È solo questione di bulli?

Non parlare, non vedere, non sentire. È solo questione di bulli?

di Maria Grazia Carnazzola

1- Il palcoscenico: cercare i colpevoli o le soluzioni?

Ci sono notizie che non possono cadere nell’oblio del martellante accavallarsi delle informazioni, che si tratti del ferimento di un docente, dell’omicidio di una mamma con il suo bimbo in grembo, dell’aggressione per strada di una passante, dell’uccisione di bambini in un parco, delle azioni aberranti di agenti di pubblica sicurezza…Episodi al limite che si susseguono con un ritmo incalzante che se da una parte disorienta, dall’altra segnala la rassegnazione al rapido silenzioso declino delle relazioni umane. Ma – sosteneva Albert Schweitzer – il rispetto della vita viene ancora prima del rispetto delle relazioni. Siamo umani perché abbiamo il pensiero, possiamo essere spensierati o pensierosi, ma è il pensiero che ci mette di fronte ai problemi- cronici o nuovi- del nostro vivere con gli altri, alla nostra dimensione umana che riguarda anche la violenza, la morte, la stupidità, la crudeltà: è il costo di essere umani, recita un antico testo Egizio. Prendere coscienza di sé separa dal mondo, prendere coscienza della propria umanità può riconciliare col mondo, bisogna imparare a vedere l’interezza di ognuno di noi. Siamo umani perché abbiamo il pensiero che si nutre anche di emozioni e il rispetto della vita, propria e altrui, è l’emozione che fonda ogni sentimento, passando attraverso la razionalità. Non si può discutere sulla gravità di fatti come quelli menzionati più sopra perché erodono il concetto di rispetto, di fiducia, di Stato, di Nazione, vanificano il pensiero e le riflessioni di generazioni intere di donne e di uomini che hanno lavorato per costruire una società più giusta. Se il contesto degrada, saltano gli argini e il rispetto delle regole diventa responsabilità collettiva, oltre che delle istituzioni e della politica, magari recuperando anche l’igiene delle parole, processo che non coincide con il politically correct. Non è un problema di oggi: C.G. Jung riteneva che i valori costituiscono la matrice che orienta simbolicamente la società e gli individui tutti (Paolozza, 2022).

2- Le istituzioni

La percezione di vivere in un contesto dove il livello di sicurezza diminuisce, contrasta con le statistiche – periodicamente diffuse- che segnalano un calo di episodi di violenza. È vero che bisognerebbe vedere come sono compilate le statistiche, ma probabilmente il livello di efferatezza dei fatti è tale che il livello di sicurezza percepita diventa motivo di allarme: sembra si sia fatto un salto all’indietro verso una modalità tribale di gestione delle relazioni, dove il concetto di potere torna a confondersi con quello di responsabilità. Preoccupa la soglia di violenza e di intolleranza che, vissute come normalità, non permettono di spiegare compiutamente le variabili e le dinamiche in gioco nè di interpretare il vivere in comunità come orientamento al rispetto delle regole e dei limiti. L’accadimento che sposta il limite in modo poco percepibile- e quindi non sanzionabile – e poi quelli successivi che, spostamento dopo spostamento sempre un po’ di più rispetto al fatto precedente, ma senza riferimento al punto di partenza- portano al crollo di ogni sistema, di ogni istituzione, sia essa la famiglia, la scuola, la società. Dobbiamo tutti ritrovare memoria e rielaborazione storica per leggere il rapporto di oggi tra dinamiche generali e vite individuali e familiari, consapevoli che argomentare sui dubbi è più difficile che argomentare sui fatti: è la sfida della comprensione di fronte alla progressiva erosione delle norme e dei comportamenti. Se da una parte si invoca il ruolo di educazione, istruzione, formazione che la scuola deve continuare ad assolvere, dall’altra si deve sottolineare l’assurdità dell’attribuire alla sola scuola una funzione che non le può appartenere e che la trasformerebbe in altro da sé. Nessun partito ha esplicitato compiutamente la propria idea di scuola, al di là della solita proposta di incrementare le risorse economiche destinate, neanche in occasione delle ultime elezioni politiche. Non significa che i partiti di destra o di sinistra non abbiano un’idea di scuola o di università, per entrambe le posizioni, l’idea si concretizza in un miscuglio tra azienda e oratorio, con un po’ burocrazia senza finalità, un po’ di intrattenimento, un po’ di quiz, un po’ di centro di ascolto, abbastanza improvvisazione- passata per innovazione orecchiata all’estero- amplificata dal protagonismo del ministro di turno. È da molto che il sistema andrebbe riformato, nel senso di rimesso in forma, ma non nel senso di diventare un luogo dove sono parcheggiati docenti che non fanno più i docenti e studenti che non fanno più gli studenti, tutti in crisi di identità. Il problema vero è che è venuta a mancare la rete sociale e l’alleanza tra genitori e insegnanti che hanno ruoli diversi ma sono accomunati dallo status di adulti. Anche la famiglia, come la scuola, sembra diventata altro da sé. È da tempo che la stampa propone riflessioni su quello che accade; gli argomenti sono la responsabilità educativa delle famiglie; il permissivismo e lo stare dalla parte dei figli; l’ingerenza nelle decisioni della scuola e le arroganti rivendicazioni negli ambiti più svariati, dalla valutazione, alla didattica, alla metodologia, alla scelta dei contenuti; la maleducazione dei ragazzi, la loro solitudine, la loro smania di “esistere” con successo sui social; la politica scolastica e la progressiva perdita di immagine e di autorevolezza, la difficoltà a coinvolgere le classi… I segnali del pericoloso degrado non sono recenti.

