Pregiato ed elegante: il calice römer nei dipinti

L’ho notato per la prima volta nelle nature morte di Pieter Claesz, un pittore olandese del Seicento specializzato in vanitas e tavole imbandite. È il calice römer (o roemer), un bicchiere di vetro costituito da una coppa tondeggiante posta sopra un grosso fusto cilindrico ricoperto da piccole borchie sporgenti.

In questo dipinto di Claesz, una Natura morta con limoni e olive del 1629, un grosso römer pieno di vino bianco fa bella mostra di sé assieme a un delicato calice alla façon de Venise (cioè in stile veneziano) di forma allungata e dallo stelo particolarmente lavorato. Limoni e olive, che nel bacino del Mediterraneo erano prodotti molto comuni, rappresentano su questa tavola del nord Europa beni di grande lusso.

Ma come nasce questo oggetto così particolare? La sua origine sarebbe da rintracciarsi in Renania, una regione della Germania in cui, fin dal III secolo d.C., si era sviluppata una fiorente manifattura vetraria in continuità con la produzione di età romana. Il termine römer, infatti, significa proprio romano in tedesco.

Quel bicchiere però compare nel Seicento diffondendosi subito nei Paesi Bassi assieme al riesling, un vino del Reno chiaro e aromatico, lo stesso che compare nei dipinti olandesi.

Il vetro ha una colorazione leggermente verdastra per via dell’ossido di ferro presente nelle materie impiegate per la fusione, provenienti dalle foreste: sabbia, cenere di legno e piante boschive. Per questo è chiamato in tedesco waldglas, che si può tradurre come ‘vetro di foresta’.

In genere il piede conico è realizzato con un filo di vetro avvolto a spirale. Le borchie lungo il fusto (che possono avere la forma di una prugna, di una testa o di una goccia) decorano la superficie ma soprattutto migliorano la presa. Questo aspetto era particolarmente importante in un’epoca in cui non si usavano le posate e le mani dei bevitori erano unte dal grasso delle portate. Per non parlare della presa che avevano i commensali dopo alcuni bicchieri di vino…

I bicchieri römer che possiamo osservare nella pittura olandese non erano però fabbricati in Renania ma direttamente nei Paesi Bassi dove, fin dalla metà del Cinquecento, si erano trasferiti numerosi soffiatori veneziani.

La grande fioritura dei manufatti in vetro ha avuto inizio ad Amsterdam alla fine del XVI secolo, in concomitanza con la diffusione del Calvinismo e della sua etica del lavoro.
La città ebbe in pochi anni una crescita economica e demografica mai vista prima anche grazie agli incentivi fiscali per le attività artigianali. In particolare l’industria del vetro godette di esenzioni dalle tasse, prestiti senza interessi, legna da ardere gratuita e restrizioni sul vetro di provenienza estera. 

È in quest’epoca che il römer appare in centinaia di dipinti olandesi, sia nature morte che scene di genere.

Quel bicchiere tuttavia non era un’invenzione del XVII secolo ma l’evoluzione di un modello medievale noto come becher a bugne (prunted beaker), un grosso cilindro con bocca svasata e gocce di vetro lungo tutta la superficie laterale.
Successivamente compare il krautstrunk (cioè gambo di cavolo), un bicchiere germanico tardomedievale con il bordo e il corpo convessi. Da questo oggetto discende un bicchiere conico, chiamato nei Paesi Bassi berkeimer, decorato con bugne vitree solo nella metà inferiore.
Questa parte decorata divenne in poco tempo un fusto indipendente su cui poggia la coppa. La tappa successiva è quella del römer, più slanciato e con la coppa convessa. Negli esemplari di passaggio, come quello del primo dipinto di questo articolo, il piede non ha ancora la forma conica ad anelli ma conserva le piccole gocce sotto il fusto.

Alcuni römer particolarmente preziosi avevano la coppa decorata con incisioni realizzate con punte di diamante. Uno dei più particolari, prodotto ad Amsterdam all’inizio del Seicento, presenta una dettagliatissima mappa del corso del fiume Reno da Magonza a Utrecht ripresa da una cartografia risalente al 1555.

Ce ne sono anche con incisioni calligrafiche o con vedute urbane. Ma la preziosa decorazione non toglie nulla alla funzionalità del calice, ergonomico ed elegante come un moderno pezzo di design.

Ma perché i pittori amavano tanto inserire il römer nei loro dipinti?

