno dei primi luoghi di educazione alla cittadinanza, al rispetto e alle relazioni sane».
La lettera inviata alla redazione di OggiScuola apre un dibattito necessario. Non giudica, non semplifica, ma chiama tutti – istituzioni, famiglie, esperti, studenti – a una responsabilità comune: trasformare un episodio drammatico in un’occasione di crescita per l’intera comunità educante.
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