3- Questione di bulli?

Gli episodi di prepotenza e di violenza, così ben documentati dai video che diventano virali e dai media tutti, sono la parte emergente e ben socializzata della frattura che si è creata nella società e tra scuola e società, tra genitori e insegnanti, della confusione che si è ingenerata tra diritto alla trasparenza e prassi dell’ingerenza, tra diritto/dovere alla collaborazione educativa e la pretesa di decidere su contenuti, metodi, provvedimenti. Episodi, per fortuna non quotidiani ma frequenti-, professori a volte acquiescenti, sempre più frustrati, stanchi e ragazzi spesso demotivati, insofferenti, a volte aggressivi e irriverenti, che sanno i loro errori ma non gradiscono che qualcuno glieli segnali. Eppure l’errore è fonte di sviluppo, di tutto il percorso dell’umanità, ci permette “di riavviare il sistema” (Giorello 2019). I ragazzi sono come sono al bar, per strada, sui motorini o sulle auto, sui social, loro e i loro genitori…noi adulti. Perché dovrebbero essere diversi a scuola, se la scuola non riesce per loro ad essere risorsa per comprendere ciò che vivono, risorsa per la democrazia e lo sviluppo (che non è sinonimo di crescita economica), se non è luogo di cultura dove si osserva “scientificamente” il presente con gli strumenti e gli sguardi disciplinari che la storia dell’umanità ha costruito fino a qui, dove si cerca di dare una direzione (orientamento) ai progetti di vita personali che insieme diventeranno un progetto sociale, comprensivo di tutte le differenze, le diversità e le “uguaglianze” umane. Sì, perché prima di essere diversi c’è qualcosa che ci fa uguali. Quando i bambini molto piccoli sottolineano una differenza, lo fanno a partire da una ipotizzata “uguaglianza” che, disattesa, crea quella dissonanza cognitiva che è la spinta a cercare spiegazioni, cioè generativa del desiderio di apprendere (Festinger). “N’dumbe ha le collant nere, hai visto?” mi ha detto una volta una bimba di tre anni mostrandomi la compagna ivoriana, nuova arrivata alla scuola dell’infanzia. Forse è questa aspettativa di “uguaglianza in quanto umani” che non abbiamo più, che non riconosciamo nell’esperienza e nel modo in cui percepiamo e ci percepiamo nel mondo. Ho trovato questa suggestione- che definirei precategoriale- in C. Sini (Idioma, 2021), R. Rossanda (Questo corpo che mi abita, 2018) e in B.-C. Han (Infocrazia, 2023), argomentate in modo diverso, – ciascuno dal proprio punto di osservazione- ma convergenti.