I motivi sono essenzialmente due: una natura morta con quello speciale bicchiere sarebbe stata molto gradita al compratore del dipinto perché avrebbe rappresentato il suo elevato status sociale

… ma soprattutto quell’oggetto bombato in vetro avrebbe fornito al pittore l’occasione per una magistrale prova di virtuosismo. La sua superficie, infatti, si comporta come uno specchio convesso, tema molto caro già alla pittura fiamminga, su cui si riflettono finestre, oggetti e persone, con un raddoppio della difficoltà costituito dalla rifrazione all’interno del liquido.

L’esercizio di abilità tecnica può riguardare anche il riflesso di una fiamma sul römer, come in questa opera di Pieter Claesz. Naturalmente la composizione, che vede anche un paio di occhiali, uno spegnitoio a pinza e alcuni libri, ha anche un significato moraleggiante che rimanda alla transitorietà della vita umana, simboleggiata dalla candela quasi finita. Il bicchiere, a sua volta, incarna la fragilità della condizione umana.

Appena ci si comincia a fare caso si può notare che il römer è presente in migliaia di dipinti olandesi, generalmente pieno a metà e circondato da alimenti di ogni tipo.

Spesso è affiancato da contenitori in argento rovesciati, che danno dinamismo alla scena e collegano tra loro il primo piano e lo sfondo, contribuendo alla costruzione della profondità.

Raramente è proprio il römer ad essere rovesciato. In quel caso il riferimento alla caducità è ancora più evidente.  Non a caso questo accade soprattutto nelle vanitas, opere esplicitamente allusive alla vanità delle cose terrene.

Ognuno di questi quadri, naturalmente, potrebbe aprire infinite altre storie, perché ogni oggetto raffigurato è un pezzo di cultura materiale, il racconto di una società lontana e diversa che può essere riscoperta anche attraverso i suoi manufatti, come un semplice bicchiere.

***

Per scrivere questo articolo ho consultato tra gli altri l’interessante blog di Evelyn Meynard e la lettura interattiva di una natura morta olandese sul sito del New York Times

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Pregiato ed elegante: il calice römer nei dipinti

L’ho notato per la prima volta nelle nature morte di Pieter Claesz, un pittore olandese del Seicento specializzato in vanitas e tavole imbandite. È il calice römer (o roemer), un bicchiere di vetro costituito da una coppa tondeggiante posta sopra un grosso fusto cilindrico ricoperto da piccole borchie sporgenti.
In questo dipinto di Claesz, una Natura morta con limoni e olive del 1629, un grosso römer pieno di vino bianco fa bella mostra di sé assieme a un delicato calice alla façon de Venise (cioè in stile veneziano) di forma allungata e dallo stelo particolarmente lavorato. Limoni e olive, che nel bacino del Mediterraneo erano prodotti molto comuni, rappresentano su questa tavola del nord Europa beni di grande lusso.

Ma come nasce questo oggetto così particolare? La sua origine sarebbe da rintracciarsi in Renania, una regione della Germania in cui, fin dal III secolo d.C., si era sviluppata una fiorente manifattura vetraria in continuità con la produzione di età romana. Il termine römer, infatti, significa proprio romano in tedesco.
Quel bicchiere però compare nel Seicento diffondendosi subito nei Paesi Bassi assieme al riesling, un vino del Reno chiaro e aromatico, lo stesso che compare nei dipinti olandesi.

Il vetro ha una colorazione leggermente verdastra per via dell’ossido di ferro presente nelle materie impiegate per la fusione, provenienti dalle foreste: sabbia, cenere di legno e piante boschive. Per questo è chiamato in tedesco waldglas, che si può tradurre come ‘vetro di foresta’.
In genere il piede conico è realizzato con un filo di vetro avvolto a spirale. Le borchie lungo il fusto (che possono avere la forma di una prugna, di una testa o di una goccia) decorano la superficie ma soprattutto migliorano la presa. Questo aspetto era particolarmente importante in un’epoca in cui non si usavano le posate e le mani dei bevitori erano unte dal grasso delle portate. Per non parlare della presa che avevano i commensali dopo alcuni bicchieri di vino…

I bicchieri römer che possiamo osservare nella pittura olandese non erano però fabbricati in Renania ma direttamente nei Paesi Bassi dove, fin dalla metà del Cinquecento, si erano trasferiti numerosi soffiatori veneziani.

