Empatia, voce del verbo insegnare

Empatia, voce del verbo insegnare

di Laura Bertocchi

L’empatia è, dizionario alla mano, “la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”. In altre parole possiamo definirla come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, di sperimentare i sentimenti degli altri e di parteciparvi da un punto di vista emotivo-affettivo.

Questa dote, che ai profani può apparire trascurabile in ambito educativo, è in realtà fondamentale per stabile e mantenere un rapporto con gli studenti, in quanto aiuta a comprenderne gli stati d’animo, a prevederne le reazioni e, infine, a gestire adeguatamente anche le situazioni più difficili. La rilevanza educativa dell’empatia consiste nel fatto che “fa superare all’educatore ogni forma di rapporto con l’educando di tipo astratto, oggettivistico, di conseguenza pericolosamente autoritario.”

Nel corso degli anni Cinquanta del Novecento, Maslow, psicologo comportamentista statunitense, ha sviluppato una teoria dei bisogni di ogni essere umano e, attraverso la sua famosa piramide,li ha classificati secondo differenti livelli, dai bisogni di base, la cui mancata soddisfazione può compromettere la vita, a bisogni progressivamente più complessi. E tra questi troviamo la necessità di dare un senso alle nostre azioni e trovare una ragione in ciò che facciamo . 

È evidente che sentirsi costretti a fare qualcosa senza vederne lo scopo costituisce un forte ostacolo alla motivazione e all’impegno. È compito del docente aiutare i propri studenti a trovare la ragione dell’alzarsi ogni mattina per recarsi in un’aula ad ascoltare per -mediamente – trenta ore la settimana degli insegnanti che spiegano, talvolta argomenti che toccano e coinvolgono i ragazzi ma, più spesso, temi che non suscitano il loro interesse.  

Per gli studenti delle scuole secondarie, le indagini più recentimettono in evidenza la necessità di trattare durante le lezioni questioni legate all’attualità e tematiche più concrete – questioni legate al genere, al rispetto delle minoranze, ai temi di Educazione Civica, solo per citare alcuni esempi – che abbiano dunque un riscontro nella vita di tutti i giorni, con conoscenze ancorate al quotidiano. 

Se dare un senso al proprio agire è indispensabile per gli studenti più grandi, per gli alunni delle scuole dell’infanzia e della primaria può essere più complesso. Per loro è indispensabiletrovare modalità e strategie che rendano più piacevole l’apprendimento, anche e soprattutto quando questo rischia di essere vissuto come costrizione. 

Dismettere i panni del docente e indossare quelli dei propri allievi può dunque rivelarsi essenziale per comprenderne gli stati d’animo, prevederne le reazioni, intercettare i segnali che potrebbero innescare una crisi. Infatti “l’empatia va considerata come un fattore importante nello sviluppo delle capacità di porsi in relazione con gli altri per le sue evidenti relazioni con lo sviluppo dei comportamenti prosociali o altruistici, con la comprensione delle emozioni, con il prospective taking, cioè con la capacità (…) di assumere la prospettiva di un’altra persona”, tutte capacità che assumono un’importanza fondamentale nel lavoro di chi si prende cura degli altri, come i docenti che si prendono cura dei processi di apprendimento e di socializzazione degli studenti.

Ma quali sono gli atteggiamenti – le posture diciamo oggi – che i docenti assumono e che gli studenti leggono come segnali di apertura, interesse, empatia – appunto – nei loro confronti? Non solo ciò che l’insegnante dice, ma il “come” lo dice è altrettanto importante, se non addirittura più importante, perché è risaputo che siamo prima visti e poi ascoltati e siamo più visti che ascoltati. Il paraverbale dunque assume un ruolo essenziale nell’approccio empatico verso lo studente.

Il primo assioma della comunicazione, secondo Watzlawick, è che non si può non comunicare. La non comunicazione è impossibile, perché qualsiasi comportamento comunica qualcosa ed è impossibile avere un non-comportamento. Comunichiamo continuamente dunque, più o meno consapevolmente, e per raggiungere scopi diversi, spiega Jakobson, teorizzando sei funzioni. Quelle riferibili all’empatia che il docente può mostrare nei confronti del discente riguardano i due interlocutori:

a. La funzione emotiva è riferita all’emittente ed è quella nella quale si esprimono gli stati d’animo, anche attraverso la modulazione della voce, che può rendere più vivido il sentimento provato;

b. La funzione conativa, riferita al destinatario, ha l’intento diinfluire sul proprio interlocutore, suscitando in lui emozioni che lo persuadano ad agire o pensare in un determinato modo. Questa funzione può anche essere attuata senza che l’attore ne abbia davvero consapevolezza. 

