Il Curriculum dello studente

I diegofusaro della scuola sono rientrati in azione, questa volta sul curriculum dello studente. Le danze sono state aperte dal patrocinatore dei grillini Ernesto Galli della Loggia con il solito fondo sul Corriere da laudator temporis acti. A seguire Roars , Tomaso Montanari etc. Questa area di pensiero non è tipicamente italiana anzi tuttora vigoreggia per esempio in Francia e rappresenta un’area di opposizione irriducibile a quello che ritiene essere un sistema di capitalismo finanziario irredimibile, in tutte le sue sfaccettature, fra  queste quella scolastica. E come tale va considerata, come un elemento della dialettica politica nelle società democratiche occidentali.
La …

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Giovanni Modugno: a master of the senses

GIOVANNI MODUGNO: UN “MAESTRO DEL SENSO” PER LA SCUOLA ITALIANA DI OGGI

di CARLO DE NITTI

Alle “voci archetipe” della mia remotissima adolescenza

per sempre nei miei spazitempi mnesici, con infinita gratitudine.

Nascoste ai molti, si palesano,

a chi le cerca con animo puro,

perle, veri tesori delle profondità,

che rivelano le nostre vite,

la nostra intima essenza

di cercatori tra le pagine …

1. PROLOGO

Non mi è possibile iniziare questo intervento senza ringraziare con sentimenti di sincera gratitudine il prof. Vincenzo Robles, illustre cittadino bitontino e studioso di preclara fama, per avermi invitato a partecipare – bontà sua – a questo evento sul pensiero di Giovanni Modugno, pedagogista del ‘900 pugliese, italiano, europeo.

Non è quella che segue una forma di excusatio non petita: non sono un esperto di Giovanni Modugno nel senso accademico della parola, ma ho avuto, da molti anni, con la sua storia di vita, di pensiero, politica, culturale e religiosa una frequentazione che mi affascina. Sì, perché una personalità come quella di Giovanni Modugno non può non sé-durre, a prescindere dalle idee di chi a lui si accosti, purché lo faccia con onestà intellettuale e disinteresse, anche venale. Caratteristiche che egli stesso possedette in modo assoluto e che costituirono la cifra peculiare della sua personalità di uomo, di docente e quindi, di pedagogista.

Tutti gli altri intervenuti a questo evento – certamente molto più competenti di me – hanno lumeggiato o lumeggeranno da par loro al meglio il pensiero del pedagogista: a me, che raccolgo “materiali per chi voglia scrivere di storia” (alla maniera dei Commentari cesariani) piace interrogare la figura di Giovanni Modugno per cogliere – provando a suggere l’essenza del suo pensiero – quanto egli possa dire (rectius: insegnare) a noi persone di scuola del XXI secolo, che operano nelle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado (sebbene, ahimè, io mi trovi nel “pronaos” della quiescenza). Il ri-pensare Giovanni Modugno nella scuola di oggi non può, né deve, essere un mero esercizio di erudizione storiografica, ma un interesse squisitamente teoretico che interroghi il pedagogista, a partire dagli interrogativi del presente che scaturiscono, ovviamente, da bisogni didattici, educativi e pedagogici che urgono alle persone di scuola.

2. I “MAESTRI DEL SENSO”

E’ possibile connotare Giovanni Modugno come un “cercatore di Cristo”, un “apostolo dell’educazione”, un “pellegrino dell’Assoluto”: queste locuzioni possono legittimamente compendiarsi – per utilizzare il lessico della pedagogia di Papa Francesco – nell’espressione “maestro del senso”. Non trovo migliore sintetica definizione se non quella delle parole usate dal Pontefice recentemente a Lisbona, parlando ai giovani dal Pontefice per definirli: . 

E Giovanni Modugno lo è stato, di sicuro, ante litteram, … e lo è ancora oggi, a sessantacinque anni dalla sua scomparsa!

Leggere Giovanni Modugno oggi significa affrontare in modo efficace le urgenze educative del mondo contemporaneo: riformare la scuola, per Modugno, voleva dire formare le coscienze delle degli educandi. Al centro del processo educativo – come sostenevano in quegli anni i pedagogisti dell’attivismo pedagogico – non possono che esserci gli educandi con i loro vissuti, le loro storie interiori, i loro bisogni. Nel processo di educazione, non si può che “ascendere insieme”, per riprendere il titolo di un testo del 1943 dello stesso Modugno, per cambiare se stessi e contestualmente la società in cui si vive. L’unica vera riforma della scuola doveva essere, a parere di Giovanni Modugno, la “riforma interiore”, quella della formazione dei docenti.

La sua vita, la sua ricerca culturale, il suo insegnamentoincarnano l’anelito verso una società più giusta e più libera, nella quale ogni persona, consapevole della sua dignità, possa recuperare e vivere il significato dei valori fondamentali, in primis, la vita e la libertà, senza dei quali non è possibile praticare alcun altro valore. L’attualità del suo messaggio si focalizza prioritariamente intorno alla finalità dell’educazione, riprendendo le istanze più significative della tradizione pedagogica cristiana, arricchita dal dialogo fecondo con autori contemporanei. A partire dalla fine degli anni Venti, intensa fu la relazione di Giovanni Modugno con il gruppo di pedagogisti cattolici che si raccoglieva in quel di Brescia intorno alla casa editrice La Scuola, fondata nel 1904, ed alla rivista Scuola Italiana Moderna, nata nel 1893. Il medesimo milieu cattolico in cui, com’è noto, nacque (nel 1897) e si formò un giovane sacerdote (proclamato santo nel 2018), don Giovanni Battista Montini (il cui padre, l’avvocato Giorgio, era stato tra i fondatori della casa editrice), che alle posizioni di Giovanni Modugno fu certamente vicino, anche attraverso la filosofia della persona di Jacques Maritain (1882 – 1973).  

Nel gruppo di docenti e pedagogisti cattolici bresciani e nelle loro iniziative, di cui fu ispiratore e sodale anche attraverso il suo discepolo e figlioccio Matteo Perrini (1925 – 2007), Giovanni Modugno trovò quella consonanza intellettuale e religiosa che spesso gli mancò in Puglia, una sorta di accogliente “rifugio” ma anche la possibilità di incidere nella scuola militante: basti pensare alla comunanza di interessi e alla sua consonanza intellettuale con Laura Bianchini (1903 – 1983), docente di filosofia bresciana e madre Costituente.  

