L’educazione secondo alcuni esperti di oggi

L’educazione secondo alcuni esperti di oggi

di Margherita Marzario

Lo psicoanalista Carl Gustav Jung scriveva: “Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi” (da “L’integrazione della personalità”). I bambini non sono da cambiare ma da allevare (“levare a, verso”) – uno dei verbi usati nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, a cominciare dal Preambolo -, che è più difficile di cambiare. I bambini sono innanzitutto da educare e l’educazione è una relazione in cui ci si avvolge e coinvolge, così avviene il reciproco cambiamento tra educatore e educando, cambiamento che è la vita stessa e quello che essa pone e richiede.

Nel 1959, in “Per una filosofia dell’educazione”, il filosofo francese Jacques Maritain metteva in guardia da sette errori dell’educazione contemporanea, tra cui il sociologismo, ovvero identificare l’educazione con le attese della società e propugnava, tra l’altro, l’arte che rimane comunque una forma di conoscenza pratica e ha una funzione educativa: quella di appassionare ai valori mediante la bellezza che essi esercitano sullo spirito. Quel binomio arte e cultura di cui i bambini hanno bisogno e diritto per crescere come persone e come cittadini della loro vita, come espresso nella Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura (pubblicata a Bologna nel 2011).

Il pedagogista Marco Dallari precisa: “Portare il bello e il vero in educazione non significa insegnare ciò che è bello e ciò che è vero, ma fornire strumenti per la co-costruzione di esempi e repertori di verità e bellezza, scoprendo come spesso le due idee convivano o addirittura coincidano. Significa allenare e valorizzare la curiosità per la conoscenza e la sensibilità emozionale”. Nell’art. 3 della Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura si legge: “I bambini hanno diritto […] a essere parte di processi artistici che nutrano la loro intelligenza emotiva e li aiutino a sviluppare in modo armonico sensibilità e competenze”. I bambini sono già portatori del bello e del vero della vita: bisogna dare loro strumenti, mezzi, opportunità affinché li custodiscano, li esprimano, li condividano.

Secondo il saggista Goffredo Fofi: “Non si può essere educatore, e per estensione adulto, se non si è anche ottimisti. Con la volontà. È una sfida antica, questa […] e che in ogni generazione si ripete, ma oggi, credo, con più urgenza che mai”. L’educazione stessa è ottimismo (che non significa faciloneria) e non può essere diversamente, come si ricava anche dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, in particolare laddove si parla di “spirito” nel Preambolo e nell’art. 29 lettera d.

Allo “spirito” si riferisce pure Carlo Mario Fedeli, storico della pedagogia e dell’educazione: “Dall’intelligenza e dallo spirito con cui i problemi dell’educazione si affrontano dipende il futuro degli uomini e delle donne”. Perché educare è dare futuro, progettare il futuro, preparare al futuro, mentre arrendersi, mollare dinanzi ai problemi dell’educazione è privare bambini e ragazzi di possibilità e scelte e abbandonarli nel limbo del limitato presente e di un’apparente libertà.

“Il sogno [sull’educazione] crede, oggi più che mai, che un’educazione di qualità per tutti possa fare la differenza nella vita delle persone e trasformare il mondo, preparando un futuro di speranza e un’umanità nuova, capace di abitare con più sobrietà e solidarietà la nostra casa comune. Un’educazione così non potrà che generare una scuola-laboratorio che con la sua didattica interattiva prova a tradurre in pratica questi grandi orizzonti, mettendo davvero al centro la persona e la sua avventura nel mondo” (Vitangelo Carlo Maria Denora, gesuita esperto di educazione e formazione). La qualità dell’educazione (variamente denominata) è menzionata in tutte le fonti normative internazionali, tra cui il Pilastro europeo dei diritti sociali del 17 novembre 2017 il cui Principio I recita: “Ogni persona ha diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi, al fine di mantenere e acquisire competenze che consentono di partecipare pienamente alla società e di gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro”.