Costitutiva della relazione empatica è dunque la dimensione relazionale della comunicazione, area del dialogo e dello scambio interattivo con l’altro. In questo incontro non vengono scambiate solo parole, ma anche emozioni, gesti e sentimenti. Le funzioni del docente in questa relazione sono positive e fungono da facilitatori nell’instaurarsi di una relazione di ascolto e comprensione. Il docente, dunque, non dispone né moralizza, ma chiarisce, dimostra, stimola, apprezza, offre supporto ed aiuto, loda, mostra sollecitudine, interpreta e riconosce un proprio errore. 

Il comportamento verbale del docente è evidentemente di apertura nei confronti dello studente, di ascolto e comprensione.

Come è noto però non si comunica solo con la voce, ma con l’intero corpo; è dunque importante mostrare coerenza e corrispondenza tra gli atteggiamenti e gli intenti comunicativi. 

Fondamentale è l’aspetto paraverbale, cioè il modo con cui qualcosa viene detto. 

Le principali qualità vocali che caratterizzano il tono di un discorso sono l’altezza (acuta o grave); il timbro (che può essere, a titolo esemplificativo, squillante, graffiante, freddo, penetrante…); la velocità di eloquio; il ritmo (che riguarda l’alternanza delle velocità in un discorso) e l’intensità (che permette di distinguere i suoni deboli da quelli forti). 

L’altezza e il timbro ci appartengono per natura e sono difficilmente modificabili. Nell’interlocutore possono suscitare sentimenti, talvolta fastidio ma, generalmente, non esprimono le emozioni e gli atteggiamenti di chi parla. Queste peculiarità consentono piuttosto di distinguere e riconoscere una voce tra mille altre. 

Le caratteristiche note, invece, con il nome di “colore”, oltre a suscitare la reazione dell’interlocutore, sono riconosciute come rivelatrici di sentimenti ed emozioni di colui che parla. Pensiamo al ritmo: la velocità di elocuzione è certamente influenzata dalle inclinazioni, dalla storia personale e dal contesto culturale. Generalmente noi italiani abbiamo un comportamento “logorroico”, poiché abbiamo orrore del silenzio, che cerchiamo di riempire in ogni modo. Al di là di queste considerazioni interculturali, comunque, lo stato emotivo gioca qui un termine fondamentale. Parlare troppo rapidamente è abitualmente indice di apprensione, ansia, imbarazzo… tutte sensazioni che mal si sposano con l’intento di mostrare ascolto e comprensione nei confronti di uno studente. Viceversa, una parlata lenta può suscitare calma, tranquillità, predisporre all’ascolto e al confronto. 

Adattare il ritmo al discorso è quindi molto importante e modularne l’andamento consente di far passare intenzioni diverse, catturare e mantenere l’attenzione dell’altro. Le pause, inoltre, consentono all’interlocutore di inserirsi nel discorso che, in questo modo, diventa collaborazione, co-costruzione, comprensione. 

Altrettanto importante nella comunicazione è l’intensità della voce, intesa anche come volume, che si deve adattare al contesto e alle circostanze. Se in un’aula una voce forte richiama l’attenzione, incita e esorta, in un dialogo a due può diventare prevaricatrice e aggressiva. D’altro canto, il volume utilizzato per una confidenza non è adeguato alla gestione di una lezione in un’aula piena. Una voce troppo bassa rischia di perdersi e mostra indifferenza alle esigenze di studenti che necessitano di sentire con chiarezza quanto viene detto dal docente. 

Se poi analizziamo il non verbale sono numerosi gli atteggiamenti che meritano una riflessione.

Innanzitutto, il contatto fisico. È una delle forme più comuni di comunicazione e l’interpretazione che si dà varia molto a seconda delle circostanze, dell’età e del genere degli attori, della cultura di appartenenza. Ci sono situazioni nelle quali il contatto fisico può favorire l’avvicinamento tra le persone e trasmettere vicinanzaemotiva, solidarietà, comprensione. D’altro canto, può essere percepito anche come violenza e intrusione nel proprio spazio personale. La sensibilità nel leggere le evidenze e ciò che si cela tra le righe è essenziale per capire l’opportunità o meno di un contatto fisico. Ciò vale naturalmente anche per la prossimità, cioè la distanza tra i due interlocutori. Entrare nello spazio dell’altro, quando dall’altro siamo accolti, favorisce l’instaurarsi di una certa sintonia. 