Anche dopo la seconda guerra mondiale, Giovanni Modugno continuò a collaborare con Scuola Italiana Moderna, la rivista scolastica più diffusa tra i docenti di scuola elementare, ed ispirò anche una filiazione diretta del gruppo bresciano: il “gruppo di maestri sperimentatori” di Pietralba (BZ),  dal nome dalla località dolomitica nella quale il gruppo si riunì per la prima volta nel 1948, cui partecipò anche un altro grande pedagogista pugliese, allora appena venticinquenne, suo allievo all’Istituto Magistrale di Bari: Gaetano Santomauro (1923 – 1976).  

Giovanni Modugno riconosce che la pedagogia è la “scienza della vita”: si preoccupa di affinare una riflessione rigorosa ma anche che manifesti un’efficacia pratica, fondata su principi e valori saldi, applicabili sia alla prassi quotidiana, scolastica e non. Per Modugno, la scienza della vita costituisce la risposta più significativa all’esigenza di riaffermare il primato della moralità, della razionalità e della spiritualità, come qualità peculiari di ogni persona che impara a riconoscerle come espressioni ineludibili della propria dignità e della propria coscienza morale.

Giovanni Modugno ricerca sempre il “perfezionamento interiore” anche nei momenti più drammatici della sua vita personale, come nel 1934, con la precoce morte dell’unica figlia Pina. Evento – collegato con altri lutti familiari (i genitori) – che interroga la coscienza del pedagogista. Quando la figlia si ammala, il progetto del Modugno è di lavorare per ‘cristianizzare la vita’, in lui e attorno a lui. E’ convinto che le disuguaglianze sociali e le miserie non si eliminano soltanto con le leggi e le riforme, ma con l’amore. La vera riforma interiore consiste nel disporsi a comprendere i bisogni di ciascuna persona in difficoltà e nel sentirsi responsabili se manca il necessario per vivere.

I motivi fondamentali che accompagnano la vita di Modugno sono quelli di ‘ascendere insieme’, ‘salire alla sublime vetta’,‘aiutare gli altri a salire’: l’insegnamento gli consente di adempiere a questa sua idea. Nella prospettiva del suo pensiero, la religione costituisce il principale centro d’interesse dell’intero curricolo scolastico, oltre che il contenuto più significativo della scienza della vita. Essa è la guida per cogliere nella vita concreta le relazioni tra le singole azioni ed i principi della ragione e della morale. Con la didattica della ‘provocazione riflessiva’, stimolata dal docente, la pratica del riflettere durante le lezioni li sollecitanella chiarificazione dei criteri direttivi e li pome nelle condizioni di osservare, giungendo a scoprire le istanze più profonde della vita.

3. GIOVANNI MODUGNO VIVANT

Riflettere oggi, nel terzo decennio del XXI secolo, sulla figura, sul pensiero e sulla storia di Giovanni Modugno, “cercatore di Cristo” ed “apostolo dell’educazione” è un atto “rivoluzionario” nella sua essenza, che modifica radicalmente i paradigmi del pensiero corrente, spesso incentrato sui tecnicismi della pedagogia– declinati in tutte le sue branche – e della scuola, piuttosto che sulla persona, quale punto di imputazione ultimo di ogni azione educativa.

Questo è il continuum che attraversa la vita di Giovanni Modugno, anche prima di insegnare, quando, da giovanissimo, iniziò ad impegnarsi nelle vicende della politica della sua città, in solido con lo storico molfettese Gaetano Salvemini (1873 – 1957), cui lo unì un lunghissimo sodalizio intellettuale e politico, nonostante le diverse posizioni, che ha attraversato la storia italiana dai primi anni del XX secolo agli anni ’50 del medesimo.Pressocché coetanei, furono entrambi “figli”, molto diversi tra loro, della medesima temperie culturale, quella positivistica, da cui furono entrambi però sempre alieni, giungendo a posizioni politiche diverse che avevano in comune l’impegno infaticabile e diuturno per il riscatto dei contadini meridionali rispetto ai soprusi dei latifondisti assenteisti, attraverso la conquista del primo e più fondamentale dei diritti, quello all’istruzione.   

Il fulcro dell’attività di Giovanni Modugno – che volle essere sempre “maestro di maestri” – fu sempre l’educazione dei giovani al pensiero critico, lontano da ogni possibile strumentalizzazione da qualunque “luogo” essa provenisse. Egli non fu mai uomo “di parte”, rifiutò sempre per se stesso incarichi, cariche ed onori di ogni tipo, proprio per conservare la sua libertà di pensiero: com’è noto, rifiutò la carica di Provveditore agli studi di Bari, sia nel 1923, quando gli fu proposta da Giuseppe Lombardo-Radice (1879 – 1938) perché temeva che avrebbe dovuto venire a compromessi con il fascismo, sia dopo la seconda guerra mondiale, quando fu invitato a ricoprire la medesima carica da Tommaso Fiore (1884 – 1973), a nome del Comitato di Liberazione Nazionale. Parimenti, non a caso, nel 1929, fu assordante il suo silenzio – in un’Italia osannante – di fronte alla firma dei Patti Lateranensi, che, com’è noto, ponevano fine alla sessantennale “questione romana”.

Questa missione – cui adempì senza deroga alcuna – non gli impedì di mantenere relazioni intellettuali con i più sensibili ed insigni pedagogisti del suo tempo, a cominciare dalla “scoperta” di Friedrich Wilhelm Foerster (1869 – 1966) e Josiah Royce (1855 – 1916). Con ed attraverso di loro, Giovanni Modugno difese la persona umana, la sua dignità e la sua libertà interiore, trovando nel cristianesimo, inteso come “fede nella Resurrezione”, il miglior fondamento per conseguire questo obiettivo. In quest’opera educativa, massima era la sintonia del pedagogista con l’allora Arcivescovo di Bari, Mons. Marcello Mimmi (1882 – 1961), di cui condivideva in toto il metodo pastorale.

