La tovaglia di Leonardo
In questi giorni di feste ho apparecchiato più volte il mio lungo tavolo da pranzo, anche se ormai siamo in pochi… Ma, come spesso mi accade, i pensieri hanno iniziato a viaggiare per conto proprio, proponendomi immagini e connessioni inaspettate.
E così, mentre stendevo la tovaglia cercando di spianare le pieghe, mi sono venute in mente le ondulazioni di un’altra tovaglia, ben più importante della mia ma forse scarsamente notata: quella del Cenacolo di Leonardo.
Leonardo da Vinci, Cenacolo, 1495-1497, tempera e olio su intonaco, Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie, Milano
Anche se il dipinto è molto deteriorato (Leonardo non realizzò un affresco ma una pittura murale a secco, meno duratura) si possono leggere perfettamente le piegature del tessuto steso sul tavolo. Le stesse righe, che si ottenevano piegando la stoffa dopo la stiratura con mangani e rulli metallici riscaldati, sono state raffigurate anche nella copia su tela dell’allievo Giampietrino. Possiamo contare più o meno 17 linee di piegatura longitudinale e 8 o 9 trasversali.
Giampietrino, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, ca. 1515, olio su tela, cm 770×298, Royal Academy of Arts, Londra
Se consideriamo che la figura di Cristo con i gomiti allargati, occupa uno spazio di 70/80 cm, possiamo ritenere che il tavolo sia lungo circa 4,8 metri e profondo 0,8, mentre la tovaglia misurerebbe circa 5,4 x1,3 metri. Una volta piegata lungo le linee dipinte da Leonardo, ne verrebbe fuori un ‘pacchetto’ di 30×15 cm composto da ben 180 strati di tessuto (lo spessore approssimativo sarebbe di 15 cm). La tovaglia deve essere stata piegata a fisarmonica, altrimenti le pieghe non sarebbero state tutte così evidenti.
La mia infinita curiosità verso questo dettaglio mi ha spinta – ovviamente – a fare l’esperimento con una tovaglia vera, anche se ben più corta di quella di Leonardo. Alla fine mi è venuta così.

Oggi non piegheremmo le tovaglie così tante volte, neanche se fossero enormi. Ma, ai tempi, gli spazi per conservarle erano limitati ed era bene che occupassero poco spazio.
Non sempre gli artisti si sono soffermati su un dettaglio come quello delle pieghe della tovaglia. Se scorriamo la raccolta sull’Ultima Cena nella storia dell’arte si trovano giusto un paio di precedenti. Il primo è dell’olandese Dieric Bouts (1415-1475) con una tovaglia approssimativamente quadrata. Un simile particolare non ci stupisce in un artista di matrice fiamminga.
Dieric Bouts, Ultima cena (dal polittico del Santissimo Sacramento), 1464-1468, olio su tavola, misure totali cm 88×183, Chiesa di San Pietro, Lovanio
L’esempio successivo è quello dei Cenacoli di Domenico Ghirlandaio (1448-1494) le cui tovaglie, tuttavia, non sono piegate fittamente come quella di Leonardo.
Ghirlandaio, Cenacolo di San Marco, 1486, affresco, Firenze
Dunque possiamo affermare che le pieghe milanesi sono una vera novità e che, probabilmente, Leonardo le ha dipinte per via di quella sua speciale passione per l’osservazione dal vero. Ma la sua tovaglia ci riserva ancora altre due sorprese. La seconda è il decoro azzurro alle estremità del tessuto, un particolare che Giampietrino non ha raffigurato.

Questo dettaglio, che esprime nuovamente la cura di Leonardo per la riproduzione realistica, ci svela che si tratta di una tovaglia perugina, un tessuto in lino bianco con strisce decorate in azzurro che veniva prodotto in Umbria già dalla fine del XII secolo. Non erano tovaglie per i pasti quotidiani ma arredi liturgici usati per coprire gli altari.
Al Museo-Atelier Giuditta Brozzetti hanno riprodotto proprio la tovaglia di Leonardo, con i disegni desunti dal Cenacolo. Non si tratta di ricami ma di motivi geometrici e figurativi creati al telaio.

Se ci fate caso, è una tovaglia perugina anche quella dipinta da Ghirlandaio.