Guardarsi poi ha un enorme significato a livello emotivo: “l’incontro tra due paia di occhi rappresenta la modalità primaria fondamentale che favorisce l’incontro interpersonale”. Lo sguardo non è indagatorio, accusatorio o di sfida, ma è uno sguardo intenso, sincero, aperto e mai sfuggente. Il sorriso, aperto o appena accennato, a seconda delle circostanze, è un invio ad aprirsi e a fidarsi. 

È tutto il corpo, dunque, a comunicare la nostra disponibilità all’ascolto. La postura – in una dimensione empatica – non rimanda messaggi di chiusura, come le braccia conserte o la testa ripiegata, non si mostra prevaricatrice, ma è rilassata, protesa verso l’altro, pur nel rispetto dei suoi tempi e dei suoi spazi. I gesti devono essere coerenti con questa apertura. 

Naturalmente il controllo costante e completo dei nostri atteggiamenti è praticamente impossibile. È molto importante però essere consapevoli che determinate posture comunicano chiusura e posizioni rigide, di scarso ascolto nei confronti dell’altro, in questo caso dello studente. Affinché gli studenti comprendano la disponibilità al dialogo da parte dei docenti, non è sufficiente che questa venga esplicitata, ma è necessario che traspaia dalle parole e dai modi dell’insegnante, coerenti con le intenzioni dichiarate. 

Il dialogo educativo è complesso, non sempre facile o lineare. Ècostituito da tappe, da passi in avanti e rapidi passi indietro,perché è dialogo intergenerazionale, tra ruoli diversi e in circostanze in continua mutazione. Naturalmente non è la singola postura a trasmettere scarsa disponibilità, ma l’insieme dei diversi atteggiamenti. Ciò che è imprescindibile è il sincero interesse del docente nei confronti dello studente, la vera disponibilità ad ascoltare, che è molto di più del sentire. 

L’empatia, la disponibilità ad aprirsi all’altro è impegnativa, richiede costanza e fatica, perché chiede di mettere in discussione i propri pregiudizi, i propri preconcetti e, talvolta, anche i propri valori. D’altro canto, può essere fonte di grandi scoperte, perché l’altro ha sempre le sue ragioni, sebbene possano essere diverse dalle nostre e talvolta incomprensibili. 

“Il bambino e il maestro” è un corto nel quale si vede un docente di scuola elementare punire un bambino perché arriva sempre in ritardo. Una mattina, recandosi a scuola, il maestro vede il suo alunno accompagnare il fratello sulla sedia a rotelle in un’altra scuola e poi correre per arrivare nella sua aula e, come ogni giorno, arrivare in ritardo. A quel punto il maestro chiede perdono e stringe a sé l’alunno. 

Dietro ad ogni comportamento ci sono ragioni che chiedono di essere viste e ascoltate. Talvolta possiamo non capirle o non condividerle, ma è indispensabile conoscerle per darci, e dare all’altro, la possibilità di accettarle.

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La gestione del conflitto

La gestione del conflitto

di Laura Bertocchi e Mario Maviglia

Premessa

In senso generale possiamo intendere il conflitto come “una situazione sociale in cui due o più individui apertamente si oppongono l’uno all’altro”[1] e questa opposizione può riguardare “pensieri, convincimenti, tendenze, desideri ecc. fra loro differenti.”[2] Da un punto di vista psicoevolutivo i comportamenti conflittuali si manifestano fin dalla più tenera età e costituiscono una tappa fondamentale nel processo di individuazione e di costruzione dell’identità del bambino (oltre che di sviluppo della sua autonomia). “È attraverso l’opposizione con l’altro [in modo particolare con le figure genitoriali] che il bambino sperimenta e afferma la sua indipendenza e individualità; una strategia questa che fa la sua prima ed emblematica comparsa nella crisi di opposizione dei 2 anni, in cui il bambino ricerca sistematicamente il conflitto con l’adulto.”[3] È interessante notare che questa crisi di opposizione ricompare in modo accentuato anche nella fase adolescenziale in cui la ragazza e il ragazzo sono alle prese con la ridefinizione della propria identità in un rapporto di ambivalenza e contrapposizione con le figure adulte di riferimento.