La cifra di tutta l’esistenza del pedagogista che si può compendiare nel titolo del volume – pubblicato dieci anni dopo la sua scomparsa, a cura dell’amatissima moglie, Maria Spinelli Modugno – Giovanni Modugno. Io cerco l’Eterno: mediante un’ascesa interiore, mai disgiunta dall’adempimento del dovere della missione educativa, indirizzata alla conquista, da rinnovare continuamente, della libertà, della coscienza critica e della dignità della persona umana. Un’eredità pedagogica e morale da raccogliere e praticare con rinnovata lena anche, se non soprattutto, nelle scuole di ogni ordine e grado. 

Quella ‘coscienza critica’ di cui oggi – dopo oltre sessanta anni dalla sua morte – si avverte uno smisurato bisogno: VINCENZO ROBLES, da storico, con i suoi volumi, ne rende seriamente consapevoli noi tutt*, uomini del XXI secolo, persone di scuola e non.

4. EPILOGO “APERTO”

Più che un epilogo – per quanto aperto – mi piace avanzare una proposta concreta per continuare a riscoprire e valorizzare il pensiero di Giovanni Modugno nel XXI secolo. Mi piace avanzarla qui in un luogo simbolo della sua città natale, alla presenza delle autorità civili e religiose e di tanti illustri esperti.

Come si è diffuso nella scuola barese, pugliese ed italiana, forse melgré lui, il pensiero di Giovanni Modugno? A questa domanda,penso, si possa dare una risposta certa: attraverso i suoi studenti cui è toccato in sorte di averlo avuto come docente, prima a Corato, per sette anni, poi. dal 1920 al collocamento in quiescenza. presso l’Istituto Magistrale “Giordano Bianchi-Dottula” di Bari.

Essi hanno “abitato” ed “innervato” la scuola – segnatamente e prioritariamente quella elementare – barese, pugliese e non solo portando nella loro attività didattica e professionale gli insegnamenti ricevuti. Sarebbe molto interessante – non certo per mera erudizione storiografica – ricercare i loro nomi, la loro provenienza geografica attraverso i registri del prof. Giovanni Modugno, raccolti nell’archivio storico dell’istituto scolastico frequentato.

Consultando quell’archivio, tanto si potrebbe scoprire su Giovanni Modugno e sulla storia della scuola pugliese: potrebbe essere un ottimo argomento per un’efficace e non convenzionale attività di Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (vulgo PCTO, come negli acronimi di cui è saturo lo ‘scolastichese’, nota neolingua iniziatica), ovvero, anche per tesi di laurea (triennali, magistrali e di PhD) sicuramente molto interessanti e nietzscheanamente “inattuali”.

Del resto, l’influenza del pensiero di Giovanni Modugno,attraverso i suoi studenti del “Bianchi–Dottula”, ha anche travalicato anche i confini della scuola e della pedagogia: basti ricordare anche soltanto il nome di uno di loro, divenuto un Maestro del Diritto dell’Università degli studi di Bari (e tantissimo altro…), il prof. Renato Dell’Andro (1922 – 1990).

Ma questa sarebbe un’altra storia, che mi ricondurrebbe alla mia ormai remotissima adolescenza… 

5. BIBLIOGRAFIA

• AA.VV., Maestri del senso: competenze e passione per una scuola migliore, a cura di DE NITTI, CARLO e LAVERMICOCCA, CARLO, Bari 2023, Ecumenica editrice, di prossima pubblicazione;

• CAPORALE, VITTORIANO, Educazione e politica in Giovanni Modugno, Bari 1988, Cacucci; 

• CAPORALE, VITTORIANO, Giovanni Modugno. Un pedagogista del Sud, Bari 1995, Cacucci; 

• CAPORALE, VITTORIANO, Giovanni Modugno. Pedagogia Scienza della Vita, Bari, 1997, Cacucci; 

• CAPORALE, VITTORIANO, La proposta pedagogica di Giovanni Modugno, Bari, 2004, Cacucci;                                                                                                              

• CAPORALE, VITTORIANO, Pedagogia e vita di Giovanni Modugno, Bari 2006, Cacucci;

• CAPURSO, GIOVANNI, Due Maestri per il Sud: Gaetano Salvemini e Giovanni Modugno, Corato, 2022, SECOP;

• MICUNCO, GIUSEPPE, La buona battaglia. Santità e laicità in Giovanni Modugno, Bari, 2013, Stilo editrice;

• ROBLES, VINCENZO, Giovanni Modugno. Il volto umano del Vangelo, Bari, 2020, Edizioni Dal Sud;

• ROBLES, VINCENZO, Giovanni Modugno e il suo “rifugio”bresciano, Bari, 2022, Edizioni Dal Sud;

• ROBLES, VINCENZO – AUFIERO, ARMANDO, Giovanni Modugno: il volto umano del Vangelo in AA.VV., Op. cit.;

• SANTOMAURO, GAETANO, Giovanni Modugno attraverso gli inediti, «La Rassegna pugliese», 1969, 4-5, pp. 3 – 22;

• SARACINO, DOMENICO, Giovanni Modugno. Politica, cultura e spiritualità in un cercatore di Cristo, Bari 2006, Stilo editrice; 

• SPINELLI MODUGNO, MARIA, Giovanni Modugno. Io cerco l’Eterno, Bari 1967, Editoriale Universitaria.

Et si parva licet …

• DE NITTI, CARLO, La missione educativa di Giovanni Modugno e la sua attualità nel XXI secolo. Nota a margine di una recente biografia del pedagogista bitontino, ”Educazione & Scuola”, XXVI, marzo 2021, 1123;

• DE NITTI, CARLO, In difesa del Sud: storia dell’amicizia di due Maestri tra Molfetta e Bitonto, ”Educazione & Scuola”, XXVII, settembre 2022, 1141; 

• DE NITTI, CARLO, Giovanni Modugno: un “cercatore di Cristo”, apostolo dell’educazione, in VINCENZO ROBLES, Giovanni Modugno e il suo “rifugio” bresciano, Bari 2023, Edizioni Dal Sud, pp. 9 – 12.