Ne aveva dipinta una anche nel precedente Cenacolo di Ognissanti.
Domenico Ghirlandaio, Cenacolo di Ognissanti, 1480, Firenze
Agli stessi anni appartiene un altro Cenacolo, quello dipinto da Perugino, nel quale la tovaglia appare quasi monolitica, ma non perde la sua bella fascia decorata in azzurro.
Perugino, Cenacolo di Fuligno, 1493-1496, affresco, Firenze
Alla prima metà del Quattrocento appartiene l’esemplare di Beato Angelico nel Convento di San Marco.
Beato Angelico, Comunione degli apostoli, 1440, affresco, cm 200×248, Museo di San Marco, Firenze
Le tovaglie perugine compaiono anche per usi diversi da quello della copertura di un tavolo, per esempio come drappo attorno ai fianchi di Cristo in questa Pietà di Piero di Cosimo del primo Cinquecento.
Piero di Cosimo, Pietà, ca. 1510, olio su tavola, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia
Se cerchiamo con attenzione possiamo trovare tovaglie perugine anche in opere del Trecento. Questa è in un affresco di Giotto nella Basilica di San Francesco ad Assisi.
Giotto, Morte del Cavaliere di Celano, 1297-1300
È una tovaglia perugina anche quella dell’Ultima Cena di Duccio da Buoninsegna.
Duccio da Buoninsegna, Ultima cena, 1308-1311, tempera su legno
Di qualche anno più tardo è l’affresco di Simone Martini con la Messa miracolosa di San Martino, dipinta nella Basilica inferiore di San Francesco. Qui la tovaglia perugina è usata per coprire l’altare.
Simone Martini, Messa miracolosa, 1320-1325, affresco, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi
Non continuo con gli esempi perché sono davvero tantissimi.
A questo punto passo al terzo particolare della tovaglia di Leonardo, un dettaglio di cui mi sono accorta solo quando l’ho visto di persona, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Se osserviamo le due estremità del tavolo, possiamo notare che la tovaglia è annodata (si vede meglio sul lato destro).

Questo particolare non si ritrova in nessun altro Cenacolo di altri autori. Potrebbe trattarsi dell’ennesimo elemento realistico del dipinto, in quanto le tovaglie venivano spesso annodate agli angoli per non sporcarsi strisciando sul pavimento.
Ma potrebbero esserci altri significati. Questi nodi, infatti, sono considerati una sorta di firma di Leonardo perché “vinculum“, il termine latino per “nodo“, ricorda Vinci, la città di origine dell’artista. E ai nodi, spesso composti da sottili cordicelle intrecciate, Leonardo dedicò numerosi disegni che sembrano rivelare la conoscenza dei motivi decorativi dei manufatti mamelucchi che giungevano in Italia da Venezia.
Leonardo da Vinci, foglio 700 recto, Codice Atlantico, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano
Questi nodi, simili a merletti, compaiono anche in molte opere. È un intricatissimo intreccio annodato il pergolato illusionistico della Sala delle Asse, al castello Sforzesco di Milano.
Leonardo da Vinci, Intrecci vegetali, 1498, tempera su intonaco, Sala delle Asse, Castello Sforzesco, Milano
Gli stessi intrecci compaiono nell’abito della Dama con l’ermellino…
Leonardo da Vinci, Dama con l’ermellino, 1489-1491, olio su tavola, cm 54×40, Czartoryski Museum, Cracovia
… e sulla scollatura della Gioconda.
Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-1505, olio su tavola, cm 77×53, Museo del Louvre, Parigi
Ma il vero capolavoro sono i sei nodi vinciani ridisegnati sotto forma di incisioni da Albrecht Dürer, stupefacenti labirinti simbolici la cui perfezione geometrica allude forse ai mirabili equilibri dell’universo e al complesso percorso di ricerca della conoscenza.






Il nodo alla tovaglia del Cenacolo, tuttavia, non fa parte di questa serie di intrecci ma ricorda un’altra tradizione iconografica, quella del cosiddetto nodo di Iside, o nodo isìaco (o anche tyet). Quel nodo, nato nell’antico Egitto, era un potente amuleto che simboleggiava la connessione tra l’umano e il divino.
Amuleto a forma di nodo isiaco, 1540-1076 a.C., diaspro, cm 4,8×2, Museo Egizio, Torino
Dalla cultura egizia, il nodo isiaco passò a quella classica come annodatura delle vesti. E da quella transitò nel Rinascimento, come nodo della cintura, come si può vedere in questa figura di Maddalena di Andrea Mantegna.

Ha lo stesso nodo alla cintura anche la Maddalena di un dipinto di Cima da Conegliano.
Cima da Conegliano, Madonna e Bambino con Giovanni Battista e Maria Maddalena, 1511-1513, olio su tavola, cm 167×110, Museo del Louvre, Parigi
Ma quale significato assume l’antico tyet egizio nell’Ultima cena di Leonardo? Forse, trattandosi di un oggetto che accompagnava il defunto nell’aldilà, potrebbe alludere alla vita di Cristo dopo la morte, dunque alla sua resurrezione. Quel che è certo è che nulla è stato dipinto per caso.
Su quella tovaglia ci sarebbe ancora tantissimo da indagare, ma adesso si è fatto tardi e mi sa che mi tocca apparecchiare di nuovo! Alla prossima…
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