La crisi della comunità


Di anno in anno si aggrava la crisi della comunità: politica, scienza e scuola di fronte alla dissoluzione del legame comunitario.

“Sono emerse lacerazioni profonde,
si sono rialzati e si rialzano muri,
in barba a un’idea di humanitas sovranazionale” 
Claudio Magris

L’idea di comunità e la politica

Raffaello, Scuola di Atene (1509)

Avvenuta la transizione dal 2025 al 2026, sul nostro pianeta continuano ad allignare con estrema tragicità situazioni sempre più difformi. A zone che consentono festeggiamenti spensierati si contrappongono purtroppo zone di efferato sterminio di esseri umani. L’idea di comunità planetaria risulta sempre più lontana dalla realtà. Resta un sogno l’estensione al mondo intero di una “comunità di vita” nel senso in cui l’intendeva in uno dei suoi memorabili interventi il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella:

“Non mi stanco mai di sottolineare come l’Italia abbia bisogno di sentirsi una comunità di vita in cui tutti siamo legati da sorte comune, in cui si vive insieme agli altri, non con diffidenza, ma vivendo insieme. E questo senso di comunità, questo senso dell’importanza degli altri è il contrario dell’egoismo, quell’egoismo che poi porta inevitabilmente alla diffidenza, all’ostilità, all’intolleranza e qualche volta alla violenza.”

Di fronte alle tremende guerre in atto gli spiriti più nobili restano sgomentati e disorientati. Papa Leone XIV, se sono state correttamente riferite le sue parole, è giunto a invocare “una tregua almeno a Natale” (come se fosse lecito continuare a combattere in tutti gli altri giorni) e a dichiarare che “Gesù accende la luce sui massacri” (come se questi non fossero palesi anche ai non credenti). Questi segnali di profondo strazio concorrono a far sentire quanto profonda sia la crisi, di fronte alla quale si rende necessario e urgente il rinnovato impegno invocato dal sommo Pontefice della Chiesa cattolica in occasione dell’Incontro internazionale “Osare la pace” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio:

“Dobbiamo far sì che tramonti presto questa stagione della storia segnata dalla guerra e dalla prepotenza della forza e inizi una storia nuova. Non possiamo accettare che questa stagione perduri oltre, che plasmi la mentalità dei popoli, che ci si abitui alla guerra come compagna normale della storia umana.”

Erasmo civis totius mundi

Nella cultura occidentale il cosmopolitismo, teorizzato fin dall’antichità classica fino ad assumere pieno risalto nello stoicismo, è stato spesso contrapposto agli egoismi nazionalistici in nome di una pacifica convivenza. All’interno della civiltà cristiana medievale Dante auspicava una concreta prospettiva dell’instaurarsi della pace nel mondo grazie alla congiunta autorità dell’Imperatore (potere temporale) e del Papa (potere spirituale). Successivamente Erasmo da Rotterdam si proclamò “civis totius mundi”, precorrendo il cosmopolitismo illuministico.

Saltando al Novecento, non mancano figure di spicco che hanno teorizzato una solidarietà universale. Uno scienziato della statura di Albert Einstein vagheggia un mondo globalizzato e pacifico insieme. La politologa Hannah Arendt esorta l’umanità ad essere responsabile in nome della comunità di destino che è chiamata a realizzare in campo internazionale. Il sociologo Jürgen Habermas prospetta l’estensione della democrazia sul piano sovranazionale. Il pastore protestante Martin Luther King Jr. nel suo discorso che viene citato come I have a dream sogna il riunirsi delle diverse religioni in un coro armonioso inneggiante a una convivenza senza lacerazioni. Gli anni Duemila vedono la presenza carismatica di Jorge Mario Bergoglio, Papa della Chiesa Cattolica col nome emblematico di Francesco, a voler significare il disprezzo delle ricchezze e l’esaltazione dell’umiltà in contrapposizione alla sfrenata superbia di taluni indegni detentori del potere politico, decisi a danneggiare altre nazioni per far primeggiare economicamente la propria, vantandosene e gloriandosene.

Tanti sono gli interventi di Papa Francesco, tra cui ci si limita qui a ricordare un passo dal messaggio da lui inviato in occasione di una Giornata Internazionale della Fratellanza Umana, proclamata dalle Nazioni Unite:

La fratellanza non è un’opzione, ma un imperativo. Dobbiamo essere coraggiosi nel respingere l’odio, la guerra e la paura, e abbracciare invece il dialogo, la comprensione reciproca e la solidarietà. Siamo chiamati a servire l’umanità, specialmente i più vulnerabili, e a costruire ponti dove ci sono muri.”