            Già da queste annotazioni si può notare che il conflitto è insito nella natura umana sia in senso intrapsichico (come quando una persona è “influenzata simultaneamente da due forze opposte di intensità approssimativamente uguale”[4], oppure nel caso della “dissonanza cognitiva” elaborata da Festinger[5]), sia in senso interpersonale come preannunciato sopra. Il problema, dunque, non dovrebbe essere quello di accettarne l’esistenza, ma di trovare forme adeguate per affrontarlo in modo positivo. In realtà spesso, in campo educativo, si tende a disconoscere la dimensione conflittuale per un malinteso senso dell’”essere buoni”. Sia in seno alla famiglia che all’interno della classe una delle frasi più ricorrenti delle figure adulte è “non bisogna litigare” ed anzi chi si rende responsabile di un conflitto viene inconsapevolmente sollecitato a sentirsi in colpa. Eppure, analizzando la letteratura specifica del settore si può facilmente scoprire che vi sono vari modi per affrontare il conflitto. S. Bonino[6] individua almeno quattro forme diverse di affrontamento del conflitto:

il primo – molto diffuso – è quello di evitarlo o sottacerlo. Vi possono essere diverse ragioni che portano a questa forma di comportamento: la paura di rimanere soli o di non essere in grado di affrontare il conflitto; il timore di non piacere a tutti; la paura di non riuscire a controllare la propria aggressività in una situazione conflittuale o di subire quella dell’interlocutore. Va però detto che sia in famiglia che a scuola l’espressione del conflitto dovrebbe costituire l’occasione per ragionare proprio sul conflitto e sulle possibilità di esplicitarlo in una dimensione sostenibile per tutti.

La seconda forma è l’inibizione, che si determina di solito quando il rapporto tra i contendenti è asimmetrico per ragioni di ruolo o status (insegnante e studenti, o genitori e figli) o comunque quando l’altro viene percepito come più forte, come nel caso di fratelli di diversa età.

Una terza forma riguarda l’aggressività che costituisce una modalità di soluzione del conflitto a proprio favore. Va sottolineato che ricerche empiriche hanno messo in luce che “il ricorso all’aggressività nel conflitto interpersonale è sollecitato dalla partecipazione a contesti competitivi, che portano a un’escalation del problema, oltre la causa originale del conflitto.”[7] L’aggressività può anche essere la risposta ad una situazione in cui il soggetto sperimenta continuamente la difficoltà a intercettare il consenso degli altri; questo determina una sorta di circolo perverso in quanto il soggetto “rifiutato” tende a mettere in atto condotte sempre più aggressive che però determinano negli altri un comportamento ancor più ostile.

Infine, una quarta forma riguarda la negoziazione, ossia la ricerca di una soluzione per quanto possibile condivisa e tale da non scontentare nessuno. L’affermazione di una modalità negoziale è influenzata da almeno tre fattori: da una parte lo sviluppo del linguaggio e delle capacità espressive che pone il bambino/a o lo studente/ssa nella condizione di poter esprimere e sostenere in modo più adeguato le proprie ragioni o di richiedere spiegazioni a quelle degli altri; dall’altra lo sviluppo delle capacità empatiche e quindi la possibilità di tener conto del punto di vista dell’altro soprattutto all’interno di un possibile conflitto; e infine un assetto cooperativo dell’organizzazione sollecita fortemente la ricerca di soluzioni condivise.

Le ragioni del conflitto

Ma a cosa serve il conflitto? Abbiamo già visto che nel processo evolutivo serve per costruire la propria identità, attraverso il meccanismo di individuazione e differenziazione dall’altro.

I conflitti, soprattutto tra bambini o ragazzi, sono spesso fonte di forte disagio nell’adulto che si trova a doverli gestire. In classe tale disagio è per certi aspetti comprensibile, perché può far sentire l’insegnante impreparato e impotente di fronte a bambini e ragazzi che manifestano comportamenti conflittuali che spesso diventano aggressivi, nelle parole e, talvolta, nei gesti.

Per affrontare queste situazioni serve lucidità ed è indispensabile, innanzitutto, eliminare il giudizio moralistico[8]. Infatti, come abbiamo precisato in precedenza, il conflitto non ha un senso esclusivamente negativo, ma è un aspetto imprescindibile di una sana interazione sociale.