Una governance inadeguata

Una governance inadeguata e l’implosione della scuola italiana nella quarta rivoluzione industriale

di Pietro Boccia

La scuola italiana sta implodendo principalmente per l’inadeguatezza della governance, come procedura funzionale alla crescita di un’istituzione, e della leadership, come strategia per il perseguimento di obiettivi condivisi, ad ogni livello. In Italia, anche la lingua è messa ai margini con le stupidaggini dei made in Italy, degli open day e così via. La lingua inglese, imposta dalla democrazia totalitaria degli Stati Uniti per un controllo sui Paesi europei, dovrebbe, pure in Italia, essere impiegata soltanto per comunicare con quelli che non conoscono quella italiana. Non è pensabile che la lingua italiana, la quarta maggiormente adottata a livello mondiale, in Italia, venga, invece, trascurata. Perciò, nella scuola italiana serve una rivoluzionaria e coraggiosa riforma, come è avvenuto nel 1959 negli Stati Uniti con la Conferenza di Woods Hole, coordinata da Jerome Bruner. Già negli anni Novanta del Novecento la scuola italiana incomincia ad implodere. Con il comma 16 dell’art.21 della Legge n. 59/1997 e il relativo D.lgs. n. 59/1998, l’istituzione scolastica italiana viene immersa nel processo di aziendalizzazione neoliberista, producendo un forte appiattimento e, in generale, l’ilotizzazione del personale. La quarta rivoluzione industriale e la società complessa esigono, invece, l’effettiva autonomia non solo didattica e organizzativa ma anche di ricerca, sperimentazione e sviluppo delle istituzioni scolastiche. Solo in tal modo i livelli essenziali di prestazione potrebbero essere perseguiti e raggiunti. Il pensiero di ogni cittadino, all’interno delle società complesse, deve essere fluido, flessibile e critico per acquisire una cultura all’altezza dei tempi e poter rispondere adeguatamente alle gigantesche sfide odierne. In verità, la quarta rivoluzione industriale si è ormai affermata e la scuola italiana ancora non riesce a diventarne consapevole. 

Chi è destinato alla governance delle istituzioni scolastiche, nella società di oggi, complessa e liquida, deve possedere moltissime competenze (normativa riferita al sistema educativo di istruzione e di formazione e agli ordinamenti degli studi in Italia con particolare attenzione ai processi di riforma in atto; modalità di conduzione delle organizzazioni complesse, con particolare riferimento alla realtà delle istituzioni scolastiche ed educative statali; processi di programmazione, gestione e valutazione delle istituzioni scolastiche, con particolare riferimento alla predisposizione e gestione del Piano triennale dell’offerta formativa, all’elaborazione del Rapporto di autovalutazione e del Piano di miglioramento, nel quadro dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e in rapporto alle esigenze formative del territorio; organizzazione degli ambienti di apprendimento, con particolare riferimento all’inclusione scolastica, all’innovazione digitale e ai processi di innovazione nella didattica; organizzazione del lavoro e gestione del personale, con particolare riferimento alla realtà del personale scolastico; valutazione ed autovalutazione del personale, degli apprendimenti e dei sistemi e dei processi scolastici; elementi di diritto civile e amministrativo, con particolare riferimento alle obbligazioni giuridiche e alle responsabilità tipiche del dirigente scolastico, nonché di diritto penale con particolare riferimento ai delitti contro la Pubblica amministrazione e in danno di minorenni; contabilità di Stato, con particolare riferimento alla programmazione e gestione finanziaria presso le istituzioni scolastiche ed educative statali e relative aziende speciali; sistemi educativi dei Paesi dell’Unione europea; elementi essenziali in campo socio-psico-pedagogico). Il possesso di tali competenze sono indispensabili per affrontare le numerose sfide che le istituzioni scolastiche quotidianamente sono costrette a risolvere. Oggi, la società vive la quarta rivoluzione industriale

(digitale o meglio di interconnessione e di convergenza tra la robotica, la genomica, l’intelligenza artificiale e le neuroscienze), e, in essa, si realizza pienamente la centralità non solo dell’aziendalizzazione di ogni istituzione ma anche della soggettiva imprenditorialità, attraverso il diventare ognuno imprenditore di se stesso e perfetto consumatore, destinati a sostituire i lavoratori delle precedenti rivoluzioni industriali. 

La società attuale è caratterizzata soprattutto dai processi di imprevedibilità, di velocità e di impatto immediato su tutte le discipline e su tutte le organizzazioni del lavoro. Gli effetti imprevedibili e immediati sui saperi e sul mercato del lavoro non si riesce, ancora, a comprendere e definire. Quello che è chiaro è che alcune professionalità sono destinate a scomparire. Bisogna, perciò, predisporsi, a sostituirle. La sostituzione di una professionalità con un’altra è stata storicamente normale nelle altre rivoluzioni industriali. Nella prima rivoluzione industriale agli artigiani sono subentrati gli operai; nella seconda e nella terza gli impiegati e i consumatori sostituiscono gradualmente il proletariato. Agli inizi della quarta rivoluzione industriale non solo i Paesi dell’Est, ma anche le aree del Sud del mondo sono entrate in conflitto con quelle del Nord. Tali aree calde si sono, così, dislocate, dopo la caduta del muro di Berlino, altrove. Il superamento dei conflitti armati s’intreccia, dunque, con il problema della pace e della tutela dei diritti individuali e collettivi. Le democrazie totalitarie e il capitalismo finanziario si sa che remano contro, perché sono ben consapevoli che non si può mai costruire, quando ai singoli uomini e ai popoli sono negati tali diritti, un ordine mondiale, basato sulla pace. Soltanto le pochissime teste critiche e pensanti, ancora non arruolate ai totalitarismi, sanno che i diritti individuali e collettivi devono essere riconosciuti e garantiti, attraverso una forte e condivisa istituzione sopranazionale, dal diritto internazionale, anche se ciò, oggi, purtroppo, non è nemmeno più sufficiente, giacché è emersa una nuova forma di conflitto armato, ovverosia il terrorismo. Le azioni terroristiche, imprevedibili e, a volte, immotivate, mettono in discussione non solo ogni possibilità di risolvere in maniera razionale le controversie tra le parti in conflitto, ma anche il processo di globalizzazione. I protagonisti di tali azioni sono, tuttavia, ricondotti al fenomeno della globalizzazione, perché sono identificabili e vivono nei non-luoghi, teorizzati dall’antropologo francese Marc Augé. L’attacco dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers, vale a dire contro il simbolo della moderne sofisticazioni tecniche, rappresentate da gigantesche costruzioni, ha, da un lato, segnalato l’esistenza di un nemico senza volto, che è difficile rintracciare e combattere, e, dall’altro, l’impossibilità di reagire, in maniera immediata, per trasformare l’angoscia dell’avvenire in forza positivamente propulsiva, affinché le società acquisiscano la sicurezza indispensabile per progettare e per costruire un futuro di pacifica convivenza.