Naturalmente l’uso della parola “imperativo” nel testo richiama alla mente la filosofia kantiana. Immanuel Kant viene ricordato fra l’altro come teorico dello “imperativo categorico”. Oggi l’interpretazione del pensiero kantiano non può fare a meno dell’apporto di Giulio De Rosa, che sulla base di una lettura diretta dei testi tedeschi ha portato in primo piano la posizione del pubblicista Friedrich Gentz, contemporaneo di Immanuel Kant (si veda Friedrich Gentz, Il pubblicista e il filosofo. Due saggi tra diritto, politica e morale. Introduzione, traduzione e note a cura di Giulio De Rosa, Rubbettino, 2025). Friedrich Gentz sostiene l’impossibilità della pace perpetua teorizzata da Immanuel Kant. Ciò perché l’unione di tutti i popoli in un unico Stato è “semplicemente impossibile”, così come lo è “una federazione completamente perfetta”, e in uno Stato federale sarebbe comunque necessario e inevitabile ricorrere a misurare coercitive, per imporre il rispetto del diritto:

“Ma se questa società regolata da leggi dovesse raggiungere tutta la gamma degli scopi umani e porre termine allo stato di natura da ogni lato, dovrebbe necessariamente abbracciare l’intero genere umano […] Anche allora, la guerra, nel senso più ampio del termine, non sarebbe affatto bandita, perché ciò presuppone l’assoluto dominio della ragione e l’annientamento nell’uomo di ogni impulso contrario a essa […]”
Immanuel Kant per Friedrich Gentz si dispone sul piano dell’utopia:
La pace perpetua è certamente una chimera: ma essa è tale nella misura in cui una perfetta costituzione giuridica tra gli uomini resta in genere una chimera.”
Nonostante questo pessimismo realistico, Friedrich Gentz conclude col manifestare ancora una speranza.

L’idea di comunità e la scienza

Comunità di scienziati

Un intellettuale della statura di Edgar Morin, ormai leggendario non solo per la sua monumentale opera sul metodo, La Méthode, ma anche per la sua longeva saggezza, si è riproposto di diffondere con un apposito libro graines de sagacité da far germogliare anche lontanissimo, purché non cadano in terreni aridi (la traduzione italiana è stata pubblicata nel 2025 col titolo Semi di saggezza da Raffaello Cortina Editore).

Nel ricordare una delle sue opere, La via, in cui è indicata per l’appunto la via da seguire, lo studioso sostiene lucidamente che “lo sviluppo (tecnico/economico) non può essere l’unico scopo per le nazioni”, ma “occorre tendere anche all’inviluppo (nell’abbraccio di comunità solidali)”, osservando fra l’altro che purtroppo l’inviluppo della solidarietà è contrastato da “chiusure” in senso etnico, nazionalistico, perfino religioso. Nella sua raccolta di fulminanti aforismi prende risalto, a proposito della crisi comunitaria dei saperi disciplinari, questa sconsolante diagnosi:

Nei saperi scientifici, tecnologici e umanistici, nei media: ovunque tengono banco idee generali vuote, pompose, retoriche. Nella scienza sono ben nascoste, ma sono dappertutto. Sui media vengono filtrate secondo la valenza consumistica e commerciale.”

Anche in chi coltiva i saperi scientifici si affermano dunque una vuotaggine, che concorre a incrementare le spinte alla disgregazione. Viene meno la possibilità di confrontarsi su tematiche rigorosamente meditate. Uno dei fattori del desolante fenomeno sembra risiedere nell’accentuarsi delle competizioni non in senso positivo, ma nel segno dell’arrivismo, in quanto la ricerca nell’ambito accademico tende a svolgersi in senso individualistico, almeno in certe aree geografiche caratterizzate da un’accentuata concorrenzialità. Un altro fattore può essere costituito dall’estrema specializzazione, che tende a isolare coloro che operano in campi diversi: si è parlato a tal proposito della frammentazione in micro nicchie o piccole tribù disciplinari.

Un altro fattore ancora risiede nella dispersione di contatti inerente alla ricerca digitalizzata. D’altronde, sono spinte negative che investono anche il campo umanistico. Così si va dissolvendo la prospettiva di un ulteriore sviluppo della sinergia avviata fra scienza e umanesimo, che avrebbe potuto comportare progressi ancor più significativi e coinvolgenti di quelli finora realizzati, ad esempio, dalla linguistica matematica e dalla linguistica computazionale.