Come può allora l’insegnante intervenire efficacemente durante un conflitto tra alunni?

Molto, chiaramente, dipende dalla fascia di età a cui si fa riferimento. Se in età prescolare non è possibile aspettarsi che i bambini siano autonomi nella gestione del conflitto, è auspicabile pensare che crescendo acquisiscano strategie di risoluzione sempre più autonome e maggiori abilità di gestione delle emozioni coinvolte. D’altro canto, l’esperienza ci insegna che non sempre la ragionevolezza domina il conflitto, nemmeno tra adulti. Ecco allora che mettere in campo delle strategie di gestione diventa essenziale.

Innanzitutto è importante identificare le ragioni del conflitto:

Difficoltà di comunicazione

Spesso il conflitto nasce da un malinteso, da un fraintendimento. Soprattutto quando la comunicazione non avviene vis-à-vis (pensiamo per esempio ai social) il contesto è estremamente limitato e non aiuta certo la corretta interpretazione di quanto viene scritto o detto. Per quanto l’uso degli emoticon cerchi di sopperire alla mancanza degli aspetti paraverbali, l’assenza di toni, modulazioni della voce, espressioni, sguardi, sorrisi e gesti può generare numerosi fraintendimenti. È allora importante risalire all’intenzione di ciò che è stato detto, prestando attenzione al mittente, alle sue motivazioni e ai suoi obiettivi, che non sono necessariamente quelli compresi dal destinatario. Altrettanta attenzione va posta anche su chi riceve il messaggio, su ciò che comprende e su quali reazioni suscitino in lui quelle parole.

Differenze di obiettivi

Gli attriti naturalmente non si innescano solo per questioni di forma, spesso il disaccordo riguarda la sostanza. Avere obiettivi diversi è certamente uno di questi casi. Due bambini vogliono giocare, uno a calcio, l’altro a basket. Trovare un punto di incontro è complesso, perché le due scelte si contrappongono: optare per una delle due significa escludere l’altra. Spostiamo ora il piano del confronto su temi caldi che possono toccare gli adulti: l’embargo, la guerra. Schierarsi a favore della pace significa necessariamente dire no al sostegno alla guerra. Sono due posizioni opposte, per le quali non è possibile trovare un punto di incontro. In questo caso diventa opportuno chiedersi quali sono le ragioni che spingono verso un determinato obiettivo e, sovente, le ragioni ultime e i grandi principi che muovono scelte e azioni sono identici. Divertirsi, potremmo immaginare nel caso dei bambini, ristabilire o trovare un equilibrio, possiamo azzardare nel secondo caso. Ecco allora, può capitare di scoprire che i fini non sono così diversi, sebbene le scelte iniziali possano apparire diametralmente opposte.

Stili non condivisi

In questo caso il risultato perseguito è il medesimo, ma il percorso che si desidera intraprendere per giungere alla meta può essere diverso. Molto dipende dal modo peculiare con cui ognuno di noi, anche sulla base delle esperienze pregresse, affronta un problema o una sfida. Si può essere più interventisti, quando si preferisce agire prontamente, oppure si può prediligere un approccio più riflessivo, analizzando tutte le possibili soluzioni, i vantaggi e gli inconvenienti. Quando due persone con attitudini così diverse devono collaborare, è ragionevole pensare che possa nascere un conflitto che, se mal gestito, può degenerare, tanto più quando il fine da raggiungere rappresenta un importante traguardo per le persone coinvolte.

Differenza di metodi e tempi di gestione delle azioni

Altrettanto importanti sono le differenti attitudini che ognuno di noi adotta nella gestione di un problema. Esistono persone che affrontano tutto di petto. Sembrano non temere niente e nessuno, si lanciano nelle imprese e affrontano le sfide con coraggio. Altre persone invece hanno bisogno di tempi più distesi per maturare la consapevolezza delle azioni da compiere e, anche una volta maturata tale consapevolezza, ritornano spesso sulle proprie decisioni. Il confronto tra due tipologie di caratteri così diversi può essere fonte di disaccordo e conflitto, a maggior ragione quando succede che questi debbano collaborare per portare a termine un progetto o raggiungere un traguardo.