La confusione tra reale e virtuale, tra analogico e digitale (generato dall’uso delle piattaforme e non dal digitale in sé) hanno effetti devastanti sul modo in cui i ragazzi- ma non solo- si percepiscono e sul valore che vi attribuiscono, a partire dai bambini molto piccoli fino agli adulti. Non è più l’esperienza che conta, il fatto in sé e le conseguenze che genera: è il dopo, è il raccontare il fatto attraverso il video postato e condiviso che diventa importante: se non condivido, ciò che faccio non esiste, io non esisto. Ma l’esperienza nel reale non è bidimensionale come raccontano i video postati sui social e se si aggiunge l’abitudine di guardare l’altro per ciò che si pensa che sia e non per ciò che è, il pericoloso ribaltamento dei criteri di giudizio diventa evidente. Così succede che un ventenne farneticante a bordo di un suv, venga guardato come modello da invidiare, forse da imitare, e non da compatire. Il valore è il mercato, il successo, il fare audience… ma anche l’idiozia produce like, pare 600.000 per il video postato dallo youtuber di cui sopra. C.M. Cipolla riteneva che “Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione”, aveva ragione. È evidente l’urgenza di ristabilire una gerarchia di valori. Gli adulti tutti sono chiamati in causa, qualsiasi ruolo o funzione ricoprano, siamo educatori e responsabili per il fatto stesso di essere adulti; anche se ci atteggiamo a eterni adolescenti, anche se copiamo i figli nel vestire, nel linguaggio e negli atteggiamenti. Ci tocca come docenti, genitori, animatori, gestori delle piattaforme, politici, amministratori. Costruire una chiara e condivisa consapevolezza dei problemi per arginare la superficialità affettiva, emotiva, relazionale, insegnando- con i comportamenti e non solo con le parole- a gestire le frustrazioni, i fallimenti e gli inevitabili conflitti, parlando di ciò che accade con gli strumenti culturali che abbiamo, chiarendo concetti che spesso noi stessi confondiamo trasformandoli in slogan. Parlare di scienza è diverso che parlare di tecnologia, ad esempio; l’empatia-elemento fondamentale dell’agire umano che permette di cogliere le emozioni dell’altro- non è sempre identificabile con l’empatia positiva (basti pensare ad Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti) come S. Baron-Cohen ha ben argomentato (2012). O, per tornare a un argomento molto dibattuto, quello dell’orientamento al lavoro: chiedersi e chiedere cos’è “lavoro”, se è stare sui binari fino quasi ad essere sfiorato dal treno e poi postare il video. Guidare un suv per 50 ore e starnazzare come un oca (maschio) è lavoro? Tutto ciò che si fa e per cui si è pagati è lavoro? Parliamone con i ragazzi, guardandoli per come sono e non per quello che pensiamo siano, usiamo gli strumenti culturali -compresa la tecnologia- per costruire ponti e non muri, perché si diventa adulti a prescindere dai risultati che si ottengono, nessuno è mai solo il risultato che ha ottenuto e neanche gli applausi scroscianti dei divoratori di luoghi comuni a un Salone del libro per una battuta su Verga, possono considerarsi un risultato. Gli adulti possono e devono tornare a incarnare limiti facendo riferimento ai valori, con l’azione e con la parola: serve autorevolezza per farlo e si è autorevoli quando si aprono vie e possibilità, non quando ci si limita a chiuderle esercitando un ruolo. Lo si può fare con naturalezza senza pesantezze, si usa dire con leggerezza, a patto che leggerezza non sia sinonimo di vuoto. Non è solo una questione di bulli, è questione di rifondare una sistema di educazione-istruzione-formazione dove siano chiari i fini, gli strumenti, le azioni, gli attori e le responsabilità. E dove ciascuno sia cosciente della “parzialità” del proprio dire, del proprio fare e del proprio percepire: la consapevolezza della complessità aiuta a combattere “la banalità del male” (Arendt). Gli adolescenti, i giovani (non tutti per fortuna) sono irresponsabili, senza etica e senza valori, si dice, ma quanto abbiamo contribuito noi adulti a tutto questo? Quanto contribuiamo alla crescita di perfetti consumatori, come scuola e come famiglia, senza farci carico della crescita armoniosa di futuri adulti liberi e responsabili, mantenendogli adolescenti e i giovani nel ruolo di eterni minori. Nello status di figlio che pensa la famiglia come bancomat, o di studenti che pensano la scuola (e l’università) come a un giardino d’infanzia ben recintato, dove i doveri, le le responsabilità e le fatiche sono solo quelle degli altri. È colpa loro se trovano tutto questo comodo e confortevole? Non penseremo davvero che ci ringrazieranno quando si troveranno, soli e senza strumenti di fronte alle inevitabili difficoltà che la vita presenterà, a partire dal necessario ripensamento di un sistema di welfare non più sostenibile, così com’è stato pensato e strutturato.

4- La posta in gioco è alta, la scommessa difficile, da dove cominciare?