“La consapevolezza negli adulti della dignità del minore e il riconoscimento dei suoi bisogni e diritti costituisce una possibilità di crescita anche per gli adulti stessi, che possono così trovare nel minore un interlocutore, un portatore di entusiasmo, meraviglia e coraggio. Il saper rendere il bambino e l’adolescente responsabili della propria crescita umana sarà quindi il miglior successo di ogni attività educativa” (esperti vari in “Diritti per l’educazione. Contesti e orientamenti pedagogici”, 2020). L’educazione comporta fatica ma, al tempo stesso, è una relazione tra educatore e educando, per cui condividendo la fatica si ottengono risultati migliori. L’educazione è come una cordata in cui l’educatore è il capocordata che infonde fiducia a chi lo segue e insieme potranno gioire sulla vetta della montagna per la vista di cui solo lassù si può godere.  “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società e allevarlo nello spirito degli ideali” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), ovvero farlo ascendere, a maggior ragione se con disabilità o altro problema (cui si è soliti mettere le etichette).

Nell’educazione secondo l’educatore catalano Jordi Mateu, promotore della cosiddetta “educazione viva”: “Ci sono tre bisogni fondamentali: sentirsi protetti, sentirsi connessi e riconosciuti, e sentire di avere abbastanza autonomia per mostrare i propri desideri interiori, la propria curiosità. Se non mi sento al sicuro con te, se non mi guardi con affetto o non mi consideri valido, perdo la voglia di imparare”. L’educatore (genitore o insegnante) deve essere meno autoreferenziale ed essere come un direttore d’orchestra: conoscere ogni singolo musicista, valorizzare ogni strumento (dal primo violino al triangolo), avere occhi per tutti e ciascuno, osservare ogni singolo movimento e ascoltare ogni vibrazione d’animo. La sintonia con gli educandi rende la relazione educativa una sinfonia. 

Don Antonio Mazzi afferma: “L’educazione va succhiata col latte”. Come è fondamentale il latte materno che, tra l’altro, rafforza il sistema immunitario del bambino così è essenziale l’educazione genitoriale per rinforzare il sistema immunitario per la vita (basti vedere quanto accade nei casi di ineducazione). L’educazione in famiglia è e rimane il pilastro, le altre figure educative sono mattoni che si aggiungono.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati spiega: “L’educazione non è un braccio di ferro […]. Un insulto del padre o della madre è come un laser, lascia segni, cicatrici, invece gli insulti dei figli non lasciano nessun segno” (nella lectio magistralis del 15/02/2020 a Matera). L’educazione è la dimensione relazionale della famiglia ed è basata sul rispetto dei genitori e dei figli e tra genitori e figli e, purtroppo, la perdita o l’incertezza di questa dimensione ha determinato uno smarrimento educativo generalizzato.

“[…] curare le relazioni. Se si sono rovinate, per trascuratezza, noia, fretta, è il momento di riparare, come facciamo con tutte le cose a cui teniamo di più. Le persone si riparano, non si buttano via” (lo scrittore Alessandro D’Avenia). “I prerequisiti per la salute sono la pace, una casa, l’istruzione, la sicurezza sociale, le relazioni sociali, il cibo, un reddito, l’attribuzione di maggiori poteri alle donne, un ecosistema stabile, un uso sostenibile delle risorse, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani e l’equità” (dalla Dichiarazione di Jakarta sulla promozione della salute nel 21° secolo, 1997). Ogni persona nasce da una relazione, cresce in relazione, è fatta di relazioni. L’educazione è una delle relazioni prioritarie per cui è superfluo parlare di educazione relazionale o altrimenti aggettivata.

Ciò che è col cuore arriva prima al cuore e rimane per sempre nel cuore. I bambini hanno bisogno di autenticità. “Per noi che ci occupiamo di educazione credo sia importante alimentare la dimensione dell’essere, più che del fare e del possedere, dell’avere. E nel momento in cui noi alimentiamo la dimensione dell’essere, del cuore, della presenza, allora possiamo nutrire le nostre relazioni in maniera autentica perché ciascuno porta quello che è, quello che può, nel modo in cui può e fino a dove può e noi siamo disponibili ad accogliere questo. E allora questo genera sicurezza, perché genera questa possibilità di esserci con l’altro per quello che possiamo con molta apertura, nutrendoci l’uno dell’altro in quello che ciascuno può donare all’interno della relazione. In maniera veramente autentica, con tutta la vulnerabilità, la fragilità e la nostra dimensione dell’errore, dell’inciampo, del limite, del difetto e quant’altro. Proprio perché a quel punto io ti aspetto, aspetto te per quello che sei, indipendentemente dal risultato e dal prodotto di cui sei portatore, perché non è questo che interessa. È un po’ come traslare tutto il nostro tema del prodotto versus processo”(da “Le aspettative nella relazione educativa” delle formatrici Silvia Iaccarino e Simona Vigoni).