La globalizzazione sta ridisegnando l’ordine gerarchico del sistema mondiale e, contemporaneamente, sta incidendo profondamente sia sulla vita quotidiana degli uomini sia sulla consapevolezza dei problemi da risolvere, che, essendo universali, devono far acquisire una responsabilità condivisa. Essa è un fenomeno complesso e si presenta, per il momento, solo come processo di integrazione economica; si auspica, però, che si diffonda anche come realtà culturale e sociopolitica. Il primo aspetto è prodotto per l’interdipendenza, a livello mondiale, tra i vari Paesi sia per l’esistenza delle multinazionali sia per l’esigenza di importazione e di esportazione delle materie prime e delle merci. Il secondo potrebbe essere rappresentato dall’integrazione culturale di alcuni popoli nei confronti di altri. Il terzo aspetto (sociopolitico) riguarda la nascita, a livello internazionale, di organizzazioni politiche (l’ONU, OCSE e così via) e sociali (OMS, UNESCO e così via). Il processo di globalizzazione ha, oggi, subito una forte accelerazione. Le spinte di liberalizzazione e di deregolamentazione, prima di tutto nel campo economico, hanno condotto, all’affermazione della concezione del neoliberismo e del capitalismo non solo totalitario, ma anche finanziario; quest’ultimo, dopo quello sperimentale (dal mondo classico al Settecento) e conflittuale (dalla prima rivoluzione industriale alla caduta del muro di Berlino – 1989 -), è riuscito, eliminando, al suo interno la classe della borghesia illuminante e degli intellettuali della “coscienza infelice”, ad affermarsi e a diffondersi fino a diventare, annebbiando tutte le coscienze, una modalità naturale per tutti. In tal modo, i capitali e le merci, circolando liberamente, facilitano e favoriscono la formazione, a livello globale, di un unico mercato. In un simile contesto, le banche e le imprese finanziarie hanno acquisito, emarginando gli scambi culturali e le comunicazioni interpersonali, un ruolo preminente. 

I cambiamenti negli apparati degli scambi economici accentuano, invece, di eliminare, a livello mondiale, sperequazioni e contrasti tra gli uomini all’interno delle società. Circa un terzo di cittadini è, infatti, costretto a vivere in totale povertà. Diventa, quindi, necessario, come molti sostengono, un forte impegno per affrontare e risolvere una tale iniquità. Solo in tal modo, il mercato globale diventerebbe, per l’intera umanità, un’opportunità. Gli Stati devono, per conseguire un tal risultato, sostenere, tramite intese e accordi di collaborazione, il processo di globalizzazione con politiche appropriate. Diversamente si producono conseguenze devastanti, come, ad esempio, l’omologazione mondiale dei mercati, e non si riesce a determinare in modo uniforme la distribuzione delle ricchezze. Il processo di globalizzazione ha, anzi, accentuato il divario tra i Paesi ricchi e le aree povere. Oggi, nel mondo, il 18% della popolazione dispone dell’83% del reddito mondiale, mentre l’82% della restante popolazione deve accontentarsi del 17% del reddito). Per Joseph E. Stiglitz, come ha scritto in La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi editore, Torino 2002, p. 5, “se la globalizzazione non è riuscita a ridurre la povertà, non è riuscita neppure ad assicurare la stabilità”. In un recente censimento della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) si sostiene addirittura che un miliardo e trecento milioni di persone non disponga, per la propria sopravvivenza, nemmeno di un dollaro al giorno. In tal modo, solo alcuni popoli vivono e partecipano al processo di globalizzazione; altri sono, invece, costretti, proprio perché le loro società non riescono a tenere il passo delle nuove tecnologie e dell’economia mondiale, a vivere ai margini o a essere esclusi dai canali di comunicazione e dai mercati internazionali.

Nel capitalismo finanziario e totalitario, per l’avvento della tecnologia informatica e digitale, tutte le attività economiche utilizzano, per essere efficacemente presenti sul mercato, esperti nella raccolta e nell’elaborazione di informazioni. Si sono, perciò, nelle società attuali, formate élites delle reti informatiche e gerarchie tra chi le rappresenta e quelli che sono costretti a subirle. Si produce, di conseguenza, un nuovo conflitto, perché le prime, vivendo nelle loro fortezze, non hanno alcun interesse per il territorio, e i secondi, pur non avendo, per il momento, alcuna possibilità di modificare la realtà, fanno, tuttavia, pressione per migliorare la loro condizione di vita e per riuscire a entrare nel sistema. Nelle società del capitalismo finanziario e totalitario si è, attraverso il processo di globalizzazione, tanto liberalizzato il capitale quanto asservita la vita della maggior parte delle popolazioni di quelle nuove periferie che si trovano nelle aree marginali. In verità, solo il denaro e il capitale sono diventati soggetti liberi. Se, ad esempio, una multinazionale decidesse, infatti, di trasferirsi dall’Europa o dagli Stati Uniti all’Asia o in altre aree emergenti, moltissimi si troverebbero all’improvviso senza lavoro. Non si può assolutamente pensare, in tal caso, a politiche sociali dell’occupazione, perché, mentre il denaro e il capitale si trasferiscono alla velocità dei nuovi mezzi di comunicazione, gli uomini si spostano lentamente o sono costretti a vivere segregati nei loro territori. 