La grande fioritura dei manufatti in vetro ha avuto inizio ad Amsterdam alla fine del XVI secolo, in concomitanza con la diffusione del Calvinismo e della sua etica del lavoro.La città ebbe in pochi anni una crescita economica e demografica mai vista prima anche grazie agli incentivi fiscali per le attività artigianali. In particolare l’industria del vetro godette di esenzioni dalle tasse, prestiti senza interessi, legna da ardere gratuita e restrizioni sul vetro di provenienza estera. 
È in quest’epoca che il römer appare in centinaia di dipinti olandesi, sia nature morte che scene di genere.

Quel bicchiere tuttavia non era un’invenzione del XVII secolo ma l’evoluzione di un modello medievale noto come becher a bugne (prunted beaker), un grosso cilindro con bocca svasata e gocce di vetro lungo tutta la superficie laterale.Successivamente compare il krautstrunk (cioè gambo di cavolo), un bicchiere germanico tardomedievale con il bordo e il corpo convessi. Da questo oggetto discende un bicchiere conico, chiamato nei Paesi Bassi berkeimer, decorato con bugne vitree solo nella metà inferiore.Questa parte decorata divenne in poco tempo un fusto indipendente su cui poggia la coppa. La tappa successiva è quella del römer, più slanciato e con la coppa convessa. Negli esemplari di passaggio, come quello del primo dipinto di questo articolo, il piede non ha ancora la forma conica ad anelli ma conserva le piccole gocce sotto il fusto.

Alcuni römer particolarmente preziosi avevano la coppa decorata con incisioni realizzate con punte di diamante. Uno dei più particolari, prodotto ad Amsterdam all’inizio del Seicento, presenta una dettagliatissima mappa del corso del fiume Reno da Magonza a Utrecht ripresa da una cartografia risalente al 1555.

Ce ne sono anche con incisioni calligrafiche o con vedute urbane. Ma la preziosa decorazione non toglie nulla alla funzionalità del calice, ergonomico ed elegante come un moderno pezzo di design.

Ma perché i pittori amavano tanto inserire il römer nei loro dipinti?

I motivi sono essenzialmente due: una natura morta con quello speciale bicchiere sarebbe stata molto gradita al compratore del dipinto perché avrebbe rappresentato il suo elevato status sociale…

… ma soprattutto quell’oggetto bombato in vetro avrebbe fornito al pittore l’occasione per una magistrale prova di virtuosismo. La sua superficie, infatti, si comporta come uno specchio convesso, tema molto caro già alla pittura fiamminga, su cui si riflettono finestre, oggetti e persone, con un raddoppio della difficoltà costituito dalla rifrazione all’interno del liquido.

L’esercizio di abilità tecnica può riguardare anche il riflesso di una fiamma sul römer, come in questa opera di Pieter Claesz. Naturalmente la composizione, che vede anche un paio di occhiali, uno spegnitoio a pinza e alcuni libri, ha anche un significato moraleggiante che rimanda alla transitorietà della vita umana, simboleggiata dalla candela quasi finita. Il bicchiere, a sua volta, incarna la fragilità della condizione umana.

Appena ci si comincia a fare caso si può notare che il römer è presente in migliaia di dipinti olandesi, generalmente pieno a metà e circondato da alimenti di ogni tipo.

Spesso è affiancato da contenitori in argento rovesciati, che danno dinamismo alla scena e collegano tra loro il primo piano e lo sfondo, contribuendo alla costruzione della profondità.

Raramente è proprio il römer ad essere rovesciato. In quel caso il riferimento alla caducità è ancora più evidente.  Non a caso questo accade soprattutto nelle vanitas, opere esplicitamente allusive alla vanità delle cose terrene.

Ognuno di questi quadri, naturalmente, potrebbe aprire infinite altre storie, perché ogni oggetto raffigurato è un pezzo di cultura materiale, il racconto di una società lontana e diversa che può essere riscoperta anche attraverso i suoi manufatti, come un semplice bicchiere.
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Per scrivere questo articolo ho consultato tra gli altri l’interessante blog di Evelyn Meynard e la lettura interattiva di una natura morta olandese sul sito del New York Times

Raffinato ma capiente: il vaso da zenzero nei dipinti

Di questo curioso vaso panciuto  mi sono accorta osservando una natura morta di Paul Cézanne del 1895 intitolata Pot de gingembre (ginger jar in inglese), cioè “vaso da zenzero“.

In effetti non era la prima volta che lo vedevo: Cézanne lo ha inserito in decine di dipinti, probabilmente per la sua forma molto semplice assimilabile a un solido geometrico (era lui quello che intendeva «trattare la natura secondo il cilindro, la sfera e il cono»). Eccolo in una Natura morta con mele del 1893-1894, avvolto da una reticella dotata di manici.