C’è chi sostiene che “la coesione non sparisce, ma cambia forma” e accusa i teorici della crisi comunitaria di essere nostalgici, dominati non dalla razionalità, ma dall’idealizzazione di altre epoche, mentre al posto di precedenti dinamiche collaborative se ne affermano altre aggiornate in base ai progressi scientifici e tecnologici. Questo è un modo di tagliare i ponti col passato che rischia di relegare nell’ombra la storia della scienza, offuscando incontri e scontri tra protagonisti del cammino culturale dell’umanità – sì, anche scontri, perché la cultura fiorisce sia sul terreno dell’accordo che su quello del confronto, purché si tratti di un confronto leale e interessato soltanto allo sviluppo del bene della conoscenza.

È il tipo di confronto proprio di Matmedia, ove vive uno spirito critico che consente di riconoscere la distanza, se non la frattura, tra scuole e Ministero dell’Istruzione e del Merito. La scuola militante avverte questa carenza di positive collaborazioni progettuali. Si pensi alle Linee guida ministeriali, che vengono sentite come calate dall’alto, estranee alla comunità. Ciò accade anche per la matematica. Questa impostazione verticistica esercita una sorta di effetto alienante, anche perché la valutazione, fondamentale nel diretto rapporto interpersonale fra docenti e allievi, tende ad essere espropriata da prove standardizzate gestite verticisticamente.

Matmedia è una rivista specialistica che mira a costruire una comunità matematica coesa, offrendo uno spazio di confronto tra docenti, studiosi e appassionati, aperto anche ad altre istanze disciplinari. La sua particolarità sta nel non limitarsi alla sola dimensione tecnico‑scientifica: accanto ai contenuti matematici propone infatti riflessioni che dialogano con la cultura umanistica, mostrando come la matematica possa intrecciarsi con la storia, la filosofia, la linguistica e più in generale con il pensiero critico. In questo modo il sito promuove una visione della matematica come disciplina viva, aperta e culturalmente integrata, capace di parlare, oltre che ai tecnici, all’intera comunità educativa.

L’idea di comunità e la scuola

Comunità scolastica

Eraldo Affinati in Per amore del futuro. Educare oggi, San Paolo, 2025 fra le “parole per una scuola nuova” inserisce per l’appunto la parola “comunità”, chiarendone opportunamente il significato etimologico da cum (“stare con”) e munus (“obbligo” e “dono”):

“è l’obbligo della propria presenza, il dovere di fare la propria parte. È anche dono: offrire la propria persona, la propria storia, il proprio impegno, la propria intelligenza, la propria creatività, la propria libertà.”

Possiamo aggiungere che la comunità a scuola richiede di essere costruita come incontro di esistenze, ciascuna delle quali è chiamata ad assumersi la propria responsabilità. Sentirsi responsabile significa essere disponibile a mettere in sintonia sfera cognitiva e sfera emotiva, facendo in modo che le conoscenze acquisite si traducano in capacità operative e creative.

Ed è così che separatezza e isolamento individuali si aprono alla comunicazione nel segno del prendersi cura dell’altro: solo questo modo di comunicare può consentire di fondare una vera comunità, malauguratamente insidiata dall’esercizio dispotico del potere, detenuto su scala mondiale da individui in età senile dementi, turpi, disumani a capo di grandi potenze, del tutto estranei alla dimensione solidale che la scuola assicura alle diverse generazioni nel segno della senectus ciceroniana:

“Infatti, come i vecchi saggi traggono diletto dagli adolescenti dotati di buona indole e più lieve diventa la vecchiaia di coloro che sono riveriti e amati dalla gioventù, così gli adolescenti gioiscono di quegli insegnamenti degli anziani dai quali sono avviati agli studi delle virtù.”

Oggi nel contratto collettivo del comparto scuola si legge:

“La scuola è una comunità educante di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, improntata informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i princìpi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU il 20 novembre 1989, e con i princìpi generali dell’ordinamento italiano.”

Queste finalità richiedono la concordia propria dello spirito comunitario. L’auspicio è che questa concordia si vada espandendo in ogni campo, in modo tale che la crisi dell’idea di humanitas sovranazionale possa essere passo dopo passo superata.

L’articolo La crisi della comunità proviene da MATMEDIA.IT.

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