La spietata concorrenza sul mercato mondiale e l’apertura di nuovi canali di comunicazione nei mercati internazionali stanno producendo la scomparsa dei confini e delle barriere nazionali, perché il digitale e le reti informatiche interconnesse non hanno alcun bisogno di confini territoriali e rappresentano i valori reali della globalizzazione. Le imprese, con la globalizzazione, sono facilmente acquisite da grandi organizzazioni economiche senza patrie e transnazionali, perché hanno un’assoluta libertà di manovra, senza essere, a livello territoriale, vincolate e senza avere appartenenza culturale. Oggi le imprese globalizzate sono i colossi delle reti informatiche (Google, Facebook, Amazon e Microsoft). Esse hanno, come scrive Shoshana Zuboff nel libro Il capitalismo della sorveglianza, il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, tradotto da Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2019, p. 105, costruito sistemi per trasformare i comportamenti umani attraverso attività pervasive, messe in atto dal capitalismo totalitario, non sfruttando più soltanto la natura, come è avvenuto con quello dialettico, ma, con i mezzi tecnologici, anche l’essere umano, asservendolo. “Il capitalismo industriale trasformava le materie prime naturali in prodotti; allo stesso modo il capitalismo della sorveglianza si appropria della natura umana per produrre le proprie merci.

La natura umana viene raschiata e lacerata per il mercato”. Il capitalismo finanziario e totalitario, attraverso un’architettura globale, agisce, attraverso informazioni e dati, di cui entra in possesso quando noi con un clic diamo il consenso, sui comportamenti umani, asservendo l’anima per i credenti e la mente per tutti gli altri. Già, nel 1980, Jeremy Rifkin in Entropia, Mondadori, Milano, 1982, p.

150, lamenta che “gran parte dell’energia consumata nelle moderne economie industriali rappresenta il prezzo che paghiamo per la velocità e che la categoria degli economisti non ha ancora compreso che la legge dell’entropia è la coordinata fisica di base della scarsità”.

Il sociologo Zygmunt Bauman riesce a cogliere, con la sua teoria di “società liquida”, il divario tra le imprese finanziarie e la politica, che, nella quarta rivoluzione industriale, permetterebbe alla globalizzazione di trasformarsi in una forza dirompente, a livello mondiale; egli, poi, ammonisce, riflettendo sul fatto che i politici, nella maggior parte dei casi, sono incompetenti. Le nuove generazioni, pertanto, non devono far prevalere l’emozione, perché questa non è utile per costruire ma per demolire qualcosa. Nell società liquida, l’esperienza individuale e le relazioni sociali sono contrassegnate da caratteristiche e da realtà fluide e volatili che si decompongono e ricompongono velocemente e in maniera continua. I giovani devono, perciò, assumere la consapevolezza che bisogna, a ogni livello, organizzare il terreno per costruire un nuovo gruppo dirigente. La paura propagata dall’incertezza umana non può durare a lungo. L’uomo, condotto in una situazione di fragilità del tutto inedita, sentirebbe, infatti, per Bauman, il bisogno di costruire qualcosa di “solido” e “vecchio”, come bussola quanto mai attuale, vale a dire “il socialismo”. In un’intervista al “Corriere della Sera”, Bauman afferma: “C’è più bisogno di socialisti da che è caduto il Muro di Berlino”. Egli continua: “Prima il comunismo è stato – Zygmunt Bauman, intervista di Serena Zoli al Corriere della Sera del 13 ottobre 2002 – con il fiato sul collo del capitalismo producendo un meccanismo di ‘controllo ed equilibrio’ che ha salvato il capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto contro le clamorose ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’auto-adorazione dei dominanti”. Non bisogna, in ogni modo, perdere di vista il liberalismo, perché – continua l’intervista – “la sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari”; per il sociologo polacco è il socialismo, come sintesi di società libera e giusta, l’apripista per la salvezza dell’umanità. Anzi, Bauman conclude nell’ultima sua opera Società, etica e politica, dichiarando nella stessa intervista “come la fenice, rinasce dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà. Se è così, spero di morire socialista”. Sono idee importanti, espresse da un sociologo, ritenuto di spessore mondiale.

Nel società del capitalismo finanziario e totalitario, bisogna acquisire consapevolezza che gli ideali della democrazia e del socialismo, essendo fragili e precari (Bauman direbbe “liquidi”), sono di difficile attuazione. È più semplice e meno rischioso, a livello individuale, piegare la testa e diventare servili. Comporta meno rischi e minore responsabilità. Sono, tuttavia, i giovani, che, di norma, condividendo tutto quello che è necessario contestare e rifiutare, devono trovare una sintesi sulle risposte da dare a quello che desiderano realizzare, perché il comune denominatore è, oggi, rappresentato dalla precarietà economica e dall’insicurezza psicologica. Da più parti si afferma che ci sia ormai un legame stretto tra la crisi economica degli ultimi anni e quella sociale che sta imperversando un po’ ovunque. Molti sostengono che occorre passare quanto prima da un’economia del consumo a un’economia di produzione, sanando da un lato il debito sovrano dei Paesi in crisi

(Italia compresa) e, dall’altro, rilanciando lo sviluppo economico. Il divario tra i ricchi e i poveri è destinato ad aumentare se continuano a non essere messi sotto controllo dalla politica i mercati, le tecniche finanziarie e gli investimenti economico-capitalistici. All’avvento della cultura neoliberista, venuta fuori per occultare la visione del maltusianesimo, del darwinismo sociale e dell’eugenetica, anche l’Italia è diventata preda della strategia del capitalismo finanziario e totalitario. I partiti di centro-destra sono, in tal modo, costretti a governare decisioni assunte dalla concentrazione capitalistica-finanziaria di destra, mentre quelli di centro-sinistra a governare e scimmiottare le decisioni che assume la concentrazione capitalistica-finanziaria, che, grottescamente, si definisce di sinistra. La politica deve, pertanto, ritornare alla sua centralità. Oggi i politici, a livello globale, non hanno potere, ma assumono e governano decisioni imposte dai poteri finanziari ed economici. In Italia, tale condizione è ancora maggiormente accentuata. Dagli inizi degli anni Novanta, la politica italiana governa, in maniera eterodiretta, decisioni delle forze capitalistico-finanziarie internazionali. Nell’ultimo decennio del Novecento, se alla guida della politica italiana ci fossero stati politici di spessore e non ragionieri, spacciatosi per economisti, si sarebbe sicuramente aperto un dibattito sul ruolo dell’Italia di poter diventare testa e guida dei popoli del mediterraneo oppure di decidere, com’è avvenuto acriticamente, ad accodarsi nemmeno all’Europa dei cittadini, prefigurata dai democratici e socialisti del secolo scorso, ma dei mercati e della finanza. 