Il pedagogista Daniele Novara richiama: “I casi di bambini a cui vengono diagnosticati disturbi neuropsichiatrici sono in aumento esponenziale. E se invece di aumentare le certificazioni, sostenessimo maggiormente genitori e insegnanti nelle loro funzioni educative?”. L’educazione è dare sostegno ma ha anche bisogno di sostegno, è una forma di solidarietà generazionale e intergenerazionale (art. 2 Cost.).

Per esempio nelle politiche antidroga non si parla di perquisizioni o controlli, ma piuttosto di dialogo, informazione e approccio educativo. Infatti, l’educazione ha una forte funzione di prevenzione e recupero e consente la cura e la protezione necessarie a bambini e ragazzi (art. 3 par. 3 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) se caratterizzata e cadenzata da esempio, emozioni, entusiasmo, empatia, esercizio, energia. L’educazione è condivisione e preparazione.

Educare comporta trasmettere regole e limiti per il rispetto di sé e degli altri, ma non deve significare né castrare né incastrare, bensì cesellare e incastonare il gioiello della vita (anche se, poi, le cose possono andare diversamente). Molti genitori si fanno assorbire dai figli quando sono piccoli e si fanno asservire da loro quando sono cresciuti. L’educazione non è edulcorazione, emulazione, ma edificazione della vita, edizione di quella singola vita.

Genitori (e altri educatori) dovrebbero essere, nella vita dei bambini, “trasparenti” e “leggeri” come libellule: passare nella vita dei bambini ma senza fare danni. Bambini: bisogna continuare a sperare per loro, con loro, come loro. Possa crescere la loro speranza e possano crescere sempre più nella speranza! 

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Il dovere di educare

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di Margherita Marzario

 

“[…] a noi adulti non è chiesto di rincorrere gli aggiornamenti che la tecnologia impone al calendario, ma di essere punti di riferimento credibili e solidi, in un ambiente vitale che diventa sempre più fluido… offrirci come paletti di attracco… «Generazione digitale», per noi, si è trasformato in un «generare al digitale»” (l’esperto di tecnologia Marco Sanavio e la psicologa Luce Maria Busetto, “Generazioni digitali. Consigli per genitori e formatori”, 2017). Essere genitori e educare ha sempre comportato difficoltà anche perché vi è differenza intergenerazionale, perché richiede il continuo equilibrio tra se stessi e i figli, tra il mondo familiare e quello circostante. Nell’art. 27 par. 2 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, a proposito dei genitori, vi è la locuzione “nei limiti delle loro possibilità e delle loro disponibilità finanziarie”: essere genitori comporta misurare le proprie possibilità e misurarsi con le proprie possibilità senza abdicare, senza strafare, senza nemmeno giustificarsi o giustificare dicendo “così fan tutti”. Essere genitori è innanzitutto esserci, perché i figli hanno bisogno di soggetti e non oggetti.

Educare: la fatica di preparare alla fatica del vivere. E preparare è prevenire. “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società, ed allevarlo nello spirito degli ideali” (dal Preambolo della Convenzione  Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

“Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco” (dalla poesia “Considero valore” di Erri De Luca). Considerare valore l’altro in cui potersi specchiare e da cui poter imparare: educare è allevare (“levar su”) e non abituare. Non si abitua (o si asseconda) un bambino in un certo modo convinti che, pian piano, si abituerà successivamente ad altro e all’altro: educare è, sin dalla nascita, indirizzarlo verso quella che è la vita e la vita è con gli altri, come emerge pure dalle locuzioni usate nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Educare comporta pure il rimproverare (etimologicamente “riprovare”) e il richiamare (letteralmente “chiamare di nuovo, chiamare per far tornare indietro”), che non è incutere terrore ma timore, far conoscere il senso del limite e far riconoscere i limiti.

Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro spiega: “Bambini e ragazzi sono spinti a trasgredire, a superare i limiti, fa parte della loro natura di curiosi della vita, ma non c’è nulla di peggio del non potere capire dove sono questi limiti e, quindi, dove inizia la trasgressione. E questo avviene quando si cresce in presenza di adulti ondivaghi, propensi a dire «sì» o «ni», pur di evitare il confronto con i «no». Troppi adulti sono impauriti dai loro figli e li trattano con un eccesso di aggressività, attirandosi il loro odio, o li blandiscono concedendo loro tutto, non sapendo che i ragazzi in fondo disprezzano chi non ha coraggio e si arrende o scappa troppo facilmente. Il buon esempio non fa miracoli, ma è il meglio che possiamo offrire ai nostri figli per aiutarli a non cedere al fascino della vita facile tutta centrata sul proprio tornaconto personale”. I genitori non si possono limitare ad essere “incubatori di vita”, ma devono necessariamente educare per essere  “promotori di vita”. Dolcezza e fermezza dovrebbero caratterizzare ogni relazione educativa. “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio” (art. 30 comma 1 Costituzione).

Un principio cardine dell’educazione è il rispetto. Jean Piaget scriveva: “Si ha rispetto reciproco quando gli individui si attribuiscono reciprocamente un valore personale equivalente e non si limitano a valorizzare questa o quella azione particolare” (in “Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia”). Educare al rispetto e educare nel rispetto, come si ricava pure dall’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. E il rispetto richiama il concetto di sguardo.

Per educare e arrivare ai giovani bisogna innanzitutto rivolgere loro lo sguardo, il cosiddetto sguardo educativo, caratterizzato da intenzionalità e intensità (ricordando che lo sguardo si perde all’orizzonte, per cui non si riuscirà a seguire un giovane quando si allontanerà per prendere la sua strada, ma questo non significa perderlo ma solo perderlo di vista). Il bioeticista Paolo Marino Cattorini sottolinea: “Chi guarda, impara che non conta la velocità o la frenesia dei fatti, ma la conversione alla lentezza dei movimenti, delle occhiate, del respiro, dei battiti cardiaci, del pensiero”.

“Spesso arriviamo a considerare degne di amore le persone, perché vediamo altre persone che le amano: i bambini arrivano ad amare il loro fratelli e sorelle, perché li vedono alla luce dell’amore dei genitori. Le guardie carcerarie guardano i prigionieri in modo differente dopo averli visti con coloro che li amano. Non si tratta di essere gentili, guardando il mondo con gli occhiali rosa. Si tratta di vedere le cose come sono, sinceramente” (cit.). Educare lo sguardo, allo sguardo, per guardare altro e oltre, per vedere l’altro e nell’altro, per scorgere il meglio, nuovi orizzonti, il futuro. “[…] allevarlo [il fanciullo] nello spirito degli ideali” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

La giornalista Giovanna Abbagnara richiama: “Imparare ad abitare il mondo digitale rientra in quella educazione ai nuovi media tanto necessaria per la crescita dei nostri figli. La comunicazione oggi a differenza di ieri non è affatto diminuita per colpa del web. Anzi è cresciuta. La iper-connessione permette di continuare a parlare anche dopo il lavoro, la scuola, durante le attività pomeridiane, durante lo studio. Ma proprio per questa è rischiosa perché non essendoci spazi di silenzio e di riflessione personale finisce per essere povera di contenuti, poco approfondita, una comunicazione fatto per lo più di “mi piace” e “non mi piace”. Dovremmo insegnare ai nostri figli a pensare, a trasmettere valori, ragioni di senso. E questo è possibile solo se, come diceva madre Teresa di Calcutta: “l’esempio vale più di mille parole”. A patto di alzare lo sguardo dal display”. I genitori si devono occupare e preoccupare di salvaguardare la vista dei figli e di educare il loro sguardo.

Lo scrittore Alessandro D’Avenia, parlando di sé, afferma: “Ancora adesso, a 40 anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi”. I genitori devono far sentire “importanti” i figli. Etimologicamente “importante” significa qualcuno o qualcosa che “riesce a portarsi dentro”, riesce a penetrare, a toccare la sfera interiore, l’ambito intimo: i figli hanno bisogno di questo e non di essere considerati “unici”, “perfetti”, o tutti omologati “amore e tesoro”. Non bisogna dimenticare che ci sono anche i figli degli altri. In tal modo si dà il giusto e necessario ai figli affinché acquisiscano la forza di andare avanti e autonomamente. Dall’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti del’Infanzia si ricava che si deve educare il bambino al rispetto (dal verbo latino “respicere”, “guardare di nuovo, dietro”) di sé e dell’altro.