Differenze nelle credenze e nelle opinioni di base

Le credenze di base sono idee profondamente radicate all’interno di ognuno e influenzano il modo in cui viviamo la vita. Possono avere origine nel background culturale ma anche essere determinate dalla storia personale, da esperienze negative o positive che influenzano convinzioni e percezioni.  Credere, per esempio, che le situazioni che affrontiamo avranno una conclusione positiva fa sì che anche le difficoltà vengano sostenute con un’energia diversa rispetto a chi teme l’insuccesso. Queste attitudini così diverse ovviamente cozzano quando si deve collaborare per un obiettivo.

Regole non chiare

Quando si lavora in gruppo è indispensabile, per una proficua collaborazione, che le regole siano chiare a tutti. Gli obiettivi che si perseguono, i tempi, i ruoli, ciò che si deve fare, ciò che si può fare e quanto, invece, non è consentito. Emblematiche sono in tal senso le competizioni di debate, originarie dei paesi anglosassoni ma ora molto diffuse anche in Italia. Si tratta di un confronto di opinioni tra interlocutori, divisi in due squadre che si affrontano per sostenere una tesi a favore e una contro su un tema loro assegnato. Conoscere le specifiche modalità di esecuzione e le regole che guidano la gara è indispensabile. La capacità di esprimere opinioni senza prevaricazioni, le scelte lessicali rispettose dell’altro, il rispetto dei tempi di parola e di ascolto devono essere conosciuti da tutti i partecipanti che, in caso di mancato rispetto di dette regole, vengono squalificati, compromettendo la possibilità di successo di tutta la squadra.

Mancanza di definizione dei ruoli

In ogni gruppo, in modo più o meno formale, ogni membro assume un ruolo[9]. L’equilibrio, o la mancanza di esso, regola le dinamiche che si sviluppano. Troviamo chi viene ascoltato, chi non è mai interpellato, chi decide e chi esegue, chi allenta le tensioni e chi le fomenta, chi è più concentrato sul raggiungimento degli obiettivi e chi sulle relazioni che si instaurano, troviamo leader e gregari. Non tutti i membri di un gruppo detengono la stessa importanza e centralità, lo stesso potere e la stessa capacità di consenso. Innegabilmente vi è chi è più ascoltato di altri, chi sa prendere decisioni coinvolgendo tutto il gruppo e prendendosene la responsabilità. L’importanza non è sul piano del valore, poiché tutti i ruoli sono indispensabili, basti immaginare che in un gruppo due leader spesso non possono convivere, quanto piuttosto della capacità di guidare gli altri verso il perseguimento di un obiettivo. È molto importante che questi ruoli siano chiari ad ogni membro ed è auspicabile che i ruoli che vengono a costituirsi informalmente – la leadership non si impone, ma ci viene riconosciuta dagli altri – corrispondano ai ruoli formalmente attribuiti. Diversamente possono generarsi attriti e caos che sono di da ostacolo al raggiungimento degli scopi prefissati.

Alcune regole di base

      Comprendere le ragioni del conflitto è importante perché consente innanzitutto di spostare lo sguardo da se stessi all’altro. Il passo successivo è infatti quello di accogliere. Accogliere significa[10] “ricevere, sentire, ammettere nel proprio gruppo” ed è dunque apertura all’altro, non necessariamente per condividerne le idee, le attitudini, gli scopi ma piuttosto per porsi in ascolto, per scoprirne l’alterità. Per fare ciò, è necessario:

Non sminuire il vissuto dell’altro

Non esistono emozioni sbagliate perché sono l’espressione della reazione alle esperienze che si vivono[11]. Possono essere più o meno piacevoli, ma non giuste o sbagliate e non è possibile pretendere di non provarle. Si può cercare di controllarne l’intensità, “regolando il volume” delle emozioni più intense ma, più di tutto, è necessario validarle, accettandole sia per quanto riguarda se stessi che gli altri. Ciò che è opportuno fare è invece riflettere sul pensiero associato alle emozioni, cercando di individuare la ragione profonda di tali reazioni. È su questa ragione che si può intervenire. Non possiamo chiedere di non provare rabbia, ma regolarne l’intensità, controllarne le manifestazioni e comprenderne le ragioni è possibile e auspicabile in ogni relazione.