La scuola deve intervenire, ovvio, ma non è un’impresa facile dopo anni di confusione in cui i segnali del pericoloso degrado in atto erano evidenti, ma venduti come tratti di modernità. Gli adulti di oggi, genitori e docenti compresi, erano gli alunni di quella scuola di venti, di trent’anni fa, di una scuola che cambiava e affermava nuovi e democratici principi pedagogici e sociali, rifiutando “vecchi e superati” modi di vivere, i ruoli e le relazioni senza costruire, al di là delle parole, nuovi strumenti e nuove professionalità che avrebbero dovuto produrre il cambiamento. I diversi “progetti educativi” ministeriali delegavano alle scuole compiti che già allora contrastavano con gli stili di vita e i comportamenti pubblici ammessi e veicolati nel sociale, legittimati a livello istituzionale. Oggi si dice di voler promuovere il pensiero critico, la costruzione di identità, la capacità di orientarsi e di essere cittadino attivo…, per farlo si dovrebbe ricominciare a ragionare di convivenza civile e di comportamento, a scuola e in famiglia. Cosa si intende per comportamento e quali sfere coinvolge? Riguarda solo il rispetto delle regole o fa riferimento anche a valori sociali, morali ed etici? Che rapporto ha con il profitto, quanto è sola responsabilità dell’alunno e delle famiglia e quanto è legato ai contesti di lavoro e di relazione costruiti nella scuola? Rispetto alle competenze di cittadinanza come si colloca? Come è evidente, il discorso riguarda anche una ripartenza delle famiglie, ma in questa sede il focus è la scuola. Da qui il Collegio dei docenti potrebbe ricominciare per individuare criteri e modalità condivise di formulazione del giudizio sintetico, sulla base di indicatori condivisi e descrittori trasparenti, che riducano la percezione di una valutazione soggettiva da parte dei singoli docenti. Sarebbe un bel segnale: il giudizio non è quello che penso io, ma quello che pensa una comunità di professionisti. Sarebbe anche un modo per rispondere a una domanda riportata da un giornale del 11 giugno scorso “Gli studenti temono la competizione e il fallimento, i docenti temono i genitori, i dirigenti temono gli avvocati…Che cosa sta succedendo alla scuola italiana? Da dove ripartire?” La scuola ha paura, si sostiene. È normale avere paura quando ci si sente inadeguati, quando non si sa come fare. Quando non si è sicuri di quello che si fa – perché le richieste che vengono dal centro sono confuse e contraddittorie- non si può essere chiari e rigorosi nei comportamenti educativi e si sceglie tra un autoritarismo che non paga e un’amicalità che preserva dalle contestazioni immediate che danneggiano la credibilità e il rispetto dell’istituzione e delle persone. La scuola pubblica può essere strumento di sviluppo sociale e di crescita personale solo se è adeguata alle trasformazioni in atto, le gestisce e ne contiene le ricadute negative (Postman). Paradossalmente, oggi aumentano le deleghe educative e i problemi che ne derivano e nel contempo diminuiscono gli strumenti professionali degli insegnanti: diventano esperti di tecnologie, di strategie speciali, tutori, mentori, orientatori… e perdono terreno sul piano culturale, metodologico, psicopedagogico, deontologico ed etico. Tutti i cambiamenti, le innovazioni, le riforme (che non possono essere frutto di decreti ma esiti di iter parlamentare che non si risolve question time), i dibattiti sui livelli o sulle carenze di apprendimento o sulla mancanza di rispetto hanno senso solo se al centro si mette la professionalità degli insegnanti, il reclutamento e la manutenzione delle professionalità: per un insegnante colto, competente, attento a ciò che accade e ai cambiamenti, relazionalmente capace, attrezzato pedagogicamente e psicologicamente; solo dopo si costruiscono patti e contratti, si riconoscono carriere e soldi. Insegnare è prima di tutto un compito, un mestiere e come tutti i mestieri va fatto a regola d’arte. Una inversione di tendenza rispetto a ciò a cui stiamo assistendo nelle politiche nazionali. Dobbiamo convincerci che, fino a quando non avremo docenti adeguati (ma anche dirigenti), nessun cambiamento che contrasti e faccia da argine al degrado culturale e sociale potrà venire compiutamente dalla scuola.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Baron-Cohen,S., (2012), La scienza del male- l’empatia e le origini della crudeltà, Milano, Raffaello Cortina
Cipolla C.M., Allegro ma non troppo, Bologna, Il Mulino
Festinger L., (2009), Teoria della dissonanza cognitiva, Milano, Franco Angeli Giorello G., Donghi P., (20019), Errore, Bologna, Il Mulino
Han B.C., Infocrazia (2023), Torino, Einaudi
Paolozza P., (2022), Jung e il suo doppio, Roma, Lit-Castelvecchi
PostmanN., (2019), Ecologia dei media, Roma, Armando Editore
Rossanda R. (2018), Questo corpo che mi abita, Torino, Bollati-Boringhieri Sini C., (2021), Idioma. La cura del discorso, Jaca Book

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