Agli inizi degli anni Novanta è, in Italia, presente un deficit economico del 7%. Il 65% del prodotto interno lordo (PIL) è, tuttavia, gestito in maniera diretta o indiretta dallo Stato, che ha, come welfare state, uno scopo sociale. Intanto si decide di entrare nell’Unione europea e secondo i parametri di Maastricht, occorre, per operare a tal fine, privatizzare e portare il deficit dello Stato al 3%.  La politica di allora ragionieristica e non di spessore, invece di confrontarsi sui parametri, fa due devastanti interventi per l’Italia, vale a dire lo smantellamento delle imprese con le privatizzazioni e la disgregazione sociale con la riduzione del deficit dal 7% al 3%. Per quanto concerne le privatizzazioni non c’era efficienza allocativa. Questa “ha a che fare – ha scritto Roberto Fazioli, Dalla proprietà alle regole, Franco Angeli, Milano, 1995, p. 100 – con la relazione fra prezzi e costi marginali di produzione: essa sarà massima quando i primi ricalcano i secondi, quando le quantità desiderate saranno pari a quelle offerte”. Con l’algoritmo della riduzione del debito di quattro punti (dal 7% al 3%) s’interviene con il 2% di aumento delle tasse (dal 27% sino al 53%), con la percentuale del 1,3% attraverso la diminuzione del costo della lira, attivando lo smembramento del ceto medio e, di conseguenza, permettendo l’arricchimento dei pochi e l’impoverimento di molti; infine, con la percentuale del 1,7% di taglio su ricerca e istruzione, vengono messe a repentaglio la cultura e la creazione, in Italia, di una futura classe dirigente. 

Non ci potranno, senza mettere al centro la palla della politica italiana, mai essere misure e interventi adeguati a far crescere il Paese e dare respiro alle nuove generazioni. Bisogna rompere la spirale e l’intreccio (solo i giovani possono farlo, perché non sono ancora socializzati al conformismo) tra la politica e il potere economico-finanziario del capitalismo totalitario. Dopo aver fatto acquisire alla politica un’adeguata autonomia, bisognerebbe intervenire non solo sulla riforma del mercato del lavoro, ma anche operare opportuni interventi sulle politiche fiscali e previdenziali, che, in qualche modo, dovrebbero avere lo scopo di ridurre le disuguaglianze sociali. Si migliorerebbero, di conseguenza, ridistribuendo adeguatamente la ricchezza, le condizioni di ognuno e di tutti. Bisogna, per riscoprire l’orizzonte e ritrovare il cammino, liberare le energie di ogni singolo soggetto e arginare la cultura politica del neoliberismo. La libertà è un processo, che si attua e si afferma in maniera graduale. Attraverso tale processo, la successione dei fenomeni e degli avvenimenti ha una propria forza storica, perché la libertà è interiorizzata e rivissuta, come risultato proiettivo, prima dall’individuo e, poi, dalla società. Questa perenne attività dell’uomo, nel suo cammino, incontra, per forza di cose, il mondo dell’ambiente sociale, che lo circonda e che diviene una sua parte integrante. É chiaro che gli esseri umani sono diversi gli uni dagli altri; essi vivono la diversità nella misura in cui la coscienza è in grado di allargare o di restringere il campo di svolgimento della libertà. Zygmund Bauman in Modernità liquida, Editori Laterza, Bari, 2002, p. 248, scrive, infatti che “gli individui fragili, condannati a vivere in una realtà porosa, si sentono come chi pattina su uno strato di ghiaccio”. Perciò, nei rapporti con la realtà oggettiva, l’uomo quanto più fortemente vive la sua libertà di azione tanto maggiormente comprende il mondo circostante come ostacolo o come risorsa per la sua stessa realizzazione. Il vincolo, posto all’individuo, è tutto ciò che non attiene alla sua libertà interiore.  L’umanità, per superare la condizione di una tale disumanizzante realtà, deve riappropriarsi del presente e, avvalendosi di un pessimismo solare e di un ottimismo crepuscolare, sottrarre il futuro al potere della tecnica e della finanziarizzazione della società. Si deve andare, dunque, verso una globalizzazione non solo economica, ma anche culturale, sociale e politica, attraverso una mobilitazione globale, vista quest’ultima come un processo di cambiamenti sociali, vale a dire disgregazione o rottura, spostamento o sganciamento individuale, mobilitazione psicologica (ritirata o disponibilità), mobilitazione oggettiva, reintegrazione. In un tale contesto, per l’incompetenza e l’insipienza politica che a cascata si espande all’intera società, la scuola italiana sta implodendo e i Dirigenti scolastici non possono più, per la complessità delle sfide quotidiane, governarne i processi. L’implosione della scuola italiana è ormai una realtà. La società attuale, complessa e in continua trasformazione, ha bisogno di più istruzione e formazione, per comprenderne i processi e governarli. La governance della scuola, soggiogata inconsapevolmente dalla democrazia totalitaria che governa l’Occidente, immagina, invece, di ridurre i tempi dell’istruzione e di fornire meno conoscenze e competenze alle future generazioni. Il senso della vergogna è il minimo che si possa provare. 

Sulla scuola bisogna intervenire con una riforma epocale attraverso una rivoluzione dal basso.

Servirebbe riorganizzare la scuola in 2 cicli d’istruzione dai 2 ai 18 anni. Un primo ciclo di 8 anni che dovrebbe comprendere la scuola dell’infanzia dai 2 ai 5 anni (3 anni) e primaria (5 anni); il secondo ciclo di 8 anni che dovrebbe includere la scuola secondaria di primo grado obbligatoria di 5 anni, di cui 3 dell’attuale scuola secondaria di primo grado e 2 del primo biennio della scuola secondaria di secondo grado con elementi di filosofia, letteratura greca e latina, radici della civiltà occidentale (i giovani a 12 anni hanno ormai acquisito un pensiero ipotetico/deduttivo -) e la scuola secondaria di secondo grado (3 anni, di cui 2 anni del secondo biennio e 1 anno del quinto anno della scuola secondaria di secondo grado). In tal modo non solo l’obbligatorietà e la certificazione delle competenze coinciderebbero e avrebbero un’intrinseca e logica conseguenza, ma anche i giovani italiani, come quelli di altri paesi dell’Unione europea, potrebbero affrontare un anno prima l’esame di Stato/maturità. 