Pensare in modalità win-win

Una trattativa si può concludere con un vincitore che ottiene un vantaggio e un perdente che si adegua alle condizioni imposte dall’altro, questo però rischia di rovinare relazioni già esistenti e possibili collaborazioni future. Meglio allora cercare un accordo cosiddetto win win[12], una soluzione che non faccia sentire sconfitto nessuno, attraverso negoziazioni che permettano di ottenere vantaggi reciproci, anche se le condizioni finali non corrispondono necessariamente a quelle inizialmente pensate. Per fare ciò è indispensabile evitare di condurre la trattativa come se fosse una prova di forza, uno scontro personale con l’interlocutore. Ogni parte ha le sue richieste, che devono essere considerate legittime da entrambe le parti. Partendo da questa consapevolezza, mantenendo la mente aperta e una certa flessibilità è possibile trovare soluzioni che non scontentino nessuno. Ricordiamo sempre che questo parziale cedere sulle proprie rivendicazioni consentirà collaborazioni future.  

Esprimere i bisogni in modo assertivo

L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni, le proprie emozioni e i propri diritti in modo sereno anche se in disaccordo con gli altri e portare avanti le proprie idee rispettando quelle altrui.[13] Si contrappone alla passività, nella quale si antepongono i bisogni degli altri ai propri e all’aggressività, quando si antepongono i propri bisogni a quelli altrui. Comportarsi in modo assertivo significa bilanciare i bisogni degli altri con i propri, quando entrambi gli interlocutori tengono in considerazione le reciproche esigenze pur esprimendo con chiarezza le proprie necessità. Saper dire no e accettare il no sono abilità che possono essere acquisite e che permettono di vivere le relazioni e le collaborazioni con un certo equilibrio, senza sopraffare e senza lasciarsi sopraffare. Controllare le modalità di comunicazione, i toni e i gesti si rivela una tecnica molto importante per esprimersi con assertività.

Individuare un obiettivo chiaro, esplicito e comune verso cui tendere (e perseguirlo)

Per risolvere il conflitto è indispensabile individuare l’obiettivo a cui tendere e questo deve essere chiaro a tutti i membri del gruppo. Il fine va esplicitato ed è necessario tornarvi ogni qualvolta che il disaccordo sembra impedire il proseguimento del percorso. L’obiettivo deve guidare le azioni e le trattative come un faro ed è importante che non venga mai perso di vista.

Far circolare la comunicazione

Non interrompere la comunicazione è indispensabile. Lasciare questo canale di continuo confronto, chiarimento, ritrattazione è fondamentale per trovare una soluzione condivisa. Il silenzio impedisce all’altro di comprendere le nostre emozioni, i nostri ragionamenti, gli obiettivi ai quali tendiamo. Chiudersi in se stessi non consente all’altro di tentare una trattativa, di scendere a compromessi. Inoltre, esprimere ad alta voce o per iscritto ciò che si prova dà la giusta distanza che permette di valutare le proprie azioni e reazioni che, dunque, non vengono espresse sull’onda dell’emozione.

Attenzione ai comportamenti difensivi

Vengono messi in atto quando ci si sente minacciati[14]. Tra i comportamenti difensivi possiamo trovare, come accennato poco fa, il silenzio, ma anche il prendere ogni cosa sul personale, lo spostare la colpa sempre sugli altri, il sarcasmo e il cinismo, il procrastinare o l’essere evasivo. Tutti questi comportamenti sono espressione del rifiuto del confronto e possono essere agiti quando ci si sente in situazione di inferiorità rispetto all’interlocutore. Rafforzare l’autostima e praticare l’assertività possono essere strategie idonee a controllare questi atteggiamenti quando siamo noi a praticarli.

Allenarsi all’ascolto

Senza ascolto non può esserci comunicazione, intesa come scambio e partecipazione[15]. L’ascolto permette all’interlocutore di sentirsi preso in considerazione e ciò lo predispone favorevolmente alla negoziazione; inoltre ascoltare ci permette di raccogliere informazioni su chi abbiamo di fronte e quindi ci aiuta a predisporre una strategia di negoziazione. Ascoltare, è noto, è molto più che sentire. Ascoltare richiede un ruolo attivo, fatto di silenzi ma anche di domande tese a comprendere il punto di vista dell’altro. Si cerca di comprendere non solo le parole ma anche le ragioni che soggiacciono alla comunicazione. L’ascolto attivo non ha fretta e si astiene dal giudizio.