Non conoscendo bene quest’oggetto, ma essendo un’appassionata di design dei contenitori (in passato ho scritto dell’aryballos, del rhyton, del calice römer e del cassone nuziale) ho iniziato a documentarmi, scoprendo una storia affascinante e un repertorio vastissimo.
Ma andiamo con ordine: cos’è esattamente il vaso da zenzero? E quando compare per la prima volta in pittura?
William Henry Hunt, Natura morta con vaso da zenzero, 1825, acquerello su carta, cm 19×25, Yale Center for British Art, Londra
Secondo gli storici nacque in Cina durante la dinastia Tang (618-907) come contenitore per le spezie. La sua forma tipica è globulare, con un collo brevissimo e una larga bocca spesso dotata di coperchio. Il vaso è generalmente in porcellana, materiale perfezionato nella stessa epoca simile alla terracotta ma basato su un impasto di caolino e quarzo. Il risultato è un prodotto particolarmente duro ma sottile, dalla superficie liscia e brillante.
Con la dinastia Ming (1368-1644) i vasi da zenzero assunsero una colorazione prevalentemente bianca e blu cobalto e decori a forma di piante, animali o paesaggi. Non mancano anche vasi di colore verde – generalmente esagonali – o decori policromatici.

Questi vasi, che intanto in Cina erano diventati oggetti preziosi di grande valore simbolico (ma ve n’erano anche versioni povere per il trasporto), sbarcarono in Europa nella seconda metà del XVII secolo con l’intensificarsi degli scambi commerciali di tè con l’Estremo Oriente. Nella stessa epoca la conoscenza della cultura cinese venne diffusa in Europa dal gesuita Athanasius Kircher (1602-1680) attraverso il suo trattato La Chine illustrée de plusieurs monuments tant sacrés que profanes.Naturalmente si tratta di descrizioni piuttosto fantasiose perché il monaco non si recò mai in Cina ma utilizzò i materiali inviati dai missionari. Non solo: tutto il suo lavoro era teso a dimostrare che la civiltà cinese discendesse da quella egizia (per fare questo paragonò i geroglifici ai segni della scrittura cinese) e che in origine fossero cristiani (questo giustificava le missioni gesuitiche che avrebbero dovuto far “riscoprire” ai cinesi le loro radici).

Al di là di questi aspetti, la moda delle cineserie impazzò presto in tutta Europa. Avere una stanza “alla cinese” divenne quasi un obbligo in ogni palazzo reale e ben presto si tentò di imitare sia la porcellana sia le sue decorazioni (la famosa ceramica di Delft blu e bianca nasce come tentativo di copiare i vasi provenienti dalla Cina).
Stanza della porcellana, 1763-1764, Palazzo di Schönbrunn, Vienna
È in questo periodo, tra Seicento e Settecento, che il vaso da zenzero compare nei dipinti olandesi (non è un caso: gli olandesi erano grandi navigatori e commercianti) assieme ad altri prodotti costosi come calici veneziani, bicchieri römer, tazze ricavate da conchiglie nautilus, vassoi in argento, tappeti orientali nonché agrumi del Mediterraneo.Tuttavia non si tratta solo di prove di virtuosismo o di celebrazioni della ricchezza dei committenti: queste tele sono sempre vanitas, ammonimenti visivi che ci ricordano la brevità della vita e dei suoi piaceri, come suggerito nella tela seguente da un piccolo orologio aperto sul tavolo.
Willem Kalf, Natura morta con vaso in porcellana cinese, 1669, olio su tela, cm 78×66, Indianapolis Museum of Art
Juriaen van Streeck, Natura morta con tazza di nautilus e vaso di zenzero, 1660-1687, olio su tela, cm 49×41, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Appartengono a questa epoca e alla stessa area geografica alcune curiose riproduzioni in argento del vaso da zenzero cinese, con decorazioni riprese dal repertorio classico e dimensioni decisamente maggiorate. Il vaso in foto è alto 42 cm mentre gli originali cinesi vanno dai 18 ai 26 cm di altezza.

Dopo questo primo momento di gloria il vaso da zenzero ricompare nei dipinti nell’Ottocento, in un momento in cui inizia a diventare un oggetto più a buon mercato ampiamente diffuso nelle case europee.Eccolo in un quadro del 1869 dell’olandese Maria Vos (1824-1906), in cui è raffigurato un angolo di un negozio di antiquariato coi suoi ricchi decori blu che risaltano sui toni caldi dell’insieme.