Bisognerebbe, poi, abolire i carrozzoni ministeriali (i Dirigenti scolastici, i responsabili e gli Uffici degli ambiti scolastici territoriali), creando un diretto collegamento delle reti di scuole con gli USR e i Dipartimenti generali del Ministero della pubblica istruzione. L’autonomia delle istituzioni scolastiche e l’asfissia dirigenziale sono una contraddizione in termini. Sarebbe necessario introdurre, a tal proposito, l’elezione diretta e democratica di un coordinatore scolastico da parte del collegio dei docenti, perché la scuola dell’autonomia esige democrazia e partecipazione. Nello stesso tempo rafforzare e fortificare, per qualità professionali e competenze, il profilo del Direttore dei servizi generali e amministrativi (laurea in economia aziendale, giurisprudenza o equipollenti) per la governance giuridica-amministrativa delle scuole. Solo in tal modo si potrebbero invertire le proposte dell’accorpamento delle istituzioni scolastiche, finalizzate, nel compromettere ogni forma di didattica e nel sottrarre sedi di scuole alle piccole comunità, al risparmio economico. Si riconoscerebbe anche lo status delle scuole a rischio e di quelle di eccellenza. 

Si dovrebbe, poi, valorizzare massimamente il ruolo dei docenti sia riconoscendo l’insegnamento come una professione logorante e usurante sia equiparando i diritti e i doveri degli insegnanti italiani a quelli europei (compresi orario di lavoro e stipendio – in Germania, ad esempio, a fine carriera, i docenti percepiscono 80.378 euro annuali; invece, in Italia, a fine carriera, ne percepiscono annualmente appena 34.052 -). A proposito dei docenti si dovrebbe anche provvedere a dar vita a corsi specifici di specializzazione per gli insegnamenti STEM per ovviare agli errori, commessi negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, nell’immettere in ruolo soggetti non in possesso di profili adeguati all’insegnamento di tali discipline. La scuola italiana, ancora oggi, specialmente nei Licei, ne sta pagando le conseguenze. Tra le altre cose, per far acquisire alla scuola italiana una certa centralità e prospettarne un futuro, è necessario:  

considerare gli allievi come soggetti di diritto e di doveri verso il mondo sociale e immaginare la scuola come un bene pubblico e condiviso. La scuola, in tutte le società democratiche, svolge, infatti, una funzione sociale;

far acquisire alle scuole la funzione di palestra della democrazia per costruire, attraverso una cittadinanza attiva, una società aperta e interculturale;

abolire il finanziamento delle scuole paritarie e private, rispettando l’art. 33 della Costituzione che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Negli ultimi dieci anni i fondi destinati dallo Stato alle scuole private si sono, invece, moltiplicati (nel 2012 – 286 milioni, nel 2022 – 626 milioni, quest’anno, nella Finanziaria, sono previsti ulteriori 50 milioni di euro per le scuole paritarie dell’infanzia). Gli allievi che intendono liberamente usufruirne dovrebbero con rette mensili pagarsi tale insegnamento;

valorizzare e non abolire i titoli di studio. Il mercato e i poteri forti aspirano ad abolire i titoli di studio per emarginare le classi sociali più deboli;

introdurre nella scuola primaria insegnanti per aree disciplinari. Non è umanamente immaginabile che un solo insegnante possa svolgere il ruolo di tuttologo;

prevedere che ogni docente di una classe di concorso (ad esempio A-12 – Materie letterarie e Storia) sia, dopo che la scuola si sia dato un rigoroso ed equilibrato regolamento, assegnato a un’aula. Gli studenti dovrebbero, in tal modo, scegliere responsabilmente e liberamente l’aula da frequentare. Il docente sarebbe, così, costretto a formarsi e qualificarsi continuamente; 

aspirare a un Ministero dell’istruzione che si converta in un Dicastero delle future generazioni per una crescita intelligente, democratica, inclusiva e pubblica.

Con riferimento alla scuola, il diritto amministrativo prefigura che l’interesse pubblico deve manifestarsi tramite il diritto vissuto non come fine ma come strumento. Questo è un principio che nella seconda Repubblica è stato smontato meticolosamente. Trasformare, poi, la scuola in azienda ha l’indiscutibile significato di forgiare le strutture che hanno come fine predominante l’attuazione, in contrapposizione alla “produzione” di un sapere critico, del profitto economico. Ciò avverrebbe, inoltre, in un sistema di spietata concorrenza ed emarginando, in tal modo, socialmente, economicamente e culturalmente i soggetti più deboli e svantaggiati.

La scuola, nella storia, è stata, al contrario, caratterizzata da una traiettoria e da un percorso lineare di democratizzazione dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, mettendo, al proprio interno, in moto i processi di: 

educazione universale (nel Seicento, pedagogia di Amos Comenio); 

scolarizzazione (illuminismo, Rivoluzione francese e istruzione pubblica con Condorcet); 

tendenza all’innalzamento dell’obbligo scolastico (legge Gabrio Casati, in Italia, nel 1859, e così via); 

orientamento all’unificazione dei sistemi educativi e formativi (riforma dei programmi “Brocca”, in Italia, 1992/1993); 

disponibilità all’individualizzazione e personalizzazione dell’insegnamento/apprendimento (riforma Moratti, in Italia, nel 2003); 

educazione permanente e inclusione (strategia di Lisbona, nel 2000, Europa/2020, nel 2010, Agenda 2030, nel 2015).

Con l’istruzione permanente e l’inclusione, il processo di democratizzazione dell’educazione, dell’istruzione e della formazione entra nella fase della massima espansione e realizzazione. La scuola deve, dunque, essere un concreto luogo di formazione ricorrente e continua di tutti i cittadini, affinché acquisiscano conoscenze adeguate ad interpretare la complessità della società e a conseguire le competenze, atte a governarne, in maniera autonoma e responsabile, i processi.

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