Follow up: importanza di tornare a distanza di tempo sulla gestione del conflitto

Il profilo della montagna si vede bene solo da lontano e questo vale anche per il conflitto. Una distanza troppo ravvicinata (fisica nel caso della montagna, di tempo nel caso del conflitto) impedisce una visione completa e chiara della situazione. Prendersi del tempo quando sembra impossibile risolvere un conflitto non solo è auspicabile, ma anche opportuno. Una certa distanza temporale permette di vedere con maggiore ragionevolezza le cause del disaccordo. Le emozioni e la ragione si ricompongono permettendo valutazioni più equilibrate e non intrise dell’emotività del momento che, talvolta, impedisce di prendere in considerazione l’altro e le sue istanze.

Le strategie

Il terzo e ultimo step riguarda il feed-back.

Anche nel conflitto “sbagliare è già imparare” e il riscontro dell’errore resta uno dei pilastri dell’apprendimento. Quando un conflitto degenera è indispensabile fermarsi per capire le ragioni che hanno portato a quella situazione. Ciò significa ripercorrere le tappe del disaccordo, rivedere gli obiettivi perseguiti, le modalità di comunicazione e individuare i punti di attrito rispetto ai quali non è stato possibile trovare un punto di incontro. Più accurato è il feedback, più puntuale sarà l’analisi volta all’individuazione degli snodi cruciali del processo. Tali consapevolezze permetteranno di correggere i comportamenti ostativi alla risoluzione positiva del conflitto qualora si ripresentasse.

Senza pretesa di esaustività, suggeriamo alcune strategie che gli insegnanti possono adottare per gestire i conflitti che ogni giorno si creano nelle nostre aule e per aiutare gli studenti  ad acquisire modalità d’azione che possono essere proficuamente applicate nei rapporti quotidiani:

Creare apertura verso le differenze, verso il punto di vista dell’altro, che non deve essere percepito come una minaccia quando diverso dal proprio.

Prestare attenzione al clima di classe, che deve promuovere il confronto, anche attraverso attività quali il circle time e il debate.

Rispettare l’opinione dell’altro, che può essere diversa dalla propria ma non per questo vale meno.

Creare un clima di apprendimento reciproco, anche attraverso l’osservazione e la valutazione tra pari.

Prestare attenzione al momento in cui sorge il conflitto e non rimandarne la gestione. I disaccordi vanno affrontati sul nascere, altrimenti rischiano di esacerbarsi.

Insegnare la negoziazione win win come strategia di risoluzione dei conflitti.

In conclusione, ribadiamo che il conflitto è insito in ogni relazione e, in quanto tale, va accolto e accettato per ciò che è: fisiologico. Naturalmente il conflitto è opportuno si mantenga sul piano del confronto civile, dello scambio di idee e della corretta difesa delle proprie opinioni poiché tanto l’atteggiamento aggressivo quanto quello passivo sono censurabili e fonte di problemi relazionali. Insegnare a controllare l’emotività eccessiva e le reazioni incontrollate è l’obiettivo che ogni insegnante dovrebbe porsi, ricordando che, prima ancora che studenti, la scuola cresce ed educa i cittadini di domani.

[1] S. Bonino, Dizionario di psicologia dello sviluppo, Einaudi, Torino, 1994, p. 164,

[2] P. Bertolini, Dizionario di pedagogia  e scienze dell’educazione, Zanichelli, Bologna, 1996, p. 99.

[3] S. Bonino, op. cit., p. 165

[4] R. Harrè, R. Lamb, L. Mecacci, Psicologia. Dizionario enciclopedico, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998, p. 194

[5] L. Festinger, Teoria della dissonanza cognitiva, Franco Angeli, Milano, 1973

[6] S. Bonino, op. cit., pp. 166-167

[7] S. Bonino, op. cit., p. 167

[8] https://formazionecontinuainpsicologia.it/ruolo-delladulto-nei-conflitti-bambini/

[9]https://docs.univr.it/documenti/OccorrenzaIns/matdid/matdid949175.pptx#:~:text=I%20ruoli%20sono%20definiti%20dalla,una%20certa%20posizione%20nel%20gruppo

[10] https://www.treccani.it/vocabolario/accogliere/

[11] https://drcollevecchio.it/7-cose-che-non-sai-sulle-emozioni/

[12] https://www.softskills.site/win-win-negoziazione-a-vantaggio-reciproco/

[13]  https://www.stateofmind.it/2014/11/assertivita-stili-comportamento/

[14] https://carlobisio.com/comportamenti-difensivi-conoscerli-gestirli

[15] https://www.aleksandrabobic.com/blog/perche-ascolto-e-importante

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