Qui invece è stato dipinto nel 1876 dallo statunitense William Michael Harnett (1848-1892) con la stessa rete impagliata usata per il trasporto che abbiamo visto all’inizio nelle opere di Cézanne.

La cordicella è presente anche nella tela del 1890 del pittore americano di trompe l’oeil John Frederick Peto (1854-1907).

Il britannico Henry Stacy Marks (1829-1898) ha scelto invece di rappresentare il vaso da zenzero nelle mani dell’antiquario Frederick Litchfield, un fine intenditore di ceramiche cinesi bianche e blu, così di moda tra il 1870 e il 1890. Qui sta esaminando un vaso dell’epoca Kangxi (1662-1722).

Accanto al collezionismo di pezzi originali esisteva un’ampia produzione inglese, tedesca e statunitense che riprendeva la forma tondeggiante del vaso da zenzero applicando sulla superficie colori e decori di tradizione europea. Ne sono stati realizzati anche esemplari con motivi vegetali in rilievo, in stile Art Nouveau, e con finiture iridescenti a lustro. Ma i pittori preferivano sempre gli originali!

Il vaso da zenzero era un oggetto talmente famoso che alcuni artisti erano anche grandi collezionisti. Tra questi lo statunitense James Abbott McNeill Whistler (1834-1903), proprietario di una collezione di oltre duecento pezzi (non solo barattoli da zenzero…), di cui alcuni visibili in questo Autoritratto nello studio del 1865.

Whistler è anche autore di un disegno in stile giapponese del 1878 che raffigura il tanto amato vaso cinese…

… nonché dell’allestimento tra il 1876 e il 1877 della Peacock Room (stanza del pavone) per le porcellane cinesi del magnate britannico della navigazione Frederick Leyland, nella sua casa di Londra (oggi la stanza è esposta allo Smithsonian di Washington).

Qualche anno dopo, esattamente nel 1885, un bel vaso da zenzero esagonale, di colore turchese, compare in un’insolita natura morta di Vincent van Gogh, circondato da alcune mele e usato come vaso da fiori.

Quella di riempirlo di fiori è una scelta abbastanza frequente, come dimostrano tanti dipinti di fine Ottocento/inizio Novecento.
Floris Arntzenius, Nasturzi in vaso da zenzero, 1890-1925
George Hendrik Breitner, Vaso di fiori, 1900-1923
Frans Oerder, Anemoni in vaso da zenzero, 1910-1944
Un vaso da zenzero con fiori si trova anche in un suggestivo dipinto del 1916 dell’olandese Jan Mankes (1889-1920)…

… e in tanti quadri di Henry Matisse, come questa Natura morta con Pensieri di Pascal del 1924…

… e questa Natura morta con limoni del 1943.

Insomma, questo vasetto così esotico non smise di esercitare il suo fascino per oltre trecento anni! Ne restò incantato persino l’ideatore del Neoplasticismo Piet Mondian (guarda caso un olandese).Nel 1901, quando non aveva ancora intrapreso il suo percorso verso l’astrazione, ne dipinse uno esagonale, di colore turchese, assieme a cinque mele e un piatto sopra un piano ricoperto da un drappo. È chiaro che, come in Cézanne, l’intento non è la creazione di una vanitas bensì quello della ricerca geometrica e compositiva.

Il vaso da zenzero ritorna dieci anni dopo, quando Mondrian conobbe le opere cubiste di Pablo Picasso e Georges Braque, come oggetto su cui sperimentare nuovi linguaggi. Nel 1911 dipinge Natura morta con vaso da zenzero I, una vista del tavolo da lavoro che ricorda ancora le nature morte della tradizione se non fosse per il trattamento sintetico degli oggetti.

Dell’anno seguente è Natura morta con vaso da zenzero II, una composizione di gusto cubista nella quale l’unico tocco di colore è il celeste del contenitore cinese.

Sappiamo come proseguirà il suo percorso: al posto di vasi e tavoli solo linee verticali e linee orizzontali; al posto delle nuance ocra e turchesi solo toni di grigio e piani rossi, gialli e blu.
Il vaso di zenzero stava per completare il suo ciclo vitale nella pittura, ma rimane nelle opere conservate nei musei, a testimoniare il contatto creativo tra cultura materiale e riflessione concettuale e le epoche passate di fertili scambi estetici tra oriente e occidente.

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