“Educare alla diversità oggi non è più solo una sfida, è diventato un atto di responsabilità. Fare esperienza dell’incontro con chi è diverso da noi è alimentare una cultura di pace” (il giornalista Claudio Imprudente). La diversità è un’università da cui imparare. “[…] preparare il fanciullo […] in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza” (dall’art. 29 lettera d della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Etimologicamente “tollerare” significa “portare, sollevare, sostenere”, ed è quello cui bisogna educare: portare i pesi della vita, portarli reciprocamente, perché si è tutti uguali, affinché si sia tutti uguali.

“[…] oggi il bambino continua a essere sottovalutato, non riconosciuto, poco stimato nei suoi valori e nelle sue potenzialità. Continua a essere considerato un «non ancora», un essere in fieri, in preparazione, che, grazie alla famiglia, all’educazione e alla scuola, diventerà un futuro cittadino. Il fatto di considerare il bambino come futuro cittadino è funzionale, perché permette agli adulti di porsi davanti a lui quali modelli per il suo futuro o come genitori o come insegnanti. Eppure questa è una proposta fortemente conservatrice, perché presenta come modello per il domani l’oggi che siamo noi, che in realtà è il nostro ieri” (lo storico gesuita Giancarlo Pani in “I diritti dell’infanzia”, giugno 2019). Educare non è modellare, ma modulare, moderare, modificare. Educare è “plasmare” (con accezione positiva): “salare” (dare sale), “spalare” (perché è faticare), “salpare” (perché bisogna andare verso nuovi e condivisi orizzonti), “amare”. È questo il senso dell’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Alla fine del film di formazione “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza”, il bambino protagonista si ripete perplesso l’appellativo “esiliato” che gli è stato attribuito e continua: “Quando ti dicono che tuo padre arriverà più tardi e, poi, tarda tarda tarda significa che non verrà più!”. Bisogna fare molta attenzione alle spiegazioni che si danno e alle bugie che si dicono ai bambini pensando di evitare loro una sofferenza maggiore. Non si deve edulcorare la verità o il dolore ma educare alla verità e al dolore.

Il filosofo Roberto Mancini spiega: “Il dolore “portato” mi apre gli occhi. Mi fa vedere quello degli altri e mi accompagna nell’ascolto della loro voce. Rivelatività del dolore. […] Come risveglio di una sensibilità universale. Accesso a quella compassione per cui nel mio dolore e in quello di chi amo sento all’improvviso il dolore di tutti gli esseri”. Educare l’empatia, educare all’empatia: un bisogno emozionale, una necessità esistenziale.

Dalla parola “educare” si ricavano due parole significative “care” e “dare”. Per educare bisogna innanzitutto entrare in relazione e far cogliere quanto siano care le persone e, poi, dare un obiettivo cui volgere lo sguardo, dare l’esempio da osservare, dare regole condivise e coerenti da seguire. È quanto si ricava anche dal combinato disposto dell’art. 5 e dell’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

L’art. 5 della Convenzione è uno dei più emblematici, soprattutto per l’uso delle espressioni quali “comunità”, “orientamento” e “consigli” che riguardano proprio l’educazione. Educare non è facile ma farlo insieme, tra soggetti educativi e tra educatori e educandi, è un grande obiettivo e risultato.

Educare: adoperarsi, esplicare, iniziare, osservare l’unicità del bambino e l’universalità dei valori dell’umanità. “Ti diano gioia tutti i beni della terra: l’ombra e la luce ti diano gioia, le quattro stagioni ti diano gioia, ma soprattutto, a piene mani, ti dia gioia l’uomo!” (da “Prima di tutto l’uomo” dello scrittore polacco Nazim Hikmet): educare all’uomo, educare all’umanità.

Educare (e, poi, insegnare) è tessere, costruire, spargere, sciogliere (verbi da considerare anche nel loro significato etimologico) con slancio, con sapienza, con allegria, con gioia, con trasporto, con amore. “Il lavoro è amore rivelato” (da “Il Profeta” di Kahlil Gibran) e così è il lavoro educativo ed in particolare quello genitoriale.

Educare (e insegnare): lasciare un’orma, dare